La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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Gli acquerelli di Hitler

Posted by robertoplevano on July 13, 2009

AHChurchSpire
di R. P.

«I never had a real understanding of how you take a failed landscape painter and turn him into a fanatical mad man who controls millions. That’s some trick. I mean the powers that created him must have been awesome.»
Bob Dylan (da qui)

Uscir fuori allo scoperto. Pubblicare. Mica era tutto chiaro e prevedibile, all’inizio. Sì, sì, qualcosa da dire, una storia da raccontare, puntualizzare davanti al mondo, tardivamente, certe faccende, passate ormai come mozzarelle dell’altr’anno. Vincere il dubbio che quelle mie parole che mi illudo venire da dentro, siano inutili, proprio parole al vento, parole che non possono cambiare niente (no, quel dubbio non si vince, è sempre più forte e non è nemmeno più dubbio, mutato intanto in certezza). Scontando l’inanità dell’impresa, rimane la vanità personale allora, certo, perché no? Che c’è di male? Si può sopprimere tutto quel garbuglio di strategie comunicative, di ostentato contegno, di atteggiamenti, che sono per noi la ruota del pavone? Vivi nascosto. Ma quando mai!

Pubblicare ha implicato, lo comprendo adesso, entrare in una dimensione pubblica, a cui non ci si può sottrarre, se la dinamica delle reazioni e dei riscontri – appunto pubblici, difficilmente prevedibili – prende una piega non desiderabile. Silenzi. Giudizi acidi. Ancora silenzi. Inaspettate lodi. Deprezzamenti. E vuol dire convenire in imbarazzante prossimità con tanti con cui, fino a ieri, si usava semplicemente distaccata cortesia.

Non tra gli ultimi, la collega con cui, in due anni, ho tutt’al più preso il caffè delle dieci, che è un caffè interlocutorio e frettoloso, mica quello delle ottoetrenta o di fine pranzo, che più lo mandi giù più ti dispone a guardare con qualche simpatia le facce intorno a te. Anche se sai poco di quello che c’è dietro le facce. La collega acquista il libro, giusto una cortesia nell’ambiente di lavoro, ma poi, invece di riporlo in alto nello scaffale dei libri subito dimenticati, lo legge immediatamente. Dal mese scorso il caffè delle dieci è diventato una continua interrogazione, un’indagine sui fatti episodi e accidenti della mia vita che avrei trasfigurato sulla pagina. Sui luoghi descritti. Sulle consonanze del sentire. Mi ha scritto anche una mail:

From: Blanche_DuBois@streetcar.ad.libitum.com
Subject: il tuo romanzo
Date: Sunday, May 21, 2009 8:36 PM
To: errepi
«… a momenti vorrei essere io ad aver scritto certe tue considerazioni perché le sento così intensamente mie che quasi ho “invidia” e “pudore” che qualcuno oltre me senta quello che sento io.
Grazie ancora e sappi che con questo lavoro sei diventato “un tocheto” del mio cuore!»

E allora, qui, davanti a questi attestati di un sentimento prossimo alla stima e alla gratitudine, ci si dovrebbe sentire, come dire, lusingati, orgogliosi, no? Si è data voce a emozioni, esperienze altrimenti inespresse, si sono trovate le parole per chi ne aveva bisogno e ha magari lungamente cercato. Il dispositivo mimetico del testo letterario.

In realtà, faccio fatica a tenerla seria, la faccia. Concepire, scrivere, pubblicare un libro di narrativa è una fissazione da megalomani. Roba da impostori, da usurpatori di buoni sentimenti, da gente che non sa frenare un impulso smisurato e fuori luogo. L’ho sospettato da quando ho preso a leggere per abitudine, ora lo so con certezza. Di mio ho aggiunto presunzione e dilettantismo, come avevo scritto, dopo un lungo esitare, a chi poteva dare un buon consiglio, nel giugno (ancora giugno! mese fatidico) di due anni fa, quando nacque l’idea di rendere pubblico – quasi extrema ratio – il… che cosa? Il mio testo, quello che non era il prodotto di lavoro regolarmente ricompensato, quello per cui avevo sottratto tempo e altre risorse preziosissime alle Cose Davvero Importanti:

From: errepi
Subject: ciao, hai un momento?
Date: June 15, 2007 05:13:05 AM EDT
To: june_is_not_that_better@wasteland.lit3agency.it
«… trascorrere lunghe ore al mio tavolo, a scrivere cose che non centravano per nulla con la mia attività sui manoscritti dei conventi francescani. Durò alcuni mesi. Il prodotto di quelle ore non è certamente un granché nel complesso e non mi ha dato soddisfazione: è brutto vedere oggettivati in modo così palese i propri limiti di dilettante…»

Risposta arrivò, guardinga, piena di cautele, solo mesi e mesi dopo. Nessun consiglio. Chi potrebbe darne di buoni, se li tiene stretti. Credo che certe persone abbiano a noia i dilettanti, nel lavoro e nella vita. Queste persone non fanno nulla a caso, tengono dietro alle decisioni che prendono, e non perdono tempo, perché tempo per frivolezze non hanno.

A me invece la vita da dilettante pare essere congenita, una vita improvvisata, senza… beh… diletto, senza copione, senza costrutto. Una prolungata pantomima, che si sa temporanea, ma di cui non si cerca il finale. Cose iniziate a caso, non finite, che non hanno capo (e nemmeno una coda). Il mio scritto… una bagatella.

Che sia questa una verità, umana e delle cose, che in qualche modo è necessario comunicare? La realtà, umana e delle cose, che ho voluto rincorrere?

Con tutti i limiti del caso, del lamentevole caso umano che mi fissa dallo specchio. Le imperfezioni dello stile, l’assenza di arte, anche di feroce determinazione al fare. Come un imbrattatele privo di talento e istruzione, che sceglie senza criterio l’angolo in cui posare il cavalletto, e il soggetto, e l’inquadratura, e non ha nessuna idea che la pittura è una questione di luce, che cambia sempre e che vuole dal pittore il più grande adattamento.

Davanti a questo bozzetto di torre cilindrica… non si capisce se sia un campanile, un’architettura moresca (pare un minareto), una torre di avvistamento… che si erge sotto un cielo color pietra antica dietro ciuffi di vegetazione incolta (facile scorgerci l’emblema fallico), racchiusa a sua volta da un recinto di rovine, e come messa da parte e impedita da un arco incongruo, anch’esso diroccato, che fa da vero centro prospettico del dipinto. In primo piano figurine umane e animali, ferme e prive di vita. Questa – penso – è roba fatta in fretta, senza pensare, senza cura di composizione, armonia, bilanciamento, dipinta per essere venduta per due soldi all’angolo della strada, o commissionata da un venditore di cornici.

I dipinti di Adolf Hitler suscitano di tanto in tanto interesse, in occasione di vendite all’asta, dei prezzi di prima stima e di quelli reali a cui vengono venduti, in genere alti, non altissimi, nemmeno oggi, ma comunque ben superiori a quelli strappati da quadri di Churchill e Eisenhower. Hitler dipinse centinaia, forse migliaia, di pitture e disegni, dal periodo in cui visse a Vienna arrangiandosi con lavoretti saltuari fino agli anni di Monaco dopo la fine della Grande Guerra, e anche più tardi tornava occasionalmente al cavalletto, tra un impegno e l’altro. Gran parte dei dipinti furono venduti sulle strade ad aquirenti occasionali. Curiosamente, a tutt’oggi nessun critico d’arte ha mai tentato di discutere il valore artistico di questi lavori, nemmeno come provocazione. Gli storici hanno preso in esame la carriera politica di Hitler, e alcuni di essi, tra revisionisti e apologia del nazismo tout court, hanno mostrato talora una certa fantasia. La pittura invece è stata archiviata come una dilettantesca e temporanea occupazione (cosa che potrebbe essere detta anche della sua attività politica, dilettantesca e temporanea, e anche grossolana, salvo che Hitler trovò maggior credito e consenso nella capacità di politico piuttosto che in quella di pittore, e l’arte ammazza meno della politica). Hitler tuttavia attribuiva importanza ai suoi dipinti, e ne fece dono in occasioni solenni ai suoi fedelissimi e a capi di stato come Mussolini. Nel 1935 il NSDAP ricevette l’ordine di acquistare, o ottenere con altri mezzi, tutti i dipinti, probabilmente allo scopo di creare a Linz una galleria permanente. Un anno dopo uscì una strenna di regime celebratoria con una selezione di lavori risalenti al 1914-1917, pubblicata per i tipi di una delle molte imprese possedute da Hermann Göring, la fabbrica di sigarette Cigaretten-Bilderdienst Hamburg-Bahrenfeld (Adolf Hitler: Bilder aus dem Leben des Führers, Hamburg/Bahrenfeld, 1936). Nel 1942, nel mezzo del conflitto, i lavori di Hitler furono posti sotto vincolo dal Ministero degli Interni tedesco come opere di importanza nazionale.

Ben nota è la vicenda della mancata ammissione del giovane Adolf all’Accademia delle Belle Arti di Vienna nel 1907 e 1908: Hitler fu giudicato “inadatto alla pittura” e invitato a dedicarsi all’architettura. All’epoca direttore del dipartimento di pittura all’Accademia era Christian Griepenkerl, il cui gusto tradizionale, la ripresa di temi classici e mitologici, ne aveva fatto uno dei decoratori preferiti delle dimore dell’aristocrazia austriaca.

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Questo paesaggio di campagna in acquerello fu presentato da Hitler con la domanda di ammissione all’Accademia di Belle Arti di Vienna nel 1907

Sarebbe molto facile imputare alla stolidità degli esaminatori il senso di rigetto e di esclusione dagli ambienti che contano, e la frustrazione di un aspirante artista diciottenne, che sarebbero poi mutati in rancore, eccitazione nazionalistica, antisemitismo, fantasie della razza ariana e guerra all’umanità. In realtà, la commissione fece con cura il suo lavoro. I quadretti del candidato erano delle croste che tutt’al più rivelavano una certa diligenza nella resa di architetture e dettagli, e un’incapacità senza rimedio nella pittura delle figure umane, tratteggiate in proporzioni minuscole e fuori scala rispetto ad architetture e paesaggi, rigide, senza plasticità. Ciò che invece oggi appare strano è la mancanza di qualsiasi senso di sperimentalismo, di ricerca, di una traccia della complessità dei linguaggi artistici dell’inizio del Novecento. Un pittore adolescente a Vienna, prima della guerra, intento a compitare poche tecniche elementari, a lavorare in isolamento e da autodidatta, piuttosto che a coltivare una qualsiasi curiosità, stilistica, estetica, magari tematica, sulle opere dei suoi contemporanei, e sull’ambiente intorno a lui.

I suoi modelli erano il pittoresco delle cartoline postali, le stampe decorate a mano, le scenette pastorali di gusto popolare e contadino… l’immagine che suscita la perenne nostalgia di una vita semplice, regolare come il ciclo delle stagioni, mai esistita per nessuno… vedute di città al modo di un tardo romanticismo dozzinale e adatto alla vendita veloce. Nulla dell’accademia da cui era stato respinto. Un repertorio limitato, scarsa tecnica di base per rendere il chiaroscuro, le luci e ombre. Un idea di bellezza molto ristretta.

Nel primo romanzo della Ferrante così viene descritto il padre di Delia, un uomo incolto, brutale e opprimente, che si arrangia a vivere come pittore di strada:
«Era un uomo insoddisfatto. Forse non era sempre stato così ma lo era diventato da quando aveva smesso di girovagare per il rione arrangiandosi a decorare banchi di negozi o carretti in cambio di cibo, ed era finito a dipingere, su tele non ancora fissate ai telai, pastorelle, marine, nature morte, paesaggi esotici ed eserciti di zingare. Si immaginava chissà quale destino e si infuriava perché la vita non mutava, perché Amalia non credeva che sarebbe mutata, perché la gente non lo stimava come doveva». Elena Ferrante, L’amore molesto (Roma 1992), cap. X.
Questo padre è incapace di frenare i suoi impulsi interiori, non distingue tra gelose ossessioni e realtà. Per sua mano, la madre Amalia ha vissuto una vita di abusi prima di decidersi a vivere sola.

La Ferrante disegna il carattere di un uomo che possiede ambizioni artistiche, ma è privo del giudizio e della decenza – e dell’educazione – necessari per avere una realistica idea di se stessi, e di rimando degli altri. È difficile dire se ci siano relazioni significative tra Hitler pittore e Hitler politico. Significative per quanto attiene al profilo psicologico, all’esame storico, alla valutazione politica, al giudizio morale. Ai totalitarismi è congeniale una forte ispirazione estetica, nell’organizzazione, nella comunicazione, perché sono per natura portati a formare il consenso su una base emotiva, non razionale (ammettendo il caso che il consenso politico si possa ottenere su base razionale…). La riorganizzazione e la tutela degli interessi materiali riguarda sempre una parte piccola della popolazione, molto più esigua rispetto alla base sociale che assicura stabilità al regime, e che viene gratificata principalmente in maniera immateriale, ideologica. Il principe fa uso degli artisti pronti a produrre le gratificazioni immateriali via via impiegate. Da Ottaviano Augusto a Stalin, una lista di formidabili, efficacissimi impresari e critici artistici e letterari.

Nella vicenda di Hitler, la biografia passa da una pittura del mondo convenzionale e stereotipata al concretizzarsi di oscure fantasie assemblate sull’esperienza della guerra e della propaganda politica popolare. Antisemitismo, la pugnalata alla schiena, i Freikorps, lo spazio vitale, una propaganda che faceva leva su rabbia, malcontento, sulla contrapposizione (non dialettica) amico/nemico. Il politico divenuto Fuehrer tiene d’occhio il campo artistico, ed esercita la critica con l’acrimonia che solo un personale fallimento artistico può affilare. L’arte vera è messa alla berlina come degenerata solo in base a un giudizio estetico, la politica, per una volta, c’entra poco, e viene dopo: una considerazione accessoria.

Prima di questo ubriacante divenire adulto, un ragazzo pittore si arrangia a vendere le sue tele – di gusto provinciale, oggi diremmo kitsch – ai borghesucci viennesi, ai bottegai, alla povera gente. Vedute familiari della città e paesaggi di campagna, la campagna piatta intorno a Linz, dipinta a memoria, a memoria di bambino, trasfigurata in una fantasia idilliaca. I compratori acquistavano un tranquillo, rassicurante paesaggio agrario, sapevano abbastanza per non vederci dentro nulla di più. Il pittore, forse, credeva invece che nelle sue vedute ci fosse autenticità, l’unica possibile; credeva di catturare, e vendere, i luoghi di un’infanzia. E così quell’occhio, davanti alla campagna, davanti ai poderi e ai fabbricati, vedeva sempre le stesse cose, e solo e sempre quelle. Nei dipinti c’è il dettaglio, ma nessun senso di meraviglia, né stupore, nemmeno un’attesa di qualcosa di inaspettato, nemmeno una domanda. Solo il rassicurante sempre uguale, mandato a memoria, dall’occhio alla mano. Anche il cielo è il medesimo nella maggior parte dei dipinti: né albe né tramonti, un perenne meriggio, un cielo di foschia, le nuvole dai contorni mal definiti. Le medesime condizioni di luce, una luce che aggiunge pesantezza e fissità – immutabilità – agli oggetti, nonostante la morbidezza dei toni.

C’è da stupirsi che la raffazzonata ideologia nazionalsocialista messa insieme in Mein Kampf durante il soggiorno nelle carceri bavaresi sia al cuore un’utopia rurale e reazionaria, un mondo di fattori-guerrieri tutti uguali? Una terra bonificata di tutto ciò che non entra nella veduta, che non trova posto nell’estetica. E se l’estetica, cioè la visione, è rudimentale, molto bisogna rimuovere. Secondo l’ottica propria di quella visione, un’ottica disturbata, mutilata: un’ottica che può muovere fanatismo, paranoia, distruzione.

Ma, di solito, gli esseri umani non dimenticano il senso del limite, del loro limite. Di solito, l’estetica viene applicata all’esperienza del bello, a ciò che si considera arte, e tutto questo rimane circoscritto, nel gran mare dell’esperienza umana. L’estetica non diviene un criterio assoluto. Di solito. Eppure, una combinazione di circostanze, una peculiare inclinazione personale, un’incapacità singolare di far fronte al Trauma del Vivere, possono fare dell’estetica una mania, una nevrosi compulsiva, una norma inderogabile, una necessità di natura, un destino rincorso e alimentato da tutte le amarezze, le beffe della sorte. Un credo, una fede feroce.

Ravenna è lontana, distilla
veleno una fede feroce.
Che vuole da te? Non si cede
voce, leggenda o destino…

La fallita ammissione all’Accademia, si diceva, può far partire il giochetto “e se invece…?”, o la storiella dell’artista frustrato metamorfizzato in tiranno dominatore del mondo. Ci si potrebbe costruire un argomento per aprire i finanziamenti agli Istituti d’Arte, alle Facoltà di Lettere e Filosofia, alle Accademie di Arte Drammatica. Rilassare gli standard di ammissione. Largheggiare in borse, assegni di ricerca, contratti: è meglio che i facilmente impressionabili, gli ipersensibili, gli agitati, gli esaltati, gli egomaniaci, i logorroici, i razzisti, i pazzoidi, stiano dentro un istituto, non fuori, che non si sa mai. Ma l’argomento non vale: se davvero i piccoli Hitler crescono nell’esclusione dalle istituzioni formative, allora, dal momento che non si sono mai visti come oggi tanti candidati non ammessi, ricercatori a spasso, addottorati alla ricerca di una ricerca qualsiasi, assegnisti segati, contrattisti non rinnovati, attori all’elemosina, borsisti sospesi, madonnari con il diploma, speranze troncate; dal momento che stagionati culi di pietra, durissimi, occupano ogni cattedra e ogni scrivania e non fanno posto, dovremmo incontrare agitatori politici arrabbiatissimi ad ogni angolo di strada… un momento… guardo giù dalla finestra… c’è clamore in piazza… No, niente, è sabato e i tifosi del Vicenza festeggiano… rimaniamo in B… loro hanno qualcosa da festeggiare. Noi continuamo a vivere in questo paese, che pare gettare in una fornace tutte le sue cose migliori, tutte le energie delle persone di buona volontà, tutto quello che a fatica le passate generazioni hanno tramandato fino a ora. Questo paese che tutto intero sembra un laboratorio di modificazioni genetiche… e c’è chi parla di arretratezza!

In realtà Hitler era già incistato di antisemitismo fin dagli anni di Linz. Gli adoloscenti sono molto sensibili ai discorsi che si sentono in giro. Assorbono i messaggi come spugne. Li smontano e li assemblano a costruire le prime, rudimentali appunto, fantasie del mondo, e le prime fantasie di se stessi.

Il problema… uno dei problemi… è che rudimentali fantasie di se stessi (che sono anche fantasie di tutti gli altri, l’uomo è animale gregario) le hanno in molti. Hitler dipingeva “figurine umane e animali ferme e prive di vita”, come se avesse fastidio di esse. Oggi qualcuno confonde donne e uomini, “i giovani”, “la gioventù”, l’umanità prototipica, coi corpi lisci, depilati, levigati, patinati, corretti (ecco la parola chiave! costretti alla recta regio, cor-retti, tutte le cose diritte mentono, chi si ricorda?) di rotondità e piallati fino alla piattezza in certe parti con i movimenti innaturali e ripetuti delle palestre e la chirurgia (estetica, appunto!). E poi lisciati e ben vestiti, de-odoranti e presentati nella giusta cornice. Qualcuno confonde la sostanza umana con i manichini esposti nelle vetrine scintillanti dei grandi magazzini di qualche lustro fa… sono prodotti in serie, anch’essi si utilizzano… ma non c’è molto di nuovo, belletti oli e cosmetici circolavano già nell’antichità, e prima ancora, per sedurre, certamente; sui cadaveri anche, per illudere di sospendere la morte, di differire il nulla. I profumi della nobiltà dell’Ancien Régime servivano a coprire, malamente, il puzzo aborrito dai moderni de-odorati: l’odore dei mammiferi.

Uscir fuori allo scoperto. Pubblicare. E lo credo che non ci fosse niente di prevedibile, all’inizio! Un pittore, uno scrittore, un artista (o, meglio, chiunque pensi a se stesso come artista), decide prima di tutto (prima dello stile, del soggetto, dell’inquadratura, delle scelte compositive) di mostrare al pubblico il proprio occhio, quello intimo, nato e cresciuto con lui, interiore; mette in scena il suo proprio complesso della percezione e dell’interpretazione, il sistema organico che trapassa nel culturale. Un sistema che si forma nei primi anni e muta assai raramente, e solo a prezzo di traumi e sforzi. È l’esperienza umana, che dovrebbe essere rappresentata nella sua interezza. Fabrizio dice: «personalmente ritengo, con tutta la psicologia umanistica, che la salute mentale stia nell’integrità dell’esperienza». E non è proprio del fenomeno artistico genuino aderire alla totalità dell’esperienza, anche se giocoforza si occupa volta per volta solo di un dettaglio, di un frammento della totalità?

Che cosa si può dire degli esseri umani? Infinite cose.

Molte sono le cose terribili, nulla tuttavia si leva
più terribile dell’uomo.
Non contento del suolo natio,
questi balza sul flutto schiumante
per il vento del sud invernale
e incrocia sulle creste
delle onde furiosamente spalancatesi,
cercando a sé pericoli, ad altrui mali.
Anche la più antica delle divinità, la Terra,
immortale infaticata, egli l’estenua,
rivoltandola con gli aratri di anno in anno, la fende
con i nati dei cavalli.

(Sofocle, Antigone, vv. 332-340)

Inquietanti, meravigliosi, terribili, noiosi, rei. Siamo noi. Anch’io ho incrociato sulle creste delle onde, col mio canottino di gomma, anch’io ho trovato penne e arie per le mie alucce fossili, e ho arato quel poco che rimane della terra con lo stilo, le altre penne, con una tastiera, domani chissà. E anche questo si può dire: gli uomini sono, soprattutto, imprevedibili. In tutti gli aspetti della loro esperienza. A differenza delle altre forme di vita – perfino il mio cane Leo (pure con la sua personalità), perfino gli uccelli – è impossibile predire una qualsiasi delle cose degli uomini. Io non so, né posso sapere, quali saranno i miei sentimenti e le mie azioni, tra un’ora, tra dieci anni. Non so se le lettere che ho spedito avranno risposta. Non so se il mio paese ce la farà. Non so che ne sarà del genere umano. Questa assoluta indeterminazione è un’apertura totale all’essere, e una costante minaccia del nulla: il genere umano potrebbe anche decidere di essere niente, anzi, ci si sta impegnando mica male. Eppure… potremmo vivere come dei. Dei mortali, certo, ma capaci di fare della morte un’opera d’arte divina, come Socrate, come Gesù. Come Dietrich Bonhoeffer, Maksymilian Kolbe, e tanti tanti altri, innumerevoli come le stelle. O come dei minori, capaci di creare, nel momento in cui creano: i poeti, gli artisti… gente del genere. È così, anche se spesso poeti e artisti, a conoscerli di persona, non li frequenteremmo volentieri. E non raccontiamoci balle: l’artista è un individualista, spesso nel senso peggiorativo di egoista. Perché sente il bisogno, e il dovere, di custodire, di preservare se stesso, magari a scapito di coloro che gli stanno vicini. È un egoista, senza con questo essere un egolatra, perché le cose intorno a lui, le cose in lui, sono una fonte inesauribile di attività, di inquietudini, di appagamento.

Basta… basta… suggestionarsi… non fa bene a nessuno. A vivere come dei, si rischia di farsi male. Piantiamola qui. Certi giorni la vita è tutta una divagazione. Una strada laterale. Meglio tornare ai brutti acquerelli, che non pongono domande, che riproducono un mondo fisso, una veduta impagliata, fatta di cartone. Ottusa, banale.
Cosa sarà dei due impassibili asinelli messi in primo piano? Nessuna attesa, nessuna anticipazione, nulla di inaspettato incrocerà la loro vita, perché essi vita non hanno. E così non puoi chiedere di quale morte moriranno.
Se stramazzeranno sotto un peso intollerabile. Se le frustate li sfiancheranno. Se un filosofo folle ne abbraccerà uno, se mescolerà le sue lacrime con la secrezione di occhi impustolati di animale. Ma no, ma no… Nietzsche fugitivus errans non ha mai abbracciato quadrupedi, è accertato. Potrebbe averlo fatto il dio Pan, colui che si firmava il Dioniso crocefisso, il cultore del sentimento del panico, distribuito sulla trave orizzontale della croce. E sarebbe stato meglio che la trave verticale, l’asse della trascendenza, avesse armato la sua navicella. Ma si sa com’è e come non è, non ci si può occupare di tutto nella vita. Il navigatore ci fece naufragio, nel pelago della sostanza infinita (curioso, a Nietzsche piaceva Spinoza, e molto di lui aveva intuito; non aveva scoperto, come nessuno studioso d’altra parte, che la storia della Sostanza spinoziana passa da Giovanni di Damasco, nell’ottavo secolo). Il figlio del pastore protestante.

Quanto a me, se fossi artista, se fossi autore, mi sforzerei di esprimere la meraviglia di fronte a quello che c’è, di fronte al fatto che c’è, l’essere immanente, che non si può prevedere perché la previsione è del futuro, che è niente, e gli dei vivono il presente eterno, da cui noi siamo stati scacciati per colpa con una spada fiammeggiante, o ce ne siamo allontanati per distrazione, e siamo stati troppo stupidi per ritrovare la via di casa. Lenti come buoi, emasculati, confusi, paurosi delle ombre. In bilico sul terreno scosceso.
Se fossi artista, se fossi autore… non potrei sapere veramente nulla dei miei personaggi, ma solo quel che fanno e dicono e pensano nell’istante in cui scrivo, nell’istante in cui metto in fila parole che mi illudevo venire da dentro – ma io… in realtà… non sono sicuro… non so come si formino queste parole. Né so, né posso sapere, a essere autore di… mah, mettiamo un romanzo storico, quale sarà la vita dei personaggi che inizio or ora a delineare: il chierico vagante, i suoi allievi, il suo signore, la sua donna, le città di mare e di pianura. Posso avere qualche idea generale, confusa, un quadro complessivo di riferimenti… dopotutto conosco qualcosa del tardo medioevo… ma non si può prevedere che cosa porterà l’intreccio di necessità narrative e la contingenza che fa di alcuni personaggi narrati delle vite credibili. Di alcune circostanze accadimenti esemplari.

in certe storie, nel modo di metterle giù, di ordinare gli elementi, di combinarli, di riprenderli, di porre enfasi, di lasciare in disparte, c’è forse una verità prodotta dall’artificio.
La verità che ho creduto di sentir risuonare a rileggere qualche pagina del mio… mio cosa?… del mio testo, anche se non saprei dire di che cosa si tratti. Beh… è qualcosa di vero, ecco tutto, c’è qualcosa di vero. Al di là degli affaracci personali che ho intrufolato nell’intreccio, ma di quelli non interessa a nessuno, neanche tanto a me, ed è giusto così. Non è lì la verità, non nel fatto che siano affaracci personali. Nel fatto invece che sono affaracci che possono essere di chiunque, di chiunque abbia un apparato affettivo, una sensibilità, un cuore, un’esperienza umana, disposti così e così.
La verità che non poteva rimanere velata, inespressa (scontando l’inadeguatezza dell’esprimente), che era necessario rivelare, in qualche modo, per esempio in forma di finzione narrativa (non me ne sono venuti in mente altri). Una concatenazione di fatti particolari, raccontati in modo acconcio, che danno forma ai sentimenti e significato alle esperienze di ogni essere umano.

Ho detto di ogni essere umano?

From: cavalcare_la_tigre@orgoglio.e.tradizione.com
Subject: il tuo romanzo… gagliardo!
Date: tuesday, June 30, 2009 3:24 PM
To: errepi
Carissimo!
Non ti dispiacerà una sviolinata! Davvero non avrei creduto. Non avrei creduto che il tuo libro mi riportasse ai ricordi del mio corso ufficiali. Venti lanci! A Pisa e in Sardegna.
Bello, bello, il tuo racconto di formazione, del singolo, della generazione che era gioventù negli anni ottanta, in questa nostra Italia che dopo il lungo dopoguerra è diventata finalmente sdegnosa dei lunghi discorsi e di tutto ciò che rappresenta lo sciattume democratico. E oggi è più forte nello spirito e nella sua volontà.
Certo, sei ancora un po’ acerbo, non tutto suona come dovrebbe, ma la stoffa c’è! Te l’assicuro. Non ti sei piegato all crepuscolarismo di moda tra i cosiddetti giovani scrittori, non racconti patetiche storielle piccolo borghesi, e di prostitute, e di drogati. No. Ti sei allacciato alla nostra migliore tradizione aviatoria, D’Annunzio, Balbo, hai cantato la gioia dell’ardimento, hai fatto dell’azione un conoscere, che non rappresenta un modo di essere nell’individuo, ma appunto un “modo di agire”. Secondo la dottrina per cui l’elevamento dello spirito, che deriva certo dall’ampiezza delle conoscenze e dall’autoeducazione, non è raggiunto sino a quando esso non si traduca in potenza di azione, in costruzione.
Insomma, mentre gli intellettuali che conosciamo bene, forse troppo orgogliosi di sé, o mentalmente portati a rinserrarsi entro le ragnatele di una frigida teorica, ostentano il proprio isolamento in un mondo di carta, il tuo libro chiama a una liberazione “aerea”, a una primavera di bellezza, “nella vita e nell’asprezza”.
Ho una proposta. Ti faccio la recensione sul nostro quotidiano, nella rubrica “Littoriali della cultura e dell’arte”. E fregatene (anzi, strafottitene, che è una riscrittura postmoderna del me ne frego! dannunziano) se sarai attaccato e vilipeso, strafottitene delle critiche invidiose. Ricorda Pound: “Un poeta canta meglio quando viene calpestato”.
Un fraterno saluto dal tuo collega, ti spedirò la recensione.
Daniele Baldo

Ops! Ahi! Ehilà là! Anzi, Eia, Eia, Eia. Alalà! E questo qui… Oddio! Anche lui, in prossimità imbarazzante: il federale di se stesso, salda tempra di eroico cuore, l’adoratore di Mussolini, il denunziatore del complotto internazionale demo-pluto-giudaico-massonico (agente italiano è Romano Prodi), il movimentista sociale della Balduina, il “Fini è un prodotto degenerativo di Almirante”, l’idealista senza illusione. Anche lui ha acquistato il libro. Anche lui, con cui mai, proprio mai, mi sono avventurato in qualcosa che fosse minimamente più impegnativa di un commento di dieci secondi sul tempo del giorno. Con cui ho accuratamente evitato qualsiasi discussione, su tutto: economia, politica, religione, famiglia, salute, automobili, calcio.

E il giornale, “il nostro quotidiano”, che roba è? Diamo un’occhiata… alba del nuovo giorno (la denominazione non brilla per originalità… frasetta di Nietzsche… te ppareva, una citazione torna sempre comoda)… ah, ecco, “quotidiano di sinistra nazionale”, o socialista nazionale, anzi, per fare prima, nazionale socialista, con comoda apocope, così, a scanso di equivoci, e già che ci siamo, facciamo abbreviatura e contrazione in un lemma. Foto di Chavez. Foto di Ahmadinejad. Qui c’è un articolo di cultura. Apriamo. Titolo: “La verità sui campi di concentramento”… urca! Leggo a metà, circa, saltando da un paragrafo all’altro: «… Non c’è dubbio che siano state commesse atrocità nei confronti di detenuti di Buchenwald. Tuttavia, almeno per una gran parte di esse, furono commesse non dalle guardie tedesche delle SS ma dall’organizzazione clandestina comunista del campo che ottenne quasi l’intero controllo del campo dopo il 1943…». «… Secondo l’ex detenuto Elie Diesel, il prolifico scrittore ebreo ed ex premio Nobel per la pace nel 1986, a Buchenwald venivano mandate a morte 10.000 persone al giorno. Questa affermazione totalmente irresponsabile…». Devo mettere bene a fuoco la vista… battere le palpebre… non sono abituato a questi altissimi, iperborei standard di ricerca storica. Mancano solo le testimonianze dirette, a parte quella di Diesel (chissà chi è, deve essere un fumatore accanito). Peccato che non ci siano… sono crepati quasi tutti, quelli che potevano dire qualcosa a buon titolo: i morti di Buchenwald riconoscenti ringraziano. A lato, il comodo link alle Edizioni di Ar, il cui animatore è un poligrafo… dov’è che l’ho già sentito?… tale Franco G. Freda. Tra le ultime pubblicazioni, un libro di… di… Adolf Hitler! Ancora lui! I discorsi sull’arte nazionalsocialista. Ne so abbastanza. Il cerchio si chiude. Sostenete la piccola editoria.

Questa gente, si badi bene, non è nemmeno la peggiore. Questi ci credono. Hanno il gusto delle… va beh… catacombe. Sono a disagio al sole, all’aria pura. Alcuni coltivano passioni intellettuali. Platone, Nietzsche (con l’originale tedesco a fronte, per “ripulire le scritture nietzscheane dall’invadenza dei ‘passatori’ infedeli”), Tennyson, Evola, Céline, Mishima. Poi, la nozione che l’attività intellettuale abbia a che fare più con il dubbio e l’interrogazione che con l’imposizione di verità, a sé e agli altri, che fare le domande giuste sia molto più importante (e difficile) che dare le risposte giuste, è evidentemente non troppo condivisa.

Così come il mio collega Daniele non è un uomo cattivo, a quanto ne so. Ma non lo schiodi dai suoi deliri, non interrompi la sua inarrestabile logorrea (che ho sentito, ma non molto ascoltato, a dire il vero), gli strepiti sui mali della civiltà, sulla AS Roma, sulle degenerazioni di Alleanza Nazionale, sui cattolici, sui massoni, sui cattolici massoni, sulle foibe, sui campi di concentramento – non erano di sterminio, erano di lavoro, ammettendo che siano esistiti –, su Salò, sulle foto asseritamente (e neologisticamente) scattate a Villa Certosa, sul Vaticano. Fa finta di parlare a qualcuno, nei corridoi, nelle aree comuni, ma in realtà monologa. Una bocca che dice sempre le stesse cose, e solo e sempre quelle. Il mio caro collega fascistissimo, pare che in gioventù fosse in rapporto con i capoccia della destra romana, distinguendosi per essere a sinistra della destra, cioè più a destra della destra, e adesso irride all’imborghesimento e alla ministerializzazione dei camerati, scoprendo con sarcastico sdegno che dentro a ogni picchiatore ci sta un pantofolaio felice di spaparanzarsi nel suo tinello, con un posto di travet, meglio se accompagnato da magnate di gruppo in trattoria il sabato. E anche lui in fondo è così, nel suo posto da statale, con la sua etica pubblica: «Eh… rubano tutti…».

Non è cattivo, e credo che abbia della simpatia per me. Però la sua “proposta” è un grosso problema. Anzi, non solo la sua “proposta”: quella mi porrebbe un problema, diciamo, di accostamento con materiale eterogeneo. Ma lo stesso suo apprezzamento, il suo entusiasmo. Più che un problema di opportunità, è un problema estetico. È vero che il mio libro non contiene riferimenti diretti alla politica, manco uno. È vero che le esperienze dell’amicizia, dell’amore, del lutto sono pressoché universali. Ma insomma… Le verità umane sono inevitabili, ma quelle declinate nelle forme fisse e sclerotiche, impassibili nel rigor mortis dell’ottica disturbata, della fede feroce, della visione piatta, mutano sinistramente nei loro contrari: non uomini, non donne considerano i mutilati nello sguardo e nella lingua, bensì sagome, figure senza interiorità e rilievo formate a comodo, disponibili, in linea di principio, al dominio del principe, del partito, dello stato, o del sociopatico. Nessuna figura potrebbe fare qualcosa di inaspettato, sorprendente, altrimenti la si deve sopprimere. La figura è così confinata lungo ogni prospettiva dal suo inimmaginabile essere rappresentazione vuota, semplificata, neutralizzata, discreta, del continuum dell’umana esperienza. Il radicale problema di estetica: l’oggetto artistico contiene idee, rappresentazioni, sguardi sulla realtà, e la realtà stessa di cui è parte. È l’estetica che regola l’interpretazione aperta o costringe all’ermeneutica bloccata. Lo scrittore davanti alla pagina venuta bene si stupisce di vedere qualcosa di nuovo, di imprevisto, non la sanzione di quello che già credeva, già sapeva. Lo scrittore vero è in un certo senso forzato dai suoi personaggi ambigui, è costretto a seguire le sue creazioni ironiche e piene di impossibili pretese, esigenti oltre l’ammissibile.

E faccenda estetica è anche la trasmissione, la ricezione dello spirito fondamentale di umanesimo, di fiducia nelle possibilità inespresse e imprevedibili dei caratteri umani contenuti nel testo. L’idea che questi personaggi significano qualcosa di positivo anche nel mezzo dei loro fallimenti, delle incomprensioni, dei best laid schemes gone astray. E quel particolare elogio del nulla, del procrastinare, del fare niente, come correlato della contemplazione e dell’apprezzamento dell’essere. Altro che “azione”! Come può tutto questo essere compreso, approvato da un fascista? Certo, non ho fatto professione esplicita di antifascismo. Mi pareva superfluo, fuori luogo in un lavoro di narrativa. In cui i personaggi parlano (troppo), discutono, tentano di grattare la superficie della realtà con le parole e il dialogo, e per lo più falliscono. Ma non si infilzano a vicenda come tordi con gli spadoni. Non mirano alla dominazione assoluta. Non tentano di bonificare la specie umana mandando al lavoro forzato e alle camere a gas tutti coloro la cui esistenza non è, a vario titolo, desiderabile. Che poi, a prendere una prospettiva rozzamente darwinista, se questi metodi fossero davvero applicati, l’esperienza del passato ci ha detto che il tipo d’uomo prodotto è un ometto insignificante, pavido, tendente all’ubbidire ciecamente più che a prendere in mano il proprio destino, in una parola banale, adatto a sopravvivere solo in condizioni particolari e protette. Uno del gregge. Non se ne sono viste molte in giro, di bestie bionde. Né se ne vedono oggi.

C’è da dire che il mio non è un romanzo a tesi. Nessun illuminismo, nessuna pedagogia. Non è un romanzo impegnato, genere oggi più che mai vivo. Non c’è didascalia, ma tutt’al più illustrazione, del contrasto di vari esempi di umanità con il mondo e i suoi fatti. Non divide gli esseri umani in buoni e cattivi, salvo poi rimirare i cattivi con adeguate dosi di laica pietas. Nel mio romanzo ho cercato di lasciar parlare le cose. Va da sé che le cose e le bestie non parlino (magari nei sogni e nei libri di Castaneda), quindi l’idea era fallimentare fin dall’inizio, ma me ne strafotto! (rilettura postmoderna del dannunziano me ne frego!) Corteggio il fallimento da quando mi hanno messo al tavolo a fare qualcosa, astine, linee oblique, curve, circoletti, deve essere stato all’asilo, o giù di lì.

E dall’asilo infantile è stato tutto un manifestare sintomi di post traumatic disorder, un trauma iniziato con la nascita, rinnovato ogni volta che ho guardato in faccia un mio simile. Un mio SIMILE! Dio mio! Sono tutti uguali a me, questi primati che brigano, sono sempre in movimento (anche quando dormono), di qui, di là, sono dappertutto, parlano, dicono contraddicono affermano e negano fanno e disfano, tagliano i panni addosso agli altri. Impossibile anticiparli. Impossibile usare qualsiasi logica per definirli.

Non ho mai usato facilmente la parola ‘fascista’. Perché ne riconosco i caratteri spietatamente descrittivi del mio paese, un paese in larga parte clerico-fascista, che vuol dire ipocrita e violento, alla radice. Anzi, violento tout court, violento contro Dio e la verità, e contro persone e cose. E ipocrita ipocrita ipocrita, mille volte ipocrita in ogni manifestazione di vita pubblica e privata. Un paese lercio e putrido, foul like a shithole, governato dalla maggioranza silenziosa (la chiamano) di sepolcri bianchi, pronti a vendere le cose più sacre, a prostituire le figlie, e nemmeno a caro prezzo, a uccidere i padri, sepolcri pagani che non credono in niente. Clerico-fascista, in larga parte, violento contro la realtà e la verità, negatore di realtà e verità.
Ho scritto ‘in larga parte’? L’ho aggiunto dopo, in prima rilettura. Prima era ‘un paese clerico-fascista’, così, senza uno sforzo di distinzione. Ecco, il fascismo del pensiero, che procede per approssimazioni e semplificazioni, opposto al pensiero distinguente. Hic ponitur distinctio, hic debet distinctio poni, l’antica pratica dei maestri medievali, i maestri della civiltà europea così come la conosciamo, grammatica retorica logica, philosophia ancilla, u.s.w.. Pensare allora era porre questioni. Ma oggi… hai un bel dire, siamo acculturati: il pensiero differenziante non è più una seconda natura.

Negli acquerelli di Hitler vediamo l’elemento della tradizione immaginata. Così anche la fascinazione per le architetture tradizionali era la traduzione pittorica della credenza che la percezione sia di qualcosa di permanente. L’odio per il modernismo è quello per tutte le forme che provocano un interrogativo. L’ideologia dà risposte a domande mai poste. La filosofia è l’arte della domanda, la techne della questione.

Mi piacerebbe parlare al caro collega Daniele. Provare a discutere con lui l’origine e il disegno dei suoi punti di vista. Esporgli le due componenti ideologiche del fascismo, che sono il mito della palingenesi rivoluzionaria sotto la guida di un leader, e il mito della tradizione. E sarebbe facile dirgli che occuparsi della tradizione dovrebbe partire dal sapere che cosa è una tradizione, come si preserva, cosa sono i suoi frutti, perché si intende preservarla: perché il mondo è distruzione continua. Ecco i miei fascistelli, confusi e nevrotici tra nozioni contraddittorie: il rogo del secolo e la conservazione delle idee. Confusi? Schizofrenici? Double bind? Qui porta lo sguardo mutilato, strabico, sghembo, lo sguardo che altera gli oggetti e i processi nel dilemma. Cura non si trova! La relazione dell’individuo con il mondo è sempre un attrito, un ahi ahi, una bua. Ce ne saranno, di altri caffè delle dieci.

25 Responses to “Gli acquerelli di Hitler”

  1. Giocatore d'Azzardo said

    Trovo questo scritto, i giudizi che contiene, la tecnica narrativa utilizzata, un classico esempio di foul like a shithole; per riprendere una frase utilizzata dall’autore. Il classico buon proposito trasformato in autoincensazione e autoprofumazione.

    Inutile, offensivo e allineato con le peggiori logiche di potere.

    Blackjack.

  2. lucy said

    offensivo di chi?

  3. nadia agustoni said

    “Non ho mai usato facilmente la parola ‘fascista’. Perché ne riconosco i caratteri spietatamente descrittivi del mio paese, un paese in larga parte clerico-fascista, che vuol dire ipocrita e violento, alla radice. Anzi, violento tout court, violento contro Dio e la verità, e contro persone e cose. E ipocrita ipocrita ipocrita, mille volte ipocrita in ogni manifestazione di vita pubblica e privata.”

    Difficile smentire visti i tempi.

    Un saluto Roberto

  4. Manuel Cohen said

    una analisi spietata. onesta e legittima. grazie.

  5. Un sentito ringraziamento a BlackJack, Lucy, Nadia e Manuel, e a tutti quelli che hanno affrontato il mio post, perdonate la lunghezza.

    @ commento 1

    Mi dispiace che il mio pezzo non ti sia piaciuto, ma, come riguardo a quasi tutto quello che compare in questo litblog, l’apprezzamento personale dipende da questioni di gusto, non da considerazioni di altra natura, e in materia estetica ognuno è liberissimo di farsi piacere quello che gli pare. Nel rispetto reciproco, sapendo che non si può accontentare sempre chiunque (me ne mancherebbe capacità e intenzione…). Questa è tra l’altro una cosa che ho cercato di argomentare (imperfettamente, per carità…): l’irriducibilità della prospettiva estetica. Posso solo dire di essermi impegnato in questo scritto secondo le mie possibilità.

    Mi pare che ci sia un fraintendimento alla base della tua lettura. In questo genere di testi è necessario distinguere accuratamente l’autore materiale dal carattere che si presenta nel testo usando la prima persona. Così come, per fare qualche esempio riferito a questo sito, il narratore nelle provocazioni di Rossi Testa non è lo scrivente, né Monica Mazzitelli si può identificare completamente con colei parla di un’esperienza sentimentale nel post del 10 luglio, tanto più, bada bene, se le dichiarate intenzioni dello scrivente sono di tipo autobiografico. Anche tu, del resto, usi in questa sede la civetteria di almeno un nickname. Non pensavo di dover chiarire questo punto.

    Detto questo, ho letto anch’io il testo, e colui che parla non intende offendere nessuno (nemmeno Hitler, di cui si esamina la produzione pittorica in chiave diagnostica), né fa parte di una qualsiasi consorteria; chi poi avrebbe offeso, e a quali poteri si assimilerebbe e che cosa avrebbe da incensare, tu lasci nel vago (consumata tecnica retorica, mi pare).

    Sul termine ‘clerico-fascista’ (se è questo che dà fastidio) c’è ampia letteratura. Descrive l’assetto del paese determinato dall’atteggiamento di Pio XI e dei vertici della chiesa verso il regime fascista, che era un regime omicida (dichiarato: discorso di Mussolini alla Camera il 3.01.1925 sul delitto Matteotti e secessione aventiniana: “… io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto…”), e dal concordato tra stato e chiesa nel 1929.

    Tant’è. Piuttosto, dal tuo commento, non si capisce come l’inutilità, che in una divagazione proposta in questo sito è semmai una qualità apprezzabile, come ricordato spesso in molti interventi, possa andare d’accordo con l’ingiuriosità che, a tuo dire, si può imputare al mio pezzo, né con il suo allineamento con “le peggiori logiche di potere”, né tantomeno con esiti autoincensatori. Credo allora che il tuo equanime e meditato giudizio debba andare, come dire, corretto e calibrato.

    Perdona l’acribia, ma temo che l’incoerenza logica esponga il tuo commento, così com’è, al rischio di essere preso poco sul serio, o come sterile provocazione, o reazione di qualcuno che si è sentito punto sul vivo.

  6. Giocatore d'Azzardo said

    Roberto, grazie per la risposta. Un prima precisazione: non utilizzo almeno un nick name, ma
    sempre lo stesso; una stupida questione di principio. Probabilmente hai ragione, quando parli di fraintendimento, ma in questo caso, più che di fraintendimento, parlerei di punto di vista diverso. E’ una discussione che mi ritrovo a fare, abbastanza frequentemente, quando ritrovo passaggi (vedi clerico-fascista), che generalizzano scelte di pochi e le scaricano sulla testa di molti. Ho sempre ritenuto approcci di questo genere, generalizzanti, estremamente pericolosi e inutili.
    Quasi una via, del narratore, per porsi al di fuori dei giochi, su un piano superiore. Per quanto riguarda l’essere punto sul vivo, hai ragione; per una scelta precisa e non sempre facile, ho abbandonato i circoletti del potere e sono rientrato nei ranghi del popolo e, da allora, quando leggo qualcuno che parla male della gente mi incazzo come una biscia a cui hanno pestato la coda.
    Mi incazzo anche perché, chi lo fa è quasi sempre distante (non parlo di distanza economica!) dal popolo e ne ha una visione parziale, talmente parziale che non dovrebbe mai sentirsi autorizzato a stracciare, anche se per l’interposta figura di un narratore, giudizi di questo tipo.

    Ho anche un altro svantaggio, in questo caso. Avendo calpestato, anche se per poco, i pavimenti del potere, ho assolutamente chiaro un concetto: il potere si regge anche e soprattutto a fronte di queste contrapposizioni e classificazioni insensate. Riprodurle e riproporle vuol dire fare il gioco del potere. E non sto parlando di destra o di sinistra.

    Blackjack.

  7. roberto n. said

    ciao Roberto,
    è stato assai piacevole leggere la tua… diciamo riflessione divagante…(tanto l’accoglierne la problematicità quanto il vederne profili in filigrana) più concentrata di quanto l’andamento ondivago possa far pensare…. e la traduzione di Orazio è pure bella (forse visto che alcuni punti tendi a scioglierli con ottima espressività devo dire ma invitabilmente dilatando, potresti tenere in considerazione, anche se di traduzione interlineare si tratta – di sciogliere in ugual modo la resa ritmica e ritoccare l’andamento strofico).
    Eh sei decisamente più fresco e in forma mannaggia, non ho più la penna così svelta e sciolta….
    Invoco lo spirito azzurro del Sud per un “aiutino” che la mia ruggine è vecchia ormai (chissà anche un po’ di indolenza aproblematica mi farebbe bene adesso…).

    A presto, ciao
    r

  8. a proposito del rapporto tra Pio XI, fascismo e nazismo, mi piacerebbe, Roberto, che ci dicessi qualcosa della fides intrepida.
    bada che io non vado tanto per il sottile, ma così, per amore di verità.

  9. Caro BlackJack,
    il tuo parlare di ‘popolo’ in modo contrapposto alle c.d. élite dominanti mi suona tanto di populismo. Da come la vedo io, questo paese è terra di baronie e guerra di bande (cioè di banditi), e pochi si possono veramente chiamare fuori (forse solo quelli che non hanno nulla da proteggere e tutelare). E poi, scusa, a proposito del pezzo, ancora non capisco chi e come “parli male della gente”.

    Caro Roberto,
    riposati, ritemprati, rilassati, ché pochi lo meritano più di te.

    Caro Fabrizio,
    non ho inteso citare Pio XI come emblema di c-f (mi pare chiaro dal discorso). Considera che io non ho grandi competenze di storia contemporanea. Pio XI è una figura complessa (come tutti i papi, puoi dire di tutto ma non che vengano eletti a caso), uno studioso coltissimo (per esempio, fu fin da giovane amico personale del rabbino di Milano) su cui il giudizio storico è lungi dall’essere definitivo. Mi limito a ricordare, in politica, la sua ostilità a Sturzo e alla politica del Partito Popolare, soprattutto dopo l’Aventino, lo scioglimento del PP nel 1926, e la sua ammirazione per Mussolini, che si incrinò fino a cessare solo con la promulgazione delle leggi razziali. Pio XI si trovò a fronteggiare la minaccia comunista, che aveva conosciuto fin dal 1920 come nuncio apostolico a Varsavia, i “fronti popolari” come quello francese di Leon Blum, animati da ideologie anticattoliche, e gli stati totalitari “legge e ordine” che soffocavano la libertà religiosa e rendevano difficile, soprattutto in Germania, la vita dei cattolici. Negli ultimi anni del pontificato si avvicinò alle democrazie (prendo dalla Treccani) e condannò con un’apposita enciclica (con viva preoccupazione) l’ideologia nazista (1937). Erano tempi difficili: sappiamo che cosa accadde a molti religiosi durante la guerra civile spagnola.
    Non mi è chiaro a che cosa ti riferisci con l’espressione fides intrepida.

  10. va bene, Roberto (uno dei due o lo stesso:-).
    come la penso è noto.
    qualche giorno fa, guarda caso, ho scritto la paginetta qui sotto, che rispondeva alla domanda:
    cosa farei se diventassi papa?
    detto questo, cerco di essere onesto con quelli che la vedono diversamente da me.

    Il giorno stesso

    Se fossi papa, andrei in giro in clergyman e porrei la sede in una parrocchia della Garbatella, lasciando San Pietro e il Vaticano per le celebrazioni speciali e come città-stato dei poveri più poveri. La giornata del papa sarebbe una visita ai più sfortunati della terra, che naturalmente diverrebbero meno sfortunati, meglio alimentati e meglio vestiti, perfino rasati e pettinati e addirittura, ma non vorrei esagerare, profumati. Mi lascerei prendere dall’entusiasmo e visiterei i campi rom e le carceri, gli ospedali più malmessi e le scuole scalcinate. Farei dettagliate relazioni allo Ior, che sarebbe incaricato di provvedere direttamente alle situazioni più difficili. Andrei in giro in cinquecento, vivendo dei soldi versati dallo sponsor della Fiat. Imparerei il romanesco e giocherei a battimuro coi ragazzini di San Basilio, permettendogli di vincere ogni tanto, solo per farli vantare di aver battuto il papa. Sarei il portavoce di me stesso, perché nessuna voce rende meglio l’idea di quella della persona stessa. Mi dedicherei allo studio dell’esegesi più avanzata per parlare della Scrittura in modo chiaro e attuale e sistemerei tutte le feste di domenica, perché preparare tre omelie nel giro di una settimana è una roba da andare al manicomio. Le encicliche le promulgherei nelle carte dei baci perugina, per diffondere meglio la profonda dolcezza del vangelo. Parlerei di Cristo e basta, perché ce n’è da parlare per una vita e anche di più, a dire il vero. Riderei e scherzerei molto, perché il rispetto si guadagna con la simpatia e la vicinanza, e a volte è meglio una pacca sulla spalla di una scomunica severa. Darei un premio a Dan Brown, per fargli capire che non basta un best seller per essere sicuri dell’inferno, mentre lui magari ci sperava. Scriverei poesie piene di passione e le pubblicherei da Mondadori, perché anche Berlusconi ha diritto a qualche soddisfazione genuina. Farei scarabocchi sui muri almeno una volta al mese, perché il papa è una persona seria, ma non si deve credere che non faccia mai pasticci. Direi alle suore di non fare quella faccia e di non parlare mai con quella voce, perché se c’è una cosa che non sopporto è la voce di certe suore, con faccia allegata. Porgerei l’altra guancia solo in casi straordinari, perché Gesù non era mica masochista e quando ci voleva gliene diceva quattro senza guardare in faccia a chicchessia. Berrei volentieri una birra con gli amici, pagando alla romana: sono o non sono di santa romana chiesa?
    Se fossi papa direi a don Fabrizio di riposarsi un po’, di smetterla di credersi indispensabile per tutto. Lo inviterei al cinema, che sono tredici anni che non ci mette piede.
    Se fossi papa chiederei a Gesù la forza di stupire e divertire, soprattutto la capacità di sorprendere ogni volta, come faceva lui, che non si capiva mai quello che avrebbe detto o fatto.
    Se fossi papa. Ma chi me lo fa fare? Se fossi papa avrei finito di ridere; o riderei tanto da morire il giorno stesso.

  11. lambertibocconi said

    1) Non ti avrebbero mai eletto papa.
    2) Quando vengo a Roma andiamo al cinema?
    :-)

  12. fabrizio il papa che fa quello che un papa dovrebbe fare!
    c.

  13. lucy said

    se fossi fabry come sei e fosti?

  14. Manuel Cohen said

    finalmente potrei gridare anch’io : ‘Viva il papa!’ :-)

  15. Giocatore d'Azzardo said

    Roberto,
    rimango perplesso per la seconda volta, vedendoti brandire la ’spada’ del populismo per poi, vedermi ammannire il solito stereotipo “questo paese è terra di baronie e guerra di bande (cioè di banditi), e pochi si possono veramente chiamare fuori”. A questo punto l’unica considerazione che mi viene da fare è quella di aggrapparmi ai numeri che, se ben usati, hanno la capacità di dipingere la realtà meglio di un miliardo di sensazioni.
    La realtà italiana è semplice: meno di un milione di persone con un reddito superiore al milione di euro, meno di una ventina con un reddito annuo superiore a 100 milioni di euro, circa quindicimila persone che non lavorano e fanno politica, i moderni parassiti, tutti gli altri a tirare la carretta. Dove tu veda una terra di baronie e di bande lo sai solo tu.

    Forse non te ne rendi conto anzi, sicuramente non te ne rendi conto, ma questo modo di ragionare è ESATTAMENTE il modo di ragionare che va bene alle elite: nasconde le magagne vere e sposta il livello di scontro fra i morti di fame, i normali, quelli che tirano la carretta. Quelli che tu definisci, generalizzando, “un paese in larga parte clerico-fascista, che vuol dire ipocrita e violento, alla radice”. Se io sono populista tu, che queste cose le scrivi e della faccenda del narratore, scusami, ma non me ne frega nulla perché è un pannicello caldo utilizzato per coprire una montagna di cattive intenzioni, cosa sei?

    Forse dovresti provare a ragionare sul termine “distanza” e, senza volermi vestire dei panni del giudice, ma solo della mia scarsa conoscenza, ho la vaga impressione che la distanza (non economica, ribadisco a scanso di equivoci) che intercorre fra il tuo pensiero e la vita reale di questo paese, sia veramente troppa.

    Tra l’altro, da mangiapreti come sono ed è tutto dire, trovo contrastante la tua affermazione di stato clerical-fascista con l’affermazione che riporti nel commento seguente rispondendo a Fabrizio: “Considera che io non ho grandi competenze di storia contemporanea”. Facciamo a capirci, delle due l’una: o hai scritto “un’imprecisione” nel post, e allora dovresti rettificarla, oppure dovresti evitare di utilizzare sentenze storiche se, come scrivi, non hai grandi competenze del periodo storico di cui stai parlando e dal quale trasi sspunto per una sentenza così pesante e definitiva.

    E si ritorna punto e a capo: posizioni come la tua non fanno altro che rafforzare il conflitto verso il basso, dipingendo una realtà che non esiste, e lasciano tranquilli quelli che dovrebbero essere giornalmente e puntualmente criticati e controllati e perseguiti. Ma, probabilmente, non li conosci; e non è una scusante.

    Blackjack.

  16. grazie cari.
    viva il papa lo dico lo stesso.
    prima o poi ci arriviamo a far cadere tutte le barriere.
    e allora si ricomincerà da una croce su un colle appena fuori le mura della città.

  17. robertoplevano said

    Caro Fabrizio,
    viva il papa, anch’io, un cattolico ormai adulto (se non altro anagraficamente), con simpatie crescenti per i valdesi.

    Caro BlackJack,
    non contesto nulla di quello che dici. La pensiamo in modo diverso, ma non brandisco spade, stai tranquillo. Se fossi politico, camminerei sulle uova ed eccederei in prudenza, che non si sa mai come ti rigirano quello che dici. Politico non sono, scrivo quello che mi pare e piace, e non mi preoccupo se qualcuno si sente insultato: mi basta la mia coscienza per il giudizio su azioni, fenomeni e processi, non sulle persone. E il mio giudizio è suscettibile di cambiamento, oh yes. È sufficiente persuadermi con buoni argomenti (e pochi in Italia cambiano idea, non ti pare?).
    Ho detto non ho grandi competenze di storia contemporanea per non dire che sono ignorante come una capra (mi piacciono le caprette, ricordi classici. Per Pio XI sono ricorso alla Treccani, l’enciclica di condanna al nazismo Mit brennender Sorge si può leggere qui).
    Leggo oggi le dichiarazioni di Mastella: “Una diaria di 290 euro! ‘Sta miseria. Non ci si sta dentro. Questi non sanno cosa si prende al Parlamento italiano”. Ecco, per me questo è un vero insulto alla gente (ma la gente poi se ne accorge? se ne accorgerà?).

  18. lucy said

    cosa prende un prof. se porta in viaggio gli studenti? a parigi ho speso per il pasto non riconosciuto per una settimana circa 200 euro. siamo a disposizione 24h al giorno a zero euro. tutto dovuto. fatica e impegno ripagati dalla soddisfazione di studenti – se lo sono – intelligenti: ah, la gloria! e mastella viene a parlare di diaria da fame! non è un insulto: è vilipendio.
    sempre in gamba, roberto, e buone vacanze!

  19. Manuel Cohen said

    @LUCY:

    parole sante!

  20. Giocatore d'Azzardo said

    Roberto, diciamo che nessuno di noi due ha atteggiamenti politici (per fortuna) ma, dato per scontato che ognuno è libero di scrivere ciò che vuole e ci mancherebbe, rimane quella che per me è la sostanza: un discorso come il tuo sposta il conflitto in basso, alimentando la guerra fra poveri, e lascia tranquillo chi sta in alto. L’alto è utilizzato per rimbalzare in basso il conflitto. Probabilmente mi sbaglio, ma non riesco a vedere gli italiani normali come una cricca clerical-fascista. Diverso il discorso relativo ai ‘vertici’ e l’esempio che fai di Mastella è persino comico: un buffone che si lamenta per una diaria da 290 euro al giorno sarebbe da prendere a calcioni nel culo e mandare in fonderia a lavorare, sempre che qualcuno lo voglia in fonderia.

    Epperò anche in questo caso si discute, non del vertice, ma di un politico a fine carriera, un fallito nel suo ambito, che non ha mai deciso nulla e non conta nulla, se non per i favori che ha distribuito a se stesso e a pochi altri. E si rimbalza ancora nella guerra fra ‘poveri’, saltando a piè pari a parlare del rimborso spese ai professori che accompagnano i ragazzi in gita. Aver constatato che Mastella è un buffone strapagato, non sposta il ragionamento di mezzo millimetro, non fa crescere e ci fa solo sentire più buoni e più bravi: torniamo a ragionare nello schema.

    Blackjack.

  21. Caro BlackJack,
    le fonderie ormai le hanno spostate in Romania, Cina e India e Clemente non è forte con le lingue.
    Credo di essere un pelo più pessimista di te. Clemente non riceverà nessun calcio nel didietro.
    Tu vedi i termini che ho impiegato come rappresentazioni ideologiche di divisioni sociali e politiche in qualche modo imposti dall’alto al basso, e funzionali al mantenimento dello status quo.
    Può darsi che ci sia del vero in quello che dici, del resto mi pare surreale impiegare nel dibattito politico contemporaneo termini coniati nel primo Novecento (comunista, fascista, clericale in senso spregiativo risale invece a Voltaire). Io non ho voluto usare il c-f nella sua valenza politica diretta, ma come indicatore di un sistema retto su ipocrisia e violenza (non solo questo, il fascismo ha avuto consenso reale, anche se fragile, l’attuale assetto politico ha consenso largo, anche se tiepido), ecco tutto.
    Io di politica ci capisco poco. Storici con cui ogni tanto sono in contatto parlano dell’Italia come di un paese di “guerra civile a bassa intensità”, diviso, ecc.. Gente come Sartori, Sergio Romano e altri commentano regolarmente sulle “due” Italie, e questa lacerazione mi pare un fatto incontestabile, così come è incontestabile che riguarda molti, se non quasi tutti, non solo le élite, al di là del fatto che sia imposto dall’alto o meno.
    Alla luce di questo, non saprei proprio che cosa sia un italiano “normale” e come si distingua da un italiano non “normale”. Io ho solo la norma di me stesso (affermazione vagamente destrorsa, ma tant’è…), mi considero “normale”, e suppongo che grossomodo lo siano la maggior parte di coloro che collaborano e intervengono in questo sito, te incluso.
    Il ceto politico, la casta di Stella, più in generale l’intera classe dirigente nelle sue articolazioni (assai multiformi e difficili da seguire, a mio parere) è in continuità con la società civile, non è poi così separata.
    un saluto, spero che non faccia troppo caldo a Milano

  22. Giocatore d'Azzardo said

    Roberto, e poi lascio. Le fonderie ci sono ancora anche in Italia. Purtroppo, come tutti sappiamo, il Clemente non riceverà nessun calcio ne didietro e, ti dirò, nemmeno mi importa più di tanto: oramai è solo un mantenutò della politica ed è il danno minore. L’italiano “normale”, dal mio punto di vista, è solo una definizione utilizzata per identificare chi deve tirare la carretta e non campa di rendita. Alla fine, stringi stringi, la differenza è tutta lì e non sono così convinto che i termini comunista (quello identifica ancora i buoni, almeno in parte), fascista o clericale, siano tanto neutri. Passami il mio viaggiare terra terra, ma non credo che se ti metti a distribuire, in qualunque strada d’Italia, del clerical-fascista alla gente che passa, ti accoglieranno ad applausi e sorrisi. O sbaglio?

    Non sono invece così d’accordo sulla tua constatazione legata alla classe politica/dirigenziale italiana e alla sua continuità con la società civile. Non esiste, a mio parere, continuità e, il giorno in cui ce ne renderemo conto e decideremo che siamo diversi sarà sempre troppo tardi. Forse è questo il vero gradino da superare.

    Blackjack.

  23. Giocatore d'Azzardo said

    PS: non sono di Milano, per fortuna, e fra poco, diciamo un’ora circa, me ne andrò in piscina come ieri; magari evitando di addormentarmi un’altra volta al sole e aggravare la colorazione rosso pomodoro che mi ritrovo sulla schiena…

  24. ragazzi, faccio fatica a capirci qualcosa…
    @roberto:
    se è vera la lettera che citi, dalla quale estrapolo:
    “…Ti sei allacciato alla nostra migliore tradizione aviatoria, D’Annunzio, Balbo, hai cantato la gioia dell’ardimento, hai fatto dell’azione un conoscere, che non rappresenta un modo di essere nell’individuo, ma appunto un “modo di agire”. Secondo la dottrina per cui l’elevamento dello spirito, che deriva certo dall’ampiezza delle conoscenze e dall’autoeducazione, non è raggiunto sino a quando esso non si traduca in potenza di azione, in costruzione.
    Insomma, mentre gli intellettuali che conosciamo bene, forse troppo orgogliosi di sé, o mentalmente portati a rinserrarsi entro le ragnatele di una frigida teorica, ostentano il proprio isolamento in un mondo di carta, il tuo libro chiama a una liberazione “aerea”, a una primavera di bellezza, “nella vita e nell’asprezza”…”

    e non è frutto di una tua provocazione, allora concorderai con me che quello che scrissi nella recensione al tuo libro ha trovato la sua conferma. Nella seconda parte della recensione, scrissi:

    “Quando uno consegna un libro alla lettura il libro non gli appartiene più, in un certo senso. Lo regala all’immaginario, alla fantasia, alla coscienza (all’anima?) dei lettori. Che vi vedono, spesso, qualcosa di molto diverso da quello che pensava di evocare l’Autore.

    Dici che ci ho azzeccato?

    Comunque lascia che si faccia la recensione, “strafottitene”, come diceva il tuo Baldo (baldo? mi viene un dubbio sul personaggio). Futurista dannunziano … bellissimo. Ma mi sa che te la sei inventata una lettera così. Sarebbe un esempio da manuale. Potrei citarla in qualche mia lezione (se mi cedi i diritti d’autore) quando affronto il tema dell’interpretazione soggettiva!

    un caro saluto a tutti

  25. Ciao Carlo, grazie per le osservazioni e in bocca al lupo con il tuo ultimo lavoro.
    A dire la verità, la dose di fiction in questo pezzo è maggiore di qualsiasi elemento “diaristico”. E’ quello che ho cercato di spiegare nelle risposte ai primi commenti. Questo vale in primo luogo per la narratore che si esprime in prima persona (quello è il primo degli inganni).
    I messaggi interpolati nel testo insomma sono inventati, come tutto il resto. Ne sono quindi il solo responsabile.
    La tua osservazione è azzeccata, azzeccatissima, però si applica a qualsiasi lavoro pubblic(at)o, e non solo di narrativa.
    Nessun dubbio quindi sui personaggi, compreso Adolf Hitler, di cui ho accennato, con molto arbitrio, alla giovinezza di aspirante artista. Mi sembra degno di curiosità il fatto che l’”esposizione” pubblica degli esseri umani spesso favorisca l’incancrenirsi di manie e paranoie, e allontani dal “padrone severo” che è la realtà e il suo principio.

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