Il cappellino di Aretha Franklin
Posted by lapoesiaelospirito on July 14, 2009
di Patrizia Perlingieri
Sotto un volo di ciambelle gonfiabili di ogni foggia e colore spuntano gambe di pantaloni arrotolati al polpaccio. Di una nuance tra il beige e il verde, che di definito ha solo la distanza dall’ultimo lavaggio.
Tommaso scorge la cosa in lontananza sulla battigia, ed è contento.
Si era sentito così stupido ieri dinanzi al salvagente appena acquistato che si sgonfiava in giardino.
Tu vuoi aiutarli e loro ti fregano, ecco quello che aveva pensato.
Elena, dal patio, si era limitata a fare spallucce e poi era andata a cospargersi il corpo di crema doposole. Ma lui sapeva esattamente che aveva pensato la stessa cosa. Sempre la stessa cosa:
Sei il solito cretino che crede di poter cambiare il mondo.
Perché adesso aveva questo bikini mignon, micro, ultralight.
Siccome ce lo avevano anche le napoletane, due ombrelloni più in là, Elena ci si era coperta senza nemmeno domandargli cosa ne pensasse.
Per non dire delle tricheche, giù in fondo, che dovevano essere in una delle case che danno sulla spiaggia, perché erano sempre senza ombrellone, e spesso senza reggiseno.
Lo portano anche le tricheche, aveva detto Elena.
Le aveva battezzate così per il modo ozioso e beato con cui si giravano e rigiravano sotto il sole, come una colonia di elefanti marini.
A Tommaso piacevano le tricheche. Erano così libere. Mostravano le loro cicce toniche e abbronzate senza alcuna preoccupazione. Lei invece, Elena, sempre in allerta. A tesaurizzare anche il più distratto sguardino. E al mare questa contabilità celebrava i suoi trionfi. A spese sue e del piccolo Otello, che rischiava costantemente l’insolazione, o di perdersi trotterellando dietro uno dei tanti venditori ambulanti.
In effetti c’era mezzo terzo mondo in quel tratto di mare. Tutte le sfumature della pelle comprese tra l’olivastro rossiccio degli asiatici ( indiani e bengalesi che vendevano collane di pietre e monili d’argento e dicevano sempre: E’ bellissimo) e le infinite gradazioni di nero degli africani, a partire da quelli più chiari del nord ( marocchini e algerini che facevano il mestiere più ingrato portando sulle spalle interi stands carichi di vestiti, o gonfiabili e giocattoli appesi al collo) fino ai nerissimi vatussi dell’Africa subsahariana, con tracolle piene di occhiali tarocco e orologi water resistant.
Hassam è piccolo di statura e sembra sul punto di decollare ad ogni zampata di vento, assieme a tutte le ciambelle colorate che lo circondano. Sorride quando Tommaso gli avvicina il grugno incazzato e il salvagente sgonfio. Sorride e scopre una fila di cuspidi arrugginite da chissà quale inedia: quanto resta del suo apparato dentario. Sorride e non prova nemmeno a difendere il magro guadagno che gli sta andando in fumo. Con pazienza comincia a sfilarsi dal collo le corde che tengono insieme i salvagenti, poi quelle dei materassini, e poi quelle delle retine con le palette e i secchielli, e dice solo: La vita è dura.
Chissà perché ripensa al cappellino di Aretha Franklin proprio adesso Tommaso. A quel grosso fiocco, mentre cantava per il suo presidente.
Si sta sentendo una merda e vorrebbe comprare tutti i salvagenti di Hassam, assieme a quello sgonfio, e pagarglieli tre volte tanto.














