La poesia e lo spirito

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I racconti dell’età del jazz 6 / Ho visto Nina

Pubblicato da mbaldrati su giugno 17, 2009

Mario_Algaze_Nina_Simone600

di Sergio Pasquandrea

Lo confesso: Nina Simone mi era sempre sfuggita.
Neanch’io saprei spiegarmi il perché, anzi è piuttosto strano, dato che adoro le voci femminili scure, profonde, amo Sarah Vaughan e Cassandra Wilson, Carmen McRae e Abbey Lincoln. Forse sarà per l’imprendibilità di Nina, per il suo porsi a cavallo di tutti i generi (voi come la classifichereste? jazz? pop? soul? gospel? o, volendo, folk? o, perché no, musica classica, dato che da ragazza aveva studiato a lungo Bach, Mozart e Rachmaninov?), senza mai cavalcarne davvero nessuno.
Cercando nella mia collezione di dischi, mi sono accorto di avere di suo un “Greatest Hits”, un paio di brani in raccolte varie, un altro in un vecchissimo VHS registrato secoli fa dalla TV (il programma era “Schegge di Jazz”, che andava in onda su Rai3 all’ora di pranzo: trasmissione e orario che al giorno d’oggi sarebbero pura mitologia).
Comunque.

Negli ultimi tempi mi è capitato di incrociare Nina varie volte, a distanza di poche settimane, per quegli strani crocevia del destino che in genere associamo al romanzo (e invece, come diceva Milan Kundera, la nostra vita quotidiana è bombardata dalle coincidenze, siamo noi a non saperle vedere).
La prima volta è stata con una foto.
Come ho scoperto dopo, si tratta di una fotografia piuttosto nota, ma io non l’avevo mai vista. Rappresenta Nina completamente nuda ed è stata scattata dal fotografo di origine cubana Mario Algaze. Non so molto altro: da qualche informazione recuperata qua e là sul web, pare sia stata scattata alle Barbados, e che in quel periodo Nina stesse vivendo una storia d’amore tormentata, una delle tante che costellarono la sua vita. Non so nemmeno bene che età avesse, anche se a occhio direi che aveva perlomeno passato la quarantina.
Nina, come dicevo, è nuda, in piedi di fronte all’obiettivo, con le braccia lungo il corpo. Regge in mano gli orli di una stoffa leopardata, come se se la fosse appena lasciata cadere di dosso. Lo sfondo è fatto di tappeti appesi, che compongono una sorta di kitsch moresco-orientaleggiante. Sul braccio sinistro ha dei braccialetti di foggia barbarico-egizia.
Il corpo è di color nero ebano, con riflessi quasi violacei. È un corpo non bello: solido, squadrato, saldamente piantato sul terreno, con i capezzoli nerissimi, l’inguine crespo. L’insieme ha le linee compatte e selvagge di un idolo africano.
Il volto è girato verso la sua destra e si mostra perfettamente di profilo. Si vede un grosso orecchino d’oro ornato di pendenti. Nina guarda in basso, ha gli occhi quasi chiusi, i capelli tagliati cortissimi.
Insomma, la foto è strana, sospesa com’è tra il cattivo gusto e il mistero: ma io ci leggo molto di lei.
Innanzi tutto il contrasto tra la posa aperta, audace, orgogliosa del corpo e quella del volto, così indecifrabile, ritirata in se stessa. È la stessa sensazione che provo spesso ascoltandola – o, meglio ancora, guardandola – cantare: una esposizione teatrale, spudorata di sé, dei propri sentimenti, e allo stesso tempo un nocciolo inconoscibile, una vulnerabilità, una ritrosia a lasciarti davvero entrare fino in fondo alla sua anima.
Poi c’è quell’aria africano-egizia, che lei stessa accentuava spesso nel suo abbigliamento
E poi tutto quel kitsch di tappeti e scialli leopardati: ecco, forse è la cosa che un po’ mi ha sempre respinto nella musica di Nina, quel suo concedersi senza alcun pudore al materiale più banale, canzonette pop, brani da hit-parade, accostati però alle più dure e dolorose canzoni di protesta, al blues, al gospel, persino a brani d’opera.
Nina si mostra e, allo stesso tempo, si nasconde. Sembra concederci tutto e invece si tiene per sé l’essenziale.

La seconda volta è stato con un brano, e mi sento in dovere di ringraziare l’amico Luciano Vanni per avermelo fatto ascoltare ed apprezzare. Si tratta di una versione di “Little Girl Blue”, che Nina incise su “Jazz as played in an exclusive side street club”, il suo primo disco, uscito nel 1958 per la Betlehem.
“Little Girl Blue” è uno standard frequentatissimo: l’hanno inciso Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, Chet Baker, Stan Getz, Keith Jarrett e infiniti altri (forse molti di voi conosceranno la versione di Janis Joplin, ma attenzione: Janis si reinventa completamente la canzone, testo e musica, e la stravolge fino a farla diventare qualcosa di completamente diverso, qualcosa di suo al cento per cento).
La canzone, come tantissimi altri standard jazzistici, proviene da un musical, nella fattispecie “Jumbo”, scritto nel 1935 da Richard Rodgers e Lorenz Hart, due dei più prolifici e geniali autori della Broadway di quegli anni (hanno scritto robetta come “Blue Moon”, “My Romance”, “My Funny Valentine” e “The Lady Is A Tramp”). Il musical racconta la vita degli artisti di un circo scalcagnato e sempre in bolletta, e “Little Girl Blue” è uno dei pezzi centrali, quello in cui la protagonista, seduta da sola in mezzo alla scena vuota, ripensa alla sua vita, ai suoi sogni infranti, e nel momento di più profonda disperazione invoca l’amore, il principe azzurro che la salverà.
Riporto il testo, senza traduzione perché si tratta di un inglese abbastanza elementare; il brano potete ascoltarlo qui

Sit there and count your fingers:
What can you do?
Old girl you’re through.
Just sit there and count your little fingers,
Unhappy little girl blue.

Just sit there and count the raindrops
Falling on you.
It’s time you knew:
All you can ever count on are the raindrops
That fall on little girl blue.

No use old girl:
You may as well surrender,
‘Cause your hopes are getting slender,
Why won’t somebody send a tender blue boy
To cheer up little girl blue?

Nina canta testo e melodia così come sono, con pochissime variazioni. Ma quelle pochissime sono dei veri colpi di genio.
Innanzi tutto ascoltate l’inizio. Avete riconosciuto il motivo che viene suonato al pianoforte? È “Good King Wenceslas”, un canto di Natale molto celebre nei paesi anglosassoni. Una melodia legata all’infanzia (la “little girl” del titolo), che evoca immediatamente casa, calore, affetti, e insieme suggerisce quel mondo di stupore fanciullesco e insieme di leggera malinconia, che in genere associamo al circo.
Nina lo esegue come un canone bachiano, con un tocco ampio e risonante, poi lo allarga in un crescendo che infine sfocia nel canto. La voce è quieta, solenne come uno spiritual, quasi priva di ornamentazioni; il pianoforte la accompagna con accordi parchi e spaziati, e ogni tanto in sottofondo riappare il canto di Natale. Il minimo dei mezzi: ma basta per raggiungere un’intensità emotiva lancinante.
Man mano che va avanti, il canto si fa sempre più ricco e fiorito, aggiunge vocalizzi e variazioni estemporanee, ma all’improvviso, quando arriva alla strofa che comincia con “no use”, tutto si interrompe: il tempo si arresta, la voce assume la cadenza libera di un recitativo. È il momento di massima tensione del brano, quello in cui si invoca il “tender blue boy”, il principe azzurro che consolerà la “piccola ragazza triste”.
Passato il climax, tutto si spegne in poche battute, con un’ultima citazione di “Good King Wenceslas”.
Tutto qui: sono poco più di quattro minuti, solo voce e pianoforte. Un carol natalizio che torna come un leimotif, un’esecuzione priva di assolo improvvisati, semplice e austera nella sua implacabile asciuttezza. Ma non mi è capitato di sentire una versione di questo brano che raggiungesse allo stesso tempo una tale essenzialità, purezza e intensità.

E infine ho cercato su YouTube e ho trovato una versione di “Little Girl Blue” eseguita dal vivo a Montreaux nel 1976 che vi consiglio di guardare, perché per capire fino in fondo l’arte di Nina bisogna vederla e non solo ascoltarla.
A quel punto, ho deciso: non potevo più ignorare Nina Simone.
Perché diciamocelo: questa donna è, senza mezzi termini, un genio.

5 Risposte to “I racconti dell’età del jazz 6 / Ho visto Nina”

  1. Roberto detto

    Ho ascoltato Nina per la prima volta alla radio. La trasmissione era Per Voi Giovani, con Renzo Arbore, e parliamo della fine anni ’60. Non riuscii a capire se si trattava di voce femminile o maschile ma mi colpi’moltissimo. Poi negli anni ho sviluppato un profondo amore per quella tonalità scura e cavernosa. Si, è vero, ha cantato spesso canzoncine alla moda, ma se lo poteva permettere.E quando passava alle cose serie era impagabile. Le sue versioni di Avec le temp e Ne me quitte pas sono tra le migliori in assoluto.Forse sul versante più strettamente jazzy avrebbe avuto tutte le carte in regola per dare (e avere…) di più, ma è andata cosi’. Per me rimane una voce straordinaria che spesso vado a riascoltare

  2. io associo nina all’unica proposta di matrimonio che ho mai fatto. un fallimento. suonava lilac wine… forse era destino ma con quella colonna sonora non sarebbe potuta andare diversamente… proprio vero che a volte uno se le cerca…
    comunque nina resta grandissima, qualsiasi cosa faccia!

  3. renatamorresi detto

    grandissima – mi permetto di dissentire col giudizio sulla foto, che trovo invece bellissima; a me sembra che in essa tutto l’armamentario primitivista venga trattato ironicamente, come se fosse un costume di scena da cui la protagonista si distacca momentaneamente mostrando il suo corpo reale, moderno e profondo.
    secondo me è stupenda, insomma.
    grazie, mi piacciono sempre molto questi racconti dell’età del jazz.
    un saluto,
    r

  4. Grazie a tutti per i commenti.

  5. lorepat detto

    Come quasi tutti gli articoli di chincaglieria pigra, anche questa foto incomincia a suonare quando nessuno la guarda. Lo stesso succede con la copertina di TUTU di Miles Davis e con GINGER ALE AFTERNOON di Willie Dixon.

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