Il dono della notte
Posted by sgolisch on July 4, 2009
di Cristina Annino
Con la sua raccolta poetica Il dono della notte ( Passigli Poesia, città di castello, 2008), Emilio Coco descrive gli ultimi giorni – 5 luglio,23 agosto- della malattia del fratello Michele. Il libro è strutturato in quattro parti, esattamente quanti sono stati i reparti ospedalieri durante la degenza. Una tale scansione gemellare direi, di poesia e di luogo, moltiplica ad altissimo grado la potenza lirica del testo. Alla personale sciagura si aggiunge un ulteriore elemento, quello della suggestione non meno dolente dell’iconografia. Il tutto appare così più fulmineo perché accorciato, stretto, appunto sacrificale: le quattro Stazioni del dolore, o i quattro atti teatrali di una rappresentazione tragica. L’intera storia emotiva poggia su un solo piano, quello ottico e l’emittente è unico, Emilio. In una dolente cerniera, egli incolla a sé ogni gesto, respiro, pensiero, ogni spostamento minimo del fratello, insieme a statuette di santi, lenzuola, oggetti, corridoi, riuscendoci col solo strumento investigativo dello sguardo. Il più tragico e il più intelligente dei sensi umani. Questo è, sì, rivolto comprensibilmente al grande vuoto della nostra dimensione esistenziale, ma costituisce anche un intervento cinesico che opera una doppia manipolazione. Emilio infatti non genera o assiste solo il dolore, ma registra, controlla, qualifica insomma la realtà del legame fraterno, e inoltre, impiega determinate strategie espositive che portano i sui testi ben oltre il territorio puramente verbale. Proprio per questo, leggendo le sue poesie, più che sulla parte strettamente emotiva, preferisco insistere sulla struttura iconica di queste, quale logica derivazione di impianto o costruzione testuale. Scelgo come testimonianza la lirica a pag.22:
Ora dormi scomposto nel tuo letto
con i piedi schiacciati sulla sbarra
e il capo scivolato dal cuscino.
Ti svegli e ti apri ad un sorriso
se ti parlo di giambi e di anapesti.
C’è ancora posto nel cervello roso
per Catullo e i poeti palatini.
Leggendo questa lirica ci ritroviamo un deciso impianto pittorico che fa pensare a Mantegna soprattutto e, se estendiamo un tale parallelismo anche alle poesie precedenti l’ultima composizione prima della silloge conclusiva “Corpo Assente”,potremmo pensare presumibilmente alla Cacciata dal Paradiso di Masaccio. Cacciata della bellezza dal Paradiso. Pag 17 “Ragazzo, t’adoravo come un dio,/ un portentoso dio dai capelli/ ondulati e lucenti. Acora“…mi soffocavi con la tua bravura/ col tuo sapere tutto e aver ragione/ sempre e comunque.”/ Stessa pagina “..in un letto troppo corto/ per la corporatura da gigante,/, senza la barba che ti conferiva/ quell’aria d’impotenza e distinzione/ che io non ho mai avute./”. Pag.42 “ Conteso tra due donne, adori l’una, dall’altra sei sbranato- E se quest’ultima/per te sospira languida, ti burli/ del suo amore e insaziabile divori/ le labbra della prima/”. Pensando appunto alla Cacciata dal Paradiso, quanto affermo non è legittimato dal sopraggiungere del valore di non durata, del Termine, e che questo uscire cacciati sia, nella raffigurazione e nella realtà di Michele, l’avvento dell’Avvenimento:caduta in basso nel dipinto (intenzione didascalica), verso l’alto per il fratello, come norma o convenzione. Quel che mi interessa rilevare, va concepito in termini di mutazione figurativa. La contemporaneità vita-morte mi sembra infatti riconducibile all’indistinguibile binomio pittura-scultura, nel momento cioè in cui un soggetto si solidifica nel quadro, oppure quando viene raffigurata pittoricamente una colonna. Continuando tale linea interpretativa dei testi di Coco, direi che il suo materiale espressivo sembra stendersi cromaticamente, con resa anche olfattiva se possibile (l’odore della cera sul pavimento, lo sfilacciare oleoso dei lumini, il detersivo usato nella corsia dei due ospedali) su predelle d’altare, ognuna con intorno a sé la raffigurazione degli oggetti del martirio, oscillando ogni riquadro tra concretezza ed evaporazione. Ciascuna linea pittorica=ciascun endecasillabo si trasmutano tra loro in un’apparente ricodificazione per rapprendersi entrambi e allo stesso tempo nella ritualità rappresentata. Si ha dunque nel libro, ancora una volta, annullamento come cacciata dalla propria condizione apparente ( umana) in virtù di un trasferimento altrettanto apparente perché appunto iconografico. Coco usa le immagini per quel che sono, narra il corso della malattia attraverso arnesi utili e desolatamente umani: pag 19 “…ora ti trovi in questo letto/ con la tua brava flebo e con il ghiaccio,/ servono a riassorbire l’ematoma,..”, pag.25 “la notte è meglio che la faccia un unomo/si scopre tutto e vuole andare al bagno/ogni due ore a causa della flebo./, pag.28. “Dalle stanze mi arrivano rumori/ di tossi secche e sputi catarrosi./, pag.31 “se portavi la mano sul catetere/ o ti sfilavi l’ago dalla vena./, pag.37 “e la tua mano che frugava ansiosa nel pannolone in cerca del catetere…”, pag.50 “Liultima flebo stenta a gocciolare./ Hai la febbre a quaranta da due giorni/ma il corpo è freddo e le unghie sono livide.” Proprio tale fedeltà realistica da parte dell’autore rende questi oggetti, come dicevamo sopra, le cause rituali del dolore. Allo stesso modo dei chiodi, corde e martelli ecc, nelle raffigurazioni religiose medievali sintetizzano ogni singola storia di martirio. Arnesi “intriganti” in quanto imprescindibili dall’evento ma ancor più choccanti perché esterni alla centralità del soggetto. Nelle poesie, essi, ovviamente, da causa diventano effetto, però mi sembrano parimenti informativi, nel loro rigore senza compromessi lessicali, che una terribile Cosa sta cacciando la bellezza dalla “storia”, per una colpa non commessa o perché l’eccesso di qualità diventa storicamente una colpa, e quindi li possiamo, immaginare, tali strumenti, predestinati a cadere sopra quel corpo. Si ha insomma ancora la rappresentazione sintetica del rito. Se del resto è vero che solo con l’autodistruzione può finire qualcosa, finché c’è rito c’è speranza e la trasformazione è innegabilmente rituale. Così come la forza inconscia di ogni ritualità è costituita dallo sguardo. Nella silloge finale “Corpo assente”, il distacco anche se recente ma già da sùbito distanza infinita per ogni calcolo umano, sembra bloccarsi in un recente per sempre diremmo, grazie ai mezzi di luce e spazio propri del cervello visivo. La distanza si ricompone in bellezza anche se soltanto simbolica. Questo non avviene semplicemente per il rigurgito di realtà affettiva in chi resta, ma perché si incorpora l’idea del simbolo, quindi ancora una volta, diremmo, della rappresentazione iconica. Ogni discorso di senso mette fine alle apparenze (“So che più non sarà com’era prima”, pag56), ma ogni discorso, possiamo aggiungere, si basa su un’apparenza propria, e dunque fallirebbe proprio come discorso se si volatilizzassero del tutto le apparenze: Pag.53 “…un giorno scrivereme insieme/il più bel libro della nostra vita. /Io metterò le mie umili parole/tu la raffinatezza della forma/ereditata dagli anti greci./ No, non può essere vera la tua morte/. In queste quattro mini architetture o predelle del percorso doloroso di Michele, oltre all’umanità che dà strazio, c’è la fiducia o affidamento nel controllo (mi riferisco anche alla grande cultura e creatività di Michele) compositivo e conservatore dell’arte che è pur sempre una componente umana ma transtemporale. C’è consacrazione: quel fermo immagine dell’icona,(“Che faranno i tuoi libri nello studio?/) c’è la cornice; il potere ancora terreno di chi può lasciare un insegnamento, vale a dire un personale controllo. Stessa pagina: “…ti ringrazio per avermi insegnato che in poesia/ è questione di musica e di ritmo:”/ oppre, pag.59 “Lì resteremo eternamente giovani,…/”. Quindi l’allontanamento, o la cacciata si ricondensano dopo l’evaporazione dell’evento e non si esce mai dall’apparenza iconica. Che ciò avvenga per motivi tradizionalmente intesi come fede o altro, poco importa. In tutte le liriche dell’autore si avverte la non accettazione della fine quanto invece è evidente la mancanza di qualsiasi speranza miracolistica, anche se a volte sperata e implorata. Il ruolo registico di Emilio in questo libro si qualifica sempre come discorso di senso. Egli infatti non vuol mettere fine alle apparenze, ma tramutarle, fissandole nell’ordine lento del simbolico, per sottrarsi, chissà, alla violenza dell’interpretazione convensionale. Ma questo, ripeto, poco conta.















franz krauspenhaar said
ciao grande cristina, un abbraccio!
nadia agustoni said
Una bella recensione. Grazie.
cristina annino said
Ciao, Franz, ma dove sei finito? Sono contenta che ti sia piaciuta la nota critica. Grazie anche a Nadia. Cristina. (eggete il libro, ne vale proprio la pena).
Angelo Coco said
Bellissima recensione. Brava.
piera mattei said
direi che il libro di Coco è un libro sul dolore di fronte alla decadenza che la malattia comporta in chi si ama e si è sentito sempre grande e nobile. L’ho letto anche come un libro sulla difficoltà di credere (per un credente)di fronte alla constatazione che la implorata miracolosa guarigione,non per sé, ma per l’altro, non avviene.
Certo, sì Cristina, possiamo evocare il Mantegna di fronte ai piedi che escono dal lenzuolo.Tu, al solito, sei acutissima e le scene del dolore le vedi come fossero dipinte, allontandole nello sguardo dell’arte.
cristina annino said
Beh, Piera, non mi sono certo bastati i piedi di Michele per pensare al Mantegna (questo lo intuirai facilmente). Nè ho voluto allontanare il dolore nel magnifico corridoio dell’arte. Del resto ogni rappresentazione figurativa, una certa rappresentazione intendo,costituisce la massima codificazione del tragico anche solo terreno. Magari ho inteso dargli il senso di una parimenti degna strutturazione e quello infinitamente più sfortunato di una maggior durata.
Ringrazio per l’intervento, ma soprattutto grazie a Stefanie Golisch per averlo postato, Cristina.
cristina annino said
“postata la mia recensione”, volevo dire.