di Domenico Lombardini
(certo che si potrebbe fare
lì all’entrata un bell’archetto.
l’intonaco fresco è un
bel vedere, e anche questo
odore di calce fa
pensare al nuovo. mi
accanisco sulle asperità
levigando furiosamente
con carta vetrata la parete.
la polvere caduta la accumulo
ordinata assieme al resto).
sopra la pietà ho costruito la mia casa,
questa pietra presto friabile, fatta
poltiglia colloidale dalla volubilità
degli eventi. vagotonìa
della storia, si direbbe. o sinusalità
delle fortune. o virata capricciosa
dell’entropia del sistema, a manca,
a destra, da mane a sera, di decennio
in decennio, in secula seculorum, sui poveri dirocca. gli edifici
si trattengono in piedi grazie a un’inspirazione
trattenuta, come mantici, tutto stante in apparente docilità,
si attende la caduta,
l’eco roboante. la cecità,
il cupio dissolvi sono una
scelta coerente. ci si immerge
nell’oblio vivi, la testa nella pece bollente. ho
le unghie consumate, le mani nude.
la parete vuole essere levigata, la casa curata, tutto
pretende una speciale attenzione, e non ho pace; le cose
consumano i viventi. ho imbrattato
tutto di sangue, l’èscara alle nocche
non mi duole come dovrebbe, l’analgesia
precede di poco la morte, un millesimo di secondo
per cui: sia grazie a Dio. correnti catarrine
si frangono, lasciano rivoli sbavanti, cascano
sui ruderi da cui provengono, non
miscibili, questo è certo, con il mare
di sperma che guizza con spasmi pelvici
e spasimi riproduttivi, di là, dal mare,
in aneliti di infinito, di innocente
rabbia.