La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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Marco Grassano: “Per le pendici d’Appennino”

Posted by giovanniag on June 6, 2009

E’ in uscita la Guida all’Appennino piemontese di Rocco Morandi (ed. Franco Muzzio), che propone una serie di itinerari paesaggistici e naturalistici sul versante piemontese dell’Appennino ligure. Riporto qui l’introduzione di Marco Grassano, dal titolo Per le pendici d’Appennino.

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INTRODUZIONE:

Per le pendici d’Appennino

di Marco Grassano

“Chi sale una montagna sale verso la luce.” (Jules Michelet)

L’Appennino piemontese rappresenta un’apertura di serenità, di natura e di cielo terso agevolmente raggiungibile dalle città caotiche della pianura padana (una delle quattro aree al mondo con l’aria maggiormente inquinata), ma può anche essere l’entroterra ideale per sfuggire, in estate, alle troppo congestionate coste liguri. Eppure si tratta di una realtà poco nota ai più, conformemente a quel discutibile vezzo umano che spinge a indagare le cose remote trascurando quelle prossime, spesso ugualmente sconosciute. Si pensi alle enormi risorse impegnate nell’esplorazione dello spazio (la “conquista” della Luna, per esempio, e ora i progetti per Marte) e al poco che, in proporzione, si è investito per conoscere meglio il nostro pianeta. Sono state a oggi censite (il che non significa studiate…) solo 1,8 milioni di specie viventi delle circa 100 milioni, comprendendo tutte le piante, gli animali e i microrganismi, che si stima possano vivere sulla Terra, rileva Edward O. Wilson. E pensare che ognuna di tali specie è un unicum, il frutto di una particolare evoluzione di grande complessità. E che una conoscenza approfondita della biosfera terrestre sarebbe utilissima al benessere dell’umanità, in parecchi settori pratici: renderebbe, ad esempio, più agevole l’individuazione delle piante selvatiche maggiormente adatte alla coltivazione, la scoperta di nuovi geni per migliorare la produttività cerealicola e di nuove classi di prodotti farmaceutici, semplificherebbe la prevenzione e il controllo delle epidemie di organismi patogeni e della crescita eccessiva di animali pericolosi e di piante invasive… Disponendo di tali informazioni, non rischieremmo più di perdere le opportunità che ci vengono offerte dalla realtà vivente che ci circonda, o di trovarci impotenti di fronte alla comparsa di specie distruttive o nocive.

Lo scorso sabato, qui ad Alessandria, il tempo era cupo, con una bruma spessa che si cristallizzava sugli alberi e scendeva condensata in minuzzoli ghiacciati, quasi a dar seguito alla nevicata dei giorni precedenti. In Alta Val Curone, invece, c’era il sole, e mentre mia figlia scendeva con lo slittino o si rotolava lungo un pendio morbidamente imbiancato, io me ne stavo piacevolmente seduto fuori, nell’aria secca, senza cappotto, a leggere e a osservare il paesaggio, per me – uomo della bassa pianura fluviale – sempre inconsueto. Anche lo scorso anno, a metà gennaio, ci era capitato, un giorno, di lasciare una città torva, quasi livida di caligine, per trovare, lassù, un bagliore diffuso che faceva sbocciare, negli angoli più caldi e riparati, primule e viole. D’estate, poi, è consueto passare dall’atmosfera densa di umidità e dal cielo patito che sembrano schiacciare la piana di Marengo al respiro più libero e sottile e alla volta intensamente azzurra (di un celeste pungente, simile a certi fiori di rosmarino) da cui è allietata la fascia appenninica alessandrina.

Una maggiore luminosità non significa maggiori temperature: è infatti la densità dell’atmosfera e dei suoi componenti, particolarmente il vapore acqueo, a trattenere il calore, sia quello diretto dell’energia solare che quello riemesso o riverberato dal suolo (nello spazio intersiderale, dove pure l’irradiazione solare è continua e non filtrata dall’atmosfera, ci si trova però a circa – 270 °C). Più ci si allontana dal suolo, più l’aria diventa rarefatta (per effetto della forza di gravità, che tende a concentrare le particelle verso il basso), più la temperatura scende. Ogni cento metri di quota in più, si registrano da 0,5 a 1 °C in meno, il che comporta una riduzione del periodo vegetativo di 6-7 giorni per ogni grado perso. Pure l’escursione termica (fra giorno e notte e fra estate e inverno) si fa più accentuata con l’aumentare della quota, e del pari si fanno più intensi i venti e più problematico l’utilizzo dell’acqua da parte delle piante. Tutto ciò ha inciso, in fase evolutiva, sulle caratteristiche della vegetazione che si è sviluppata in habitat montani.

Le piante di montagna sono spesso pelose (si pensi, ad esempio, alle stelle alpine, ricoperte da un folto feltro); i peli non servono a preservare il calore interno, che i vegetali non hanno, ma a trattenere nel loro intrico un’aria ferma, leggermente umida, che impedisce o riduce l’evaporazione. Hanno inoltre radici molto lunghe, per esplorare una fascia di terreno più ampia e intercettare meglio l’acqua. Le si può trovare raggruppate a cuscinetto (e sono per questo dette pulvinatae, da pulvinus, cioè “cuscino”), coi loro piccoli fusti uno accanto all’altro, per motivi e con effetti analoghi a quelli della peluria. Sono piante generalmente di statura più bassa: l’aria limpida e meno densa permette l’arrivo di molte radiazioni ultraviolette, che inibiscono gli ormoni e limitano la crescita (col vantaggio aggiuntivo di offrire una minore resistenza al vento). Hanno fiori dai colori smaglianti, vivaci, intensi, perché i pigmenti da un lato proteggono le cellule dai raggi ultravioletti, e dall’altro costituiscono un richiamo più forte per gli insetti impollinatori, che in montagna sono di meno come numero e come varietà.

L’alta collina e la montagna devono comportare, se vogliono essere gustate appieno, fatica e lentezza nella salita: la fatica rilassa e depura, la lentezza consente di osservare i particolari, spesso magnifici, del paesaggio (quelli che Eugenio Turri ha definito iconemi, unità elementari di percezione che si dispongono in costruzione sinfonica globale) e della vegetazione. Ha poco senso affrontare la montagna con l’attenzione fissa al cronometro, ma è ancora più assurdo (sebbene purtroppo non infrequente) allontanarsi dalla città, dai suoi rumori e dalle sue esalazioni per “rilassarsi” con un po’ di cross motorizzato in mezzo alla natura. Nessun crossista si sofferma (si può soffermare…) davanti al miracolo in miniatura di un’orchidea, che colpisce lo sguardo durante una passeggiata.

Le orchidee sono una grande famiglia – la seconda, dopo le Compositae (quella cui appartengono, per intenderci, le margherite), come numero di specie: 20.000 nel mondo, 200 in Europa, 120 in Italia, 50 in Provincia di Alessandria (soprattutto nella zona appenninica). Si sono evolute a partire dalle Liliaceae (tulipani e gigli, che presentano elementi comuni con certe orchidee anomale come le Ophrys). Sono generalmente caratterizzate da fiori a spiga (ossia senza peduncolo), un fusto e una rosetta di foglie parallelinerve basali. Hanno radici di varie forme, dalle quali hanno ricevuto la denominazione (es. Dactilorhyza, Corallorhyza, ecc.). I semi necessitano di un fungo, in simbiosi, per le prime settimane di sviluppo. Per quanto riguarda l’impollinazione, lo stame dispone di masse pollinee appiccicose che aderiscono al corpo dell’insetto; quando questo giunge su un altro fiore, ne provoca l’inclinazione ed entra in contato con lo stigma florale, effettuando così la fecondazione (incrociata). Tale procedimento favorisce la nascita di ibridi spontanei fra specie diverse, agevolmente osservabili pure nei nostri prati appenninici e assai interessanti da studiare, anche perché, con un meccanismo di introgressione dei caratteri, possono portare alla creazione di nuove specie.

Come ha scritto Michelet, “Ogni montagna è un mondo e forse è, di per sé sola, un testo vivente di scienza naturali”, e la cosa vale pure per l’Appennino. L’appassionato di botanica vi può analizzare la progressione con cui i campi non più messi a coltura vengono ricolonizzati dalla vegetazione spontanea: le varie specie erbacee, i cespugli di rosa canina, di prugnolo, di rovo (i cui semi sono stati sparsi dagli uccelli) o di ginestra, roverelle, qualche salice nei punti più umidi, persino pioppi bianchi, nati da pappi che il vento ha raccolto altrove, già pronti a fruttificare a loro volta. Il curioso di entomologia vi trova un territorio risparmiato dai pesticidi e quindi riccamente popolato, con farfalle in tonaca sacerdotale nera e bianca, farfalline giallo sole o azzurro luminoso, bombi dorati, mantidi religiose dissimulate tra ciuffi di steli secchi.

Lontano dalla fonosfera che abitualmente ci circonda (clacson di veicoli, strepito di motori, schiamazzi o rumorii televisivi, musica dei locali pubblici e una serie interminabile di voci, accordi, squilli e suoni vari cui ormai non facciamo quasi più caso), l’Appennino sa inoltre offrirci paesaggi sonori diversi, in genere coincidenti con i suoi coremi (sempre secondo Turri, “unità territoriali caratterizzate da ben precise condizioni climatiche, pedologiche, vegetali”). Così, passeggiando in un bosco di faggi o di castagni, possiamo avvertire, oltre al frusciare sotto i nostri piedi dello strato di foglie cadute, il martellio vibrante del picchio, la scala armonica digradante del cuculo, lo squittio acuto dello scoiattolo, o, in alto, il grido circolare del falco e l’aspro richiamo gutturale della cornacchia. Dal pendio che domina qualche conca, come dalle gradinate di un antico teatro dall’acustica perfetta, l’orecchio coglie le tracce sonore di un gregge o di una piccola mandria: il tintinnio esile della campanella che contrassegna la pecora più vecchia e rispettata, un tremulo intreccio stereofonico di belati lontani, lo scampanellio più deciso delle mucche e il loro lento muggito. Man mano che si sale verso le vette e i crinali, poi, queste presenze acustiche cedono gradualmente il posto al sibilo ondulato del vento nell’erba, o al silenzio: impercettibilmente rigato, di quando in quando, dal transito zenitale di un aereo di linea.

Pure la geologia, la paleontologia, l’antropologia e la storia incontrano lassù un utile terreno di coltivazione. La composizione e la stratigrafia delle rocce mostrano aspetti a volte curiosi e comunque interessanti. È possibile trovarvi fossili marini (conchiglie, denti di squalo, persino le ossa di una balena…) che recano indizi di un ambiente subtropicale (devono averne fatta, di strada!). Vi sono tracce consistenti di insediamenti abitativi preromani e addirittura preistorici, riconducibili a questa osservazione di Fernand Braudel: “La difficile e lunga bonifica e la lenta organizzazione delle zone pianeggianti spiegano perché, con un apparente paradosso, nel Mediterraneo la storia degli uomini abbia spesso avuto inizio sulle coline e sulle montagne, dove la vita agricola è sempre stata dura e precaria, ma che in compenso erano al riparo dalla micidiale malaria e dai troppo frequenti pericoli della guerra. (…) È dunque in collina e in montagna che è più facile ritrovare le immagini tramandate dal passato, gli utensili, le usanze, i dialetti, i costumi, le superstizioni della vita tradizionale. Sono tutti fenomeni molto antichi, che si sono perpetuati in uno spazio in cui i vecchi sistemi agricoli non avevano alcuna possibilità di lasciare il passo alle tecniche moderne. La montagna à il luogo di elezione per la conservazione del passato”.

L’edilizia di pietra è qui assai simile a quella che caratterizza l’entroterra ligure, fino al confine con la Francia. Le case si dispongono in borghi aerei inerpicati sui pendii, abbarbicati alla montagna, sviluppati in verticale per usare al meglio gli esigui spazi disponibili. Molte di esse sono vuote, abbandonate, soprattutto nelle piccole frazioni, e raccontano storie di emigrazione che risalgono all’immediato dopoguerra: in Argentina, Canada, Stati Uniti. Ma la necessità di integrare, lavorando altrove, la magra economia della zona risale indietro nei secoli, come dimostrano alcune tradizioni gastronomiche alloctone naturalizzate quassù con l’aggiunta di qualche erba aromatica reperibile sulle rupi: la panissa dell’Alta Val Curone, per esempio, un robusto e saporito piatto d’origine vercellese a base di riso (cucinato insieme a fagioli, ceci, lardo, salsiccia…) acquisito col periodico trasferimento di gran parte della popolazione locale nelle “terre d’acqua” piemontesi per partecipare alla monda e alla trebbiatura di quel cereale, consuetudine protrattasi dal Seicento fino agli anni Cinquanta del Novecento. Chi, invece, negli anni Sessanta è sceso in città, ha mantenuto la casa, e adesso tende a tornarci per l’estate.

Ma un vago cenno di ripresa può essere colto, in questo esordio di terzo millennio: qualche residente urbano ha iniziato a trasferirsi qui, ristrutturando edifici altrimenti destinati alla rovina, e si è registrato, in alcune realtà, un afflusso di immigrati da altri Paesi comunitari dal quale è inaspettatamente derivata la rivitalizzazione di attività artigianali che sembravano doversi perdere.

Uno sviluppo sarebbe auspicabile, sfruttando le caratteristiche ambientali, geomorfologiche e climatiche delle nostre valli appenniniche per attrarvi un turismo di qualità (e godere dei vantaggi economici, anche in termini di indotto, che esso comporta), ma rispettando la grammatica e la sintassi della lingua che il loro paesaggio parla: seguendo, insomma, regole di adesione ben precise. La Provenza è riuscita, in tal senso, a valorizzare il proprio territorio senza snaturarlo. E non dimentichiamo l’imprescindibile esperienza, tutta italiana, del Parco Nazionale d’Abruzzo, dove la tutela ambientale ha saputo associarsi a un recupero delle arti, dei mestieri e delle costruzioni tradizionali come elemento di armonizzazione del tessuto socioeconomico dell’area, con benefica ricaduta su tutti i piccoli centri dell’area protetta.

Le pagine che seguono cercano di offrire il loro modesto contributo per avanzare nella direzione sperata. Vi vengono proposti cinquanta itinerari che, partendo da undici vallate (distese, partendo da est, dalla val Curone alla valle Scrivia), si inerpicano tra boschi, prati e rocce, fin sulle dorsali e sulla cima dei monti del “nostro” Appennino: il quale, pur costituendo l’altra metà di quello ligure, è affatto diverso da esso, non tanto e non solo per l’aspetto, ma anche, oserei dire, per l’impostazione filosofica. In Liguria, infatti, chi sale in montagna volge le spalle al litorale e se ne allontana; da noi raggiungere la vetta significa conquistarsi una specola che apra la visuale sulla vasta superficie di luce tremula, d’azzurro e di libertà della marina.

Viene in mente il racconto di Pavese, in Feria d’agosto, nel quale il narratore riferisce che un giorno il suo amico Gosto “si vantò che da ragazzo suo nonno era scappato di casa e andando per il vallone era salito così in alto che da lassù si vedeva il mare”; suggestionati dall’immagine, i due decidono di tentare la stessa esperienza, ovviamente senza successo, ma questo desiderio che li coglie è indicativo dell’attrazione primordiale, quasi una reminiscenza inconscia del liquido amniotico, che spinge certi abitanti dell’entroterra – tra i quali mi includo – verso i grandi specchi d’acqua (“Allora ci disse che era stato a Marsiglia e che là il mare l’aveva davanti alla porta” dice il ragazzo, con malcelata invidia, di un altro personaggio della storia).

I percorsi suggeriti sono descritti con efficace precisione, con la minuzia che solo può permettersi chi li ha seguiti e verificati uno a uno, passo a passo. Non sono possibili errori, seguendo indicazioni simili, e in ogni caso viene a soccorrere il camminatore anche la puntuale, adeguata georeferenziazione dei rispettivi sentieri su supporto cartografico CTR.

In appendice si è voluto offrire un accurato e interessantissimo studio vegetazionale realizzato sul prato di vetta del monte Giarolo, “la montagna più popolare del Tortonese, (…) da sempre uno dei punti d’incontro per gli abitanti delle valli”, come lo definisce l’autore della Guida. Partendo da un inquadramento geografico e geologico, e analizzando approfonditamente i risultati di cinque rilievi fitologici, effettuati secondo i criteri di Westhoff e Van del Maarel, si è delineata la situazione dell’area in esame e se ne sono ipotizzati gli sviluppi. Segue un elenco d’erbario con schede e immagini delle specie più significative.

Nel suo peregrinare sulle montagne italiane, Paolo Rumiz ha incontrato “eremi, fonti, santuari, boschi millenari, a volte semplici toponimi. Soprattutto piccole valli, orientate come antenne paraboliche verso un silenzio planetario”, e ha concluso: “Mi piace pensare che tali luoghi contengano i codici criptati – illeggibili ai barbari – della resistenza all’annientamento, memorie orali antichissime dei princìpi della vita. (…) Poiché coltivo l’illusione che grazie a questi luoghi il mondo eviterà la catastrofe, ho pensato fosse giusto non svelarli del tutto”.

Il presente lavoro, invece, questi luoghi li vuole svelare proprio al fine di proteggerli. La loro conoscenza e i vantaggi che ne possono derivare alla collettività serviranno a metterli al riparo – almeno si spera – dalla tendenza a uno sviluppo incontrollato e insostenibile che caratterizza pure persone intelligenti, le quali (per richiamare nuovamente Edward O. Wilson) restano però inerti di fronte alla progressiva scomparsa degli ultimi preziosi resti del mondo naturale perché a una tecnologia da semidei associano emozioni e ambizioni rimaste all’Età della Pietra.

A conclusione – e a conforto di quanto sopra augurato – voglio trascrivere questo brano, che ho tratto dalla prefazione di Jean Giono al volume di Raymond Collier Monumenti e arte dell’Alta Provenza (1966), opportunamente intitolata Un paesaggio nel quale si è felici: “È, con ogni evidenza, il pittoresco più efficace (sul piano dei soldi, beninteso, visto che è quello che tocca maggiormente le persone, quello su cui si giudicherà se siamo “moderni” o se non siamo che vecchi “rimbambiti” retrogradi; e soprattutto perché è solo se parliamo di soldi che ci ascolteranno e che avremo forse una possibilità di salvare ciò che deve essere salvato). Il più efficace sul piano dei soldi, perché è un intero territorio che, grazie alla sua qualità, attira e trattiene. Non ha che da lasciarsi vivere. Se è abbastanza intelligente da mantenere intatto il proprio patrimonio di bellezza. Poiché questa bellezza è appesa a un filo. Nulla di più facile da distruggere di un’armonia: basta una sola nota falsa. Mi è toccato, qualche anno fa, discutere per mesi con un sindaco più ottuso di altri per cercare di fargli capire che una prateria (che si vedeva dalle porte della sua cittadina), nella quale bramava di impiantare non so che silos o cooperativa, aveva un colore verde ben più importante, sul piano locale, del silos o della cooperativa. Era l’evidenza stessa: gli orizzonti alpini, le colline coperte di roveri bianche, lo srotolarsi di un altopiano coperto di mandorli che circondavano quel piccolo borgo amato dai turisti di passaggio assumevano il proprio valore e la loro qualità solo in rapporto all’ammirevole chiazza verde della prateria. Qualsiasi cosa si facesse a quel verde, abolirlo o semplicemente ridurlo, voleva dire distruggere tutto. Il sindaco summenzionato mi diede del poeta, cosa che in certi imbecilli è segno del più amichevole e condiscendente disprezzo. ‘Impiantò’ il suo silos o la sua cooperativa con gli applausi di tutti quanti. Un anno dopo, avevano cambiato tutti atteggiamento, e in particolare gli albergatori della zona. ‘La gente non si ferma più’ dicevano, ‘passa, getta un’occhiata e se ne va’. Il problema è che uno non ci tiene ad avere un silos o una cooperativa sotto gli occhi. Il problema è che queste costruzioni, del resto moderne, non contribuiscono alla gioia di vivere. Succedeva cinque anni fa. Oggi non c’è più un solo albergo nella cittadina di cui parlo. Ma, beninteso, non uno di quei poveracci vorrà credere ai pregi del semplice verde della prateria”.

Cerchiamo di far tesoro anche di questa preziosa lezione.

Marco Grassano

Gennaio 2009

Per approfondimenti:

-         Maurizio Bettini, Voci – Antropologia sonora del mondo antico, Einaudi, Torino, 2008.

-         Fernand Braudel, Il Mediterraneo, Bompiani, Milano, 2002.

-         Dal Vesco G., Mondino G. P., Peyronel B., Fiori del Piemonte, Novara, 1977.

-         Jules Michelet, La montagna, Il nuovo melangolo, Genova, 2001.

-         Rossi W., Orchidee d’Italia, Quaderni di Conservazione della Natura n° 15 – Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, Roma, 2002.

-         Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, Milano, 2007.

-         Eugenio Turri, Il paesaggio come teatro, Marsilio, Venezia, 2003.

-         Claude Villeneuve, François Richard, Vivere i cambiamenti climatici, Muzzio, Montereggio, 2008.

-         Edward O. Wilson, La creazione, Adelphi, Milano, 2008.

One Response to “Marco Grassano: “Per le pendici d’Appennino””

  1. filo said

    Ringrazio Marco Grassano per il grande piacere che ho provato nel leggere la sua introduzione al libro “Guida all’Appennino piemontese”. Anche per me è un poeta, ma nel senso più alto e autentico del termine.

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