Stabat mater: una vittoria inaspettata
Pubblicato da achillemaccapani su luglio 3, 2009

Quella di Tiziano Scarpa è stata una vittoria inaspettata. Dopo un fotofinish al filo di lana, giocato su una guerra di nervi fino all’ultimo voto. Le camere a spalla che mostravano, lampi spietati di una diretta apparentemente tradizionale, i gruppuscoli degli amici della domenica intenti a compilare le schede, o a elaborare propri calcoli senza aspettare la lettura dei singoli voti da parte di Paolo Giordano, erano l’emblema di qualcosa di diverso. Non era più la cronaca di una vittoria annunciata. Né tantomeno di un esito largamente pronosticato, che peraltro era stato ribaltato nei mesi scorsi.
L’edizione 2009 del Premio Strega, invece di confermarsi quale esordio e suggello di apertura della stagione dei premi letterari nazionali, come suggerito da Franco Di Mare durante la diretta televisiva su RaiUno, si era trasformata in una sorta di action thriller della scrittura, in uno scontro tra due personalità. Tra due autori che, alle spalle, portavano con sé il proprio vissuto, le esperienze maturate in contesti radicalmente opposti. Con un denominatore comune che, al di là della tensione che si respirava durante lo spoglio degli ultimi trenta voti, emergeva in tutta la sua nettezza: il senso del ricordo di come eravamo, quando avevamo dieci, quindici anni.
Se tale percezione della memoria del passato era stata testimoniata da Antonio Scurati, intesa cioè quale uno degli influssi da cui è scaturito il suo Bambino che sognava la fine del mondo, è invece Tiziano Scarpa ad averlo chiarito con netto vigore durante la cerimonia di premiazione: il suo io narrante, Cecilia, la giovanissima violinista allieva, orfana dalla nascita, porta con sé tantissime inquietudini che, pur ambientate nel contesto della Venezia di un primo Settecento, le cui malinconie, echi della musica di Antonio Vivaldi, ne sono profondamente intrise, in realtà risentono dei ricordi dell’adolescenza dell’autore, reo confesso tra un sorso e l’altro del liquore appena ricevuto in premio.
Ma soprattutto il fattore autobiografico ha influenzato Scarpa in questa coraggiosa scelta narrativa: lui stesso è infatti nato presso l’Ospedale della Pietà (che negli anni Sessanta ospitava il reparto di maternità dell’Ospedale civile di Venezia), l’istituto in cui studiavano le giovanissime orfane violino e violoncello, proprio sotto la guida del loro maestro, il Prete Rosso, Antonio Vivaldi. E la musica di Vivaldi lo ha accompagnato durante tutta la sua giovinezza e maturità, al punto da aver maturato una profonda conoscenza della sua produzione, partendo dalle originarie riscoperte pionieristiche dei Solisti Veneti diretti da Claudio Scimone (ve li ricordate i vecchi vinili Erato – Rca a 33 giri?) che addirittura vinsero nei primi anni Settanta un Festivalbar all’Arena di Verona, di fronte allo sguardo stupito e sorpreso di Vittorio Salvetti, abituato più a destreggiarsi con Battisti e l’Equipe 84, invece che con i concerti da camera del Prete Rosso.
Ecco, proprio questo segno, questo leitmotiv, ha accompagnato la vita di Tiziano Scarpa che – con una decisione per me inaspettata, e nel contempo felice – ci ha dato questo Stabat mater, questo intenso e poetico romanzo storico, nel quale la parola scritta si fa partitura, evoca i colori e le emozioni proprie del “fare musica insieme e ritrovare se stessi” (per citare un principio tanto caro a Claudio Abbado). Ma soprattutto Scarpa ha dimostrato come sia ancora possibile pubblicare un romanzo di qualità, che sappia emozionare, commuovere e comunicare qualcosa di vero e profondo per le nostre esistenze. E che non necessariamente debba essere considerato come un prodotto destinato a una sicura vendita, ma come un oggetto di valore, dotato di un contenuto intimo, meritevole di essere scoperto, apprezzato, amato.
Molto spesso capita infatti di giudicare in un senso o nell’altro la scelta di un romanzo vincitore di un premio letterario nazionale, e magari di vederlo con una certa diffidenza snobistica. Con Stabat mater di Tiziano Scarpa non è così. Perché c’è veramente bisogno in Italia di libri come questo. Perché non si può pensare che l’editoria attuale possa essere dominata solo dai prodotti seriali, come i gialli svedesi o norvegesi o le trilogie vampiresche di stampo giovanilista.
È giusto, anzi, necessario credere e sperare in una narrativa italiana migliore, che tenda alla crescita qualitativa, e non più dettata in prevalenza da criteri di vendibilità e di mercato. Il felice risultato di Stabat mater di Tiziano Scarpa, vincitore del 63° Premio Strega, rappresenta – a mio modestissimo, e comunque opinabile, parere – il segno positivo di un vero cambiamento, di una svolta in atto nella narrativa italiana. E permette di sperare in un vero rinnovamento della scena letteraria nostrana, che finalmente sta venendo sempre più alla luce dinanzi ad un pubblico sempre più ampio.














lorenzo detto
non sono un esperto ma qualche giorno fa per caso ho letto un’intervista a Fazi sulla pagina culturale di La Repubblica, intitolata “Qualcuno fermi il Premio Strega”, e Fazi diceva che era molto probabile la vittoria di Scarpa: “Dunque vincerà Tiziano Scarpa … ‘E’ molto probabile. [...]“. Il pezzo è qui: http://bibliogarlasco.blogspot.com/2009/06/qualcuno-fermi-il-premio-strega.html
quindi “inaspettata” in che senso?
lorenzo
Giorgio Di Costanzo (Ischia) detto
Premio Strega,
martedì 4 luglio 1967:
1) Anna Maria Ortese, “Poveri e semplici”, 97 voti;
2) Raffaello Brignetti, “Il gabbiano azzurro”, 96 voti.
Ci fu chi chiese e ottenne un ulteriore spoglio delle shede, ricordava Geno Pampaloni.
Finita la cerimonia (cfr. “Apparizione e visione. Vita ed opere di Anna Maria Ortese”. di Luca Clerici, Mondadori 2002, pp. 420-421) si va con pochi amici a brindare in un caffé di via Veneto… Chiedo alla Ortese (è Augusto Righi, della Vallecchi, a parlare) di farmi vedere il sospirato assegno: una bella cifra, un milione, per un povero come lei. Ero contento anche di questo. Anna Maria cerca nelle tasche, fruga in borsa, ricontrolla, niente da fare. La busta non c’è. Persa. L’avrei uccisa. Spedisco il nostro venditore romano a Villa Giulia, ch torna dopo dieci minuti con la busta in mano. L’aveva trovata sul tavolo dei giurati, in mezzo alla carta da buttare. Quando mi porge l’assegno, con la fatica che m’era costato, il commento mi fa perdere le staffe. “Cosa vuole, Righi, questa è solo segatura. In realtà i soldi non valgono niente. Polvere, sono solo polvere”.
Soltanto una regina (e Anna lo è stata davvero) poteva reagire così. Altri tempi, altri nomi, etc…
Francesco detto
inaspettata da chi?
Premio Strega 2009: vince Scarpa, battuto per un solo voto Scurati | Video Folli detto
[...] su Contaminazioni scrive "Evviva Tiziano Scarpa". Vittoria inaspettta scrive invece achillemaccapani su la Poesia e lo Spirito. Hamelinn Post conclude "Fattucchiera più che [...]
Giuseppe Panella detto
la vittoria di Scarpa era tutt’altro che inaspettata…
singolare vicenda invece quella del milione dello Strega fissato come premio del vincitore per statuto e mai rivalutato per l’inflazione:-)
Iannozzi Giuseppe detto
Inaspettata da chi? Scusate ma lo sapevano cani e porci che il premio sarebbe stato assegnato a Scarpa. Mondadori tiene il monopolio anche sui premi. Ha vinto di nuovo Mondadori. Degli scrittori manco l’ombra. Lo Strega è più che mai inflazionato. Diventa peggio di quell’altro premio, qual era?, il Cavour se non vado errato… Ora torno alla bella pace del bingo dell’oratorio sotto casa: c’è ‘na vecchietta che è proprio un osso duro, mica so se la scalzo, pare che legioni di angeli… cioè di preti facciano miracoli per lei. Porco diavolo.
fabrizio centofanti detto
ringrazio Achille per la bella recensione.
sono felice per Tiziano, perché oltre allo scrittore di talento c’è un uomo con valori forti, che condivido.
ogni tanto i premi vanno alle persone giuste.
achillemaccapani detto
Il dubbio principale che emerge da tutti i commenti pervenuti si riassume in una domanda: perche mai inaspettata? Lo sapevano tutti che avrebbe vinto Scarpa. Ebbene, indipendentemente dai gossip e dalle polemiche sviluppatesi nei giorni antecedenti la cerimonia, il clima che si respirava durante l’evento, e che traspariva dalla diretta televisiva su RaiUno, era quello di un esito sinceramente incerto, dove Scurati appariva con una grinta e una sicurezza forse malcelata, e Scarpa sembrava uscito da una realtà diversa, in un contesto opposto rispetto a quello suo abituale, fatto di reading, studi, ricerche, e così via.
In altri termini, lo scontro titanico si giocava tra l’animale da palcoscenico sicuro di sé e un uomo di cultura che, seppur leggermente più anziano dell’altro, appariva sincero nei suoi atteggiamenti, nelle sue frasi. Confesso che mi sono emozionato nel percepire nelle parole di Scarpa un atteggiamento di verità, di franchezza, per nulla costruito, ma che probabilmente gli proveniva dal cuore.
Inaspettata? No, impossibile, era già scritto. Così si afferma. Secondo me (ma questa è la mia personale e modestissima impressione), invece, la diretta televisiva ha mostrato che l’edizione dello Strega aveva connotati di incertezza e di un fotofinish fino all’ultimo voto. E questa impressione, guarda caso, è la stessa che ha ottimamente illustrato Maurizio Bono su La Repubblica (pag. 52) di oggi, quando afferma quanto segue: “Spoglio in corso nella notte al Ninfeo di Villa Giulia e testa a testa allo Strega che rischiava di essere il più scontato di mezzo secolo ed è invece diventato il più movimentato e imprevedibile, paradossalmente controverso comunque: che i cento e passa voti sui quattrocento votanti Strega di cui viene accreditata Mondadori bastino a far guadagnare per il terzo anno di seguito la palma a un libro del gruppo, lo “Stabat Mater” dell’einaudiano Tiziano Scarpa, oppure che vinca l’opposto grande editore Bompiani con “Il bambino che sognava la fine del mondo” di Antonio Scurati”.
Ripeto: a me la diretta tv ha dato questa impressione, probabilmente a bocce ferme sarà naturale dire che era logica la vittoria di Scarpa, ma lo sviluppo della cerimonia faceva denotare un forte senso di incertezza. Ecco dunque il perché dell’inaspettato, visto che la mia personale impressione faceva pendere la scelta possibile più a favore di Scurati che di Scarpa. Contenuti, questi, che avevo cercato di comunicare nell’immediatezza della notte, durante la stesura di queste brevi note. Grazie a tutti per i contributi forniti.
Iannozzi Giuseppe detto
Era ovviamente il premio che assomiglia a grignani nella città dei gianduiotti, ma sapete, con Soria in libertà meglio non fare il nome del premio che altrimenti quello viene e mi picchia pure a me. :-(((
Diciamo ‘e cose come stanno: ha vinto Mondadori, cioè il monopolio che tiene. Bello schifo. Non c’è altro da dire. E dateme ‘sto cinque, porcaccia la miseriaccia. :-D
lucy detto
evviva venessia
evviva le glorie
del nostro leòn
inaspetàe o atése
chi se ne frega
òstrega!
;-)
fabrizio centofanti detto
grazie, Achille.
concordo sul fatto che Tiziano abbia uno spessore umano che fa ben sperare.
pubblicare per Einaudi sarà un vantaggio, ma i veri valori non sono commerciabili.
Giuseppe, che ti devo dire? libero di pensarla come vuoi.
al di là dei premi, alla fine resta solo quello che conta veramente.
fabrizio centofanti detto
Lucy, Venezia, certe volte, mette tutti d’accordo!
franz krauspenhaar detto
siete troppo proni. venessia la luna e tu… insomma, stante che scarpa è un ottimo scrittore, lo strega ha ormai il valore del biancosarti, l’aperitivo “biancosarti”. e questo blog si inchina al potere un po’ troppo per i miei gusti. assai discutibili, lo so.
fabrizio centofanti detto
è una questione di valori.
ma c’è chi li confonde, cose che capitano.
Iannozzi Giuseppe detto
Sostanza?
Fabrizio caro, – ma non facciamo polemiche perché non ne ho voglia, capiscimi – Scarpa scrive ma è uno di quelli che io definisco scrittorini. Ti giuro che ho ancora il Kamikaze da finire: dopo mezza pagine mi cadono i cosiddetti e lo mollo. Sono anni che è fermo lì. Non parliamo poi di quella porcata, che purtroppo non fa manco ridere, di “Amami”, titolo nella piccola collana oscar Mondadori: certo di porcherie nell’editoria ne ho viste, ma “Amami” è una porcata impubblicabile perché non divertente né erotico né altro. Molto meno che trash, un trash maialesco che certi ragazzetti brufolosi mettono nero su bianco sui banchi di scuola. A fronte di ciò, mi permetto di fregarmene di S.M.: non ho letto mai alcuna sostanza in Tiziano Scarpa, se non tutto ciò che ho sempre deprecato nelle lettere italiane.
Ha vinto Mondadori. Non era però presente l’autore allo Strega e tanto meno il libro.
Ha vinto il monopolio del padrone.
Ha vinto l’editore più forte. Che guarda caso è in mano a Berlusconi, come del resto la più parte dell’informazione italiana.
Ultima nota: leggevo su un free press una intervista a Scarpa che temeva non avrebbe vinto perché erano già due anni che il premio andava a Mondadori e se avesse vinto Mondadori di nuovo gli altri editori se la sarebbero presa a male. Poi si diceva comunque felice d’essere nella cinquina e gli dispiaceva che Giorgio Vasta fosse stato fatto fuori.
Ed invece il potere, anzi lo strapotere del monopolio editoriale ha vinto di nuovo: lo Strega è andato a Mondadori. E io non so come un autore, che sia un minimo serio e intellettualmente costumato, possa accettare tutto ciò; né so se Scarpa un po’ di vergogna la tiene o se invece crede che il premio l’abbia veramente ricevuto per meriti sul campo.
Lo Strega è in mano molto molto più di ieri al potere. A quello dell’editore.
A vincerlo non è un sédicente autore. E’ invece l’editore.
Tutto qui. Non ci torno più su, perché non mi va di parlare dello “schifo totale che c’è” e criticandolo fargli in ogni caso pubblicità, quasi meritasse la mia attenzione e quella del pubblico, della critica.
fabrizio centofanti detto
Giuseppe, a me dei premi importa poco: dico invece che Tiziano è uno che porta avanti certe idee che condivido.
per questo faccio il tifo per lui.
al Campiello facevo il tifo per Zaccuri, perché è un altra persona con valori.
poi il tempo dirà se sono solo canzonette.
ciao
fabry
Iannozzi Giuseppe detto
Caro Fabry, se rispondessi farei mio malgrado il gioco di chi vorrebbe che del libro se ne parlasse tanto e tanto, foss’anche per criticarlo non in positivo. Tutta pubblicità e grasso che cola, uguale alla strategia che Berlusconi adopra dicendo ogni santo benedetto giorno “mi avete frainteso”. :-)
Ciao, e che gli altri si profandono pure in lodi o in qualsiasi altro csoa pensano possa giovare loro. Loro diritto, ci mancherebbe altro. Ma non chiedetemi di fare il gioco del Padrone. Sono troppo vecchio per cascarci in simili giochetti. :-)
Ciao ciao
fernirosso detto
l’unica cosa che mi ricorda è una favo-letta che ancora la dice lunga, anzi lunghissima:
Superior stabat LUPUS
inferior agnus bi-be-bat…
Di lunga il migliore: è storia che si beve ogni giorno.
Achille Maccapani detto
Continuo a seguire il dibattito e, sottoscrivendo in toto quanto espresso da Fabrizio, mi permetto di aggiungere un piccolo contributo. Quante volte, infatti, siamo giunti alla fine della lettura di questo o quel libro e ci siamo detti che ci aveva lasciato una traccia spirituale profonda, edificante e accrescitiva per il nostro vivere di ogni giorno? Sempre a mio modestissimo parere, mi permetto di evidenziare come spesso e volentieri l’editoria italiana (compresi i piccoli editori, sia chiaro) punti più direttamente alla vendibilità del prodotto che al messaggio? E per vendibilità intendo anche, non necessariamente, un libro preconfezionato, bensì un romanzo che – attraverso un’accorta campagna di marketing – possa rivelarsi vendibile, ma che, alla fine della fiera, lasci nel lettore un senso di vuoto, di nichilismo, di mancanza di senso della speranza. Ecco, mi domando: in quanti di questi romanzi contemporanei il senso della speranza, del desiderio di guardare oltre il confine della linea sottile che divide il mare dal cielo, c’è, esiste veramente, o è perlomeno latente? Non dico i nomi, ma ce ne sono diversi di nuovi romanzi che, giunti alla fine della lettura, ti lasciano un senso di vuoto. Giustamente Fabrizio citava il caso di Zaccuri: e premettendo che “Infinita notte” rappresenta uno dei romanzi migliori in cui viene descritto e ricreato il mondo di Sanremo e del suo entroterra (in certi punti ho ritrovato gli echi del territorio del vicino comune di Bajardo), è vero che comunque il reticolo narrativo fa emergere il senso di una ricerca interiore, di porsi le domande essenziali sul perché e come mai valga la pena vivere, non dunque attraverso una concezione fideistica preconcetta, basata sui paraocchi e sul diniego totale nei confronti di qualsiasi punto di vista, ma con un senso di apertura, uno sguardo sereno verso questo mondo pazzo schizofrenico. Ecco perché, secondo me, la vittoria di “Stabat Mater” ha un senso, e che senso! Perché spingerà l’editoria italiana a credere, a investire in futuro – perché no? – in prodotti narrativi che non siano necessariamente i chick-lit (femminili e maschili), i gialli norvegesi, i fantasy, tutti fenomeni di serializzazione che (sempre secondo il mio modestissimo parere) rischiano di annichilire il mercato, di non fornire un’offerta adeguata al lettore, che magari non è a conoscenza che esistono, sicuramente, decine o forse anche centinaia di romanzi inediti, di identica angolazione rispetto a “Stabat Mater”, ma che non sono scelti per la pubblicazione in quanto ritenuti “non vendibili”. Il successo di “Infinita notte” (per il quale anch’io tifo, per il Campiello) e l’affermazione di “Stabat Mater”, secondo me, rappresentano un significativo segnale per la narrativa italiana, e che merita di non essere sottovalutato. Poi ognuno, giustamente, può pensarla diversamente. Però mi sembrava giusto esprimere anch’io queste considerazioni. Grazie.
fabrizio centofanti detto
ringrazio ancora Achille.
Beppe pensarla diversamente è legittimo, arricchente e stimolante.
ciao!
fabry
Iannozzi Giuseppe detto
Lo penso anch’io, caro Fabry. Poi il tempo saprà dire meglio di noi schierati o per l’una o l’altra parte.
Mi permetto un piccolo OT: ma Napolitano stoppa il ddl sulle intercettazioni. :-) Se non ci fosse lui, non ci sarebbe più nemmeno la parvenza di una democrazia in Italia. Lasciate che lo dica.
lucy detto
evviva venessia il suo leone il suo campanile l’ombra del campanile e le ombre all’ombra. astèngansi assaltatori. felice che un bravo scrittore concittadino possa stregare un publico più ampio e fare un po’ di schèi, cosa anomala, invidiatissima da chi “i schèi” con la penna non li fa, anche se finge che il farli non gli interessi o sia sinonimo – automatico – di cattiva qualità. ogni tanto un bravo cantante gareggia a sanremo: embè, che si fa, si butta? non sono prona, ma beata e resupina, co’ un bel spriss in man, pa’ festegiàr.
Stabat Mater « Squilibri detto
[...] di amare un libro in tempi non sospetti, sottotraccia, e d’improvviso ritrovarlo tra premi e lustrini, polemiche e invidie, sulla bocca di tutti, e non riconoscerlo nell’attenzione [...]
manuel detto
modesta proposta:
e se abolissimo i premi letterari, cinematografici, artistici e quant’altro, (tutt’al più lasciando solo quelli per gli artisti esordienti)?
La cultura non è uno sport, se gioco a calcio e faccio più goal vinco la partita, se corro e arrivo primo vinco la gara, certo, posso doparmi, o imbrogliare, ma è illegale e contro le regole; mentre l’idea di premiare un libro piuttosto che un altro a me sembra scorretta già di partenza, proprio a livello concettuale, a meno che non la si prenda come un simpatico cazzeggio di cui in fondo non frega niente a nessuno, oppure come un modo per promuovere qualcosa che da sola non avrebbe la forza di promuoversi (del tipo quel meraviglioso film cinese, Still Life, che ha vinto a Venezia qualche anno fa, l’abbiamo visto in quattro gatti -come direbbe quel vaticanista del tg3 solertemente accompagnato alla porta-, ma senza il leone d’oro forse in Italia non sarebbe neanche uscito).
Ciao
Manuel
gino spadon detto
Così come nell’ascolto della musica sono generalmente le prime note ad attirare la mia attenzione parimenti avviene nella lettura di un romanzo. Sono le prime pagine, (parlo generalizzando, s’intende) che mi attraggono o mi deludono. Quelle del romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa, recente vincitore del premio “Strega”, non sono certo fatte per entusiasmarmi. Mi ha infastidito la frase “Io sono la mia malattia e la mia cura” che richiama tanto il celebre aforisma di Karl Kraus secondo il quale “la psicoanalisi è quella malattia di cui ritiene di essere la cura”. Consonanza veniale, certo, ma che disturba come disturbano in prosa certe rime o assonanze. Anche lo stile con quelle frasi brevi, tutte singulti, invece di suonarmi come novità mi richiama alla mente certi procedimenti di autori di feuilletons che, essendo pagati a riga, andavano a capo il più spesso possibile, Del contenuto lo specimine di un paio di pagine è troppo breve per dare un giudizio compiuto (lo darò a lettura terminata) ma già basta per un paio di osservazioni Piuttosto discutibile mi sembra tutta la storia dei pesci che agonizzano. Prima l’autore generalizza e dice che “i pesci salgono in superficie, con le bocche spalancate”, poi, immediatamente dopo, individualizza affermando “eccone un altro, viene boccheggiando, muore”. E’ come se io dicessi “Gli uomini soffrono, ma eccone un altro che soffre di più”. Alquanto barocco mi appare il processo delle identificazioni. Tutti i pesci sono “moribondi” ma eccone uno che “boccheggia e muore” ed è l’alter ego dell’io narrante, ed eccone “un altro agonizzante” (???) che incarna “il pensiero del fallimento” vissuto dallo stesso io narrante. Il processo identificativo non è finito perché sulla “riva di un’isola minuscola” c’è una ragazza, che altri non è se non la protagonista, che assiste, senza poter far nulla, alla propria morte. Strana, infine, la causa di questa moria di pesci. Il pesce “Cecilia” (la protagonista del romanzo) è immerso “in un liquido nero, velenoso” ed eccolo salire in superficie… “per morire”. Si direbbe che questo pesce non volesse morire di morte naturale nel mare avvelenato, ma ci tenesse a suicidarsi..
luminamenti detto
La presentazione di Achille Maccapani mi è piaciuta e incuriosita. Ho letto precedenti libri di Scarpa e non mi hanno entusiasmato. Ma mi sembra un ottimo scrittore. Questa presentazione mi ha convinto a insistere a leggerlo ancora. Mi farà solo molto piacere se Scarpa, che considero una persona molto colta, è migliorato. Per quanto riguarda i concorsi a premi non mi piacciono come gli esami all’università, non rispecchiamo il migliore dei migliori.
peppemesteca detto
Il libro si apre e si svolge su livelli alti di scrittura, poetici direi.
La pagina si fa leggere in maniera emozionante.
Quello che stona è il finale.
Le cose sono due: o l’autore sperava che il lettore, soddisfatto di aver gustato una scrittura così poetica, terminasse di leggere prima della fine, oppure l’autore, non sapendo come concludere, ha appiccicato un finale tanto per chiudere, che non soddisfa nessuno.
Lellanun detto
Se posso dire la mia. Piccola lettrice del week end ma che sceglie accuratamente i suoi libri, trovo Stabat Mater un racconto che lascia un sapore dolce, che ti trasporta con i pensieri e tutti i 5 sensi nel mondo della musica.
Seguirò il consiglio di Scarpa e comprerò compact disc di Vivaldi. Comunque trovo Tiziano davvero in pendant con Venezia. Mi verrebbe voglia di conoscerlo!
Ps. Consigliata decisamente la sua guida su Venezia che non è mai nominata da nessuna parte “Venezia è un pesce”.
Antonella