La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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    METROMORFOSI infocritica



Forse, di Andrea Sartori

Posted by andrea1sartori on July 10, 2009

«Forse sto costeggiando la follia», pensa Alberto quasi ogni giorno, illudendosi di trovare la sicurezza di non esservi precipitato. Ma come fa ad esserne sicuro se proprio lui è l’inquilino della sua mente? Chi può dirgli qualcosa di certo in merito alle sue condizioni, chi può dargli un parere informato circa le pareti della sua casa più privata, il suo cervello? Chi di coloro che stanno là fuori può dirgli la verità? Una figura autorevole di cui avere fiducia? Una persona amata? L’unica cosa che sa è che si sente solo, contagiato da un veleno. Deve fare affidamento a null’altro che alle sue forze. Lui, che fin da quando è entrato nell’età della ragione si è percepito essenzialmente come un malato, per essere qualcuno di diverso ha a disposizione solo se stesso. Non si conosce altrimenti, e nessuno può conoscerlo meglio di lui. No, nessuno ha il diritto di intervenire. Compirebbe una violenza. Solo Alberto conosce Alberto. Per questo, comunicare, secondo lui, significa perdere se stessi, venire derisi, rivelarsi incapaci di stare al mondo. Ecco che cosa penserebbero di Alberto. Egli non ha in sé la minima forza per sopportare l’opinione altrui, per entrare in relazione con qualcuno. È ingabbiato nella roccaforte della sua anima, incastrato nel suo stesso pensiero, a contatto con forme, luoghi, volti, tempi del tutto nuovi, e perciò estranei ed inquietanti. Il punto inesteso che è divenuto e che gli sembra di essere sempre stato, l’atomo concettuale su cui ha intessuto una vita di variazioni, si sposta continuamente, oscilla in tutte le direzioni, ed egli non può fare a meno di rincorrersi, cercando di afferrare un lembo di se stesso, per dire, finalmente, «io sono questo, io sono qui, sono io, ora», ma ogni certezza raggiunta trapassa in un tempo già accaduto, in un universo immenso e sconosciuto, troppo complicato, ambiguo, per essere trattenuto. Ad un occhio esterno egli appare chiuso in se stesso e prossimo all’autismo. Ma questa, in realtà, è l’osservazione più banale che si possa fare in un tale frangente. Alberto è piuttosto completamente aperto al mondo, non per inglobarlo in sé, ma per cadervi senza rimedio, a scapito della sua identità più radicata.
La sua pelle è una superficie sensibilissima che lo traspone negli oggetti percepiti e sulla quale si materializzano le ragnatele lanose di un passato che la sera, quando costeggia gli alberi del viale per tornare all’alloggio in cui abita, si strappa dal volto, alla ricerca di un sé ripulito, giovane, rinato. Ma dentro il suo corpo annusa l’odore deciso del cadavere. A volte gli pare di non esistere più, di essere ridotto ad un fascio scoperto di sensazioni senza centro, in balia di tutto e di tutti, incapace di difendersi, di articolare parole sensate, spinto all’identificazione con le cose, e le persone, in cui s’imbatte. Incarnazione di una strana forma di scetticismo che mischia dubbio sgomentante e assoluta certezza.
Di conseguenza il suo linguaggio è mutato. Da qualche tempo si esibisce in esercizi di glossolalia fini a se stessi, non più volti, come accadeva nei mesi passati, a stupire gli amici nei momenti di euforia causati dall’alcool. Allora egli imitava in chiave parodistica il modo di parlare dei vecchi veneziani che, a loro volta ubriachi – la sera come al mattino – vociavano nelle calli. Adesso la ragione del suo comportamento è più profonda e sofferta. Riproduce, in uno scorcio di delirio, la voce gridata, le parole sfarinate, il gorgoglio del linguaggio, la notte della conservazione, che si situano al di qua della distinzione di ragione e follia, senso e non senso, normale e patologico, rappresentazione e oggetto. Il verso animale e l’afflato sfinterico della parola rappresentano la materia di una recita senza attore, e lo piombano in un vuoto di coordinate divaricate, tali da alterare la collocazione degli oggetti e delle persone. Di questo è testimonianza coatta il suo parlare regredito alla lallazione, che lo rende simile a un ebete, a una bestia o a un bambino. È questa, pensa, una diminuzione di sé in qualche modo necessaria, un annichilimento coincidente con la rimessa in gioco del possibile, se un possibile v’è ancora.
Gli passa per la mente, all’approssimarsi dell’inverno, che gli sia concessa la resurrezione, oppure che stia già vivendo da resuscitato o, ancora, che sia un’anima invisibile ritornata sulla terra. Non sa dire con veridicità chi sia, e quest’impossibilità è per lui l’originario grido dell’animale morente in procinto di passare nell’umano, il punto cieco, il fondamento senza fondo, l’onniavvolgente totale contraddittorietà del mondo, dell’essere e dell’uomo, la soglia inferiore dell’umano. Pagando con la moneta della sofferenza personale, di un indicibile disorientamento, è divenuto per sé un animale ma anche un dio. Non v’è più differenza tra il gas intestinale e una parola di saluto o di commiato, tra una bestemmia ed una preghiera. Calde zaffate e refoli di merda lo assalgono quando, per le calli di Venezia, passa vicino ad una finestra aperta e coglie lo scarico del cesso propagarsi nell’aria fredda del tramonto, in modo analogo all’acido sbuffare dei mostri nella casa degli orrori di un Luna Park.
La sua ricerca filosofica, originariamente rivolta alla dialettica iperuranica delle idee, poi alla fenomenologia dell’autocoscienza, infine alla rielaborazione dei vicoli ciechi del pensiero critico, è da ultimo sfociata nel tubo di scarico dell’ignobile. D’altra parte, al fondo di tutte le sue convinzioni razionali, non v’è mai stata una vera e propria logica, ma solo una Stimmung, un umore legato a un’atmosfera, e quindi non si può dire che sia mai stato un vero e proprio filosofo. Neppure in quello che crede il suo punto di morte.
Accade così che una sera, nel tentativo inspiegabile di saltare su di una barca ormeggiata, scivoli nel Rio dei Tre Ponti, a difendere un realismo ormai grottesco tramutatosi, forse per chi lo osserva da vicino, ma non per lui, in immaginazione della realtà, in fantasia sfrenata e senza vincoli, autonoma dai suoi stessi pensieri, votata alla distruzione.
«Forse sto costeggiando la follia», pensa Alberto (…).

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