Alex
Posted by lapoesiaelospirito on July 4, 2009
di Roberto Bugliani
Alex
era il tuo nome di battaglia, il nome del rebus tutto interno al monolocale con angolo cottura che avevo affittato per te a mille euri al mese, un rebus da niente nel quale ogni volta mi perdevo come in un labirinto evanescente senza trovare la forza di rifiutare la sfida e fuggire lontano dal tuo corpo di fantasma recidivo, impudico revenant evocato dalle ossessioni di un disegno ancora imbozzolato nei preamboli che ti allargava sulle labbra carnose un blando sorriso di indulgenza.
Senza saperlo ti avevo dato il nome di un comandante guerrigliero di Timor ovest ucciso dall’esercito indonesiano proprio in quell’incanto incendiato di giorni quando le tue braccia apparivano il porto più sicuro a cui approdare per sottrarmi al gelido ventare di oscure predizioni. Ma questo tu non potevi immaginarlo, tu che forse detestavi il nome che per un gioco del rum e del desiderio in un pomeriggio di pioggia e di Corelli ti si era appiccicato addosso uscendo dalla mia bocca tremante macerata nell’andirivieni di sussurri e turbamenti.
Avevo avuto altre storie con altri personaggi, Rigoberto, Oreste, Giada, Rosario, e una Monica dalla faccia lunare e il corpo da anoressica aperto a pietà, ma con te mi illudevo fosse una cosa speciale. Avevo provato prima con un racconto breve, una mezza dozzina di cartelle, una storia di giovani che trascinavano nell’infinito perimetro urbano la loro disperazione rabbiosa di animali votati al Male, e ci eri entrato alla grande, ti eri trovato subito a tuo agio con quel gergo che pareva fosse tuo da sempre e gli assurdi capelli a spazzola, tinti di biondo e di rosso come una parrucca, che avevo scovato per te nella bottega da rigattiere del mio cuore assieme all’orecchino infilato non senza dolore nel capezzolo del tuo petto. Così mi incoraggiasti a strapparti da un destino di gregario, a costruire attorno a te un sogno insensato e puro, a mormorarti l’abc dell’eroe tenebroso prima di consegnare ogni pagina all’avidità luminosa della tua bocca, modellarla sul riflesso d’alabastro dei tuoi occhi, renderla alla verità dei tuoi fremiti e al lampo ferino dei tuoi denti, raccoglierla nello spazio astrale delle tue unghie bugiarde, offrirla all’indulto dei tuoi polpacci dove schiumava un sangue insaziabile e denso, dissiparla nella foga dei tuoi fianchi vigorosi e ricomporla con audacia nell’ordito passionale delle tue dita sottili da ladro.
Non mi dimenticai nemmeno delle tue sigarette preferite, i cui mozziconi avevano cominciato a scandire il ritmo del mio assillo, né delle vecchie scarpe da ginnastica che deponevo la sera ai piedi del tuo letto, dopo averle carezzate trepidamente come un feticcio. Anche i filari dei gelsi impettiti lungo il fiume, la falena dalle grandi ali vellutate che con cerimoniosa insistenza batteva contro il globo di vetro della lampada, la mercuriale luce dell’alba che si sdraiava mollemente sui tetti di ardesia delle case, il vento fanciullo che danzava in vortice con foglie e carte disperdendo gli acidi umori della notte, ogni cosa era per il tuo piacere, perché potessi godere di un creato che ti si apriva dinanzi agli occhi come un paesaggio seducente e ti potessi contemplare nello specchio d’un mondo intagliato a tua immagine e somiglianza. Tu eri il Signore di un regno d’inchiostro che ti osannava oltre ogni limite, e da quella torre d’avorio ti rivelasti il carnefice impietoso delle mie patetiche illusioni.
Negli incontri successivi stabilii che nessun lettore a nessun prezzo avrebbe carezzato pagine perlacee e seriche come la tua pelle, nessun estraneo avrebbe frugato con indecente curiosità nel tuo sguardo impulsivo e cristallino, nessun simile mi avrebbe sottratto la gioia commossa d’un tuo sorriso complice, né avrebbe condiviso le mie golose palpitazioni a ogni tua erezione. Allora ti costrinsi nell’oscurità sigillata d’un faldone fondo come uno scrigno, condannandoti alla signoria della mia voce screziata di tenerezza nel più intenso legame d’amore che mai la vita di un uomo ha conosciuto. Come un ossesso mi inebriavo le nari fino a saturarle degli aromi carnali del tuo giardino primaverile e assaporavo piano, per non sconcertarti, le gemme roride di rugiada dei tuoi sensi, sapendo che solo la mia assoluta follia poteva trattenere nelle maglie della sua rete dorata la tua giovinezza, altrimenti fuggevole nel crocevia del tempo scandito da orologi e doveri.
Non so se l’estasi di giorni privi di ore, impetuosi come il desiderio a ogni istante rinnovato dal possesso, offuscò la drammatica verità del mio corpo che sfioriva, o se l’incontenibile gelosia, l’egoismo sfrenato del dominio, la voluttà d’un piacere clandestino o l’incubo della solitudine a venire furono motivi adeguati, ragioni capaci di gridare il tuo osceno tradimento consumato con la crudeltà capricciosa di quell’orgoglio che ti scopristi nel sorriso di superiorità con cui hai accompanato i miei singhiozzi furibondi quando ti eleggesti a giudice del tuo destino di personaggio di successo, mentre la cortina di fumo dell’ultima sigaretta ti separava dal nostro passato disordinato e tumultuoso, e te ne andasti per il mondo col primo direttore editoriale che lusingò la tua smisurata vanità promettendoti cinque ristampe in due mesi, senza voltarti a interrogare questa statua di sale che ti lasciavi alle spalle come un simulacro.
Adesso senza il tuo fiato il filo d’inchiostro non corre più, ma frana in verticale teso e freddo come una corda alla cui estremità si allarga il cappio della mia disperazione.














