La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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Natale Malinverni, “Storie di terra e d’ombra”

Posted by giovanniag on July 16, 2009

Testo di Giovanni Agnoloni

Natale Malinverni, Storie di terra e d’ombra, ed. Eumeswil (€ 16,00)

Recentemente sono tornato a provare una sensazione che temevo perduta. Quella dei momenti in cui, da ragazzo, alle scuole medie o al ginnasio, leggevo in tutta calma, nel tramonto di Firenze, un classico novecentesco di letteratura italiana. Penso ai racconti di Renato Fucini, ai Malavoglia di Giovanni Verga, ma anche a Vino e pane di Ignazio Silone e a Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini. Ricordo la sensazione di calmo abbraccio col mondo, la natura e gli uomini che mi davano. Anche con i loro drammi, ma soprattutto con il senso di apertura e di speranza che riuscivano comunque a trasmettere.

Mi è successo di nuovo pochi giorni fa, sul mare, leggendo Storie di terra e d’ombra di Natale Malinverni, recentemente edito da Eumeswil. Si tratta di un romanzo che definire la storia di un personaggio sarebbe riduttivo. È vero che del protagonista, Marco, un ragazzo cresciuto in un paesino sulle rive del Po, nel Pavese, viene raccontata la storia, insieme a quella della sua famiglia e della loro piccola comunità. Ma non c’è solo la vicenda del giovane, figlio del custode di un ponte sul grande fiume, che dai genitori viene destinato a studiare per avere una possibilità in più nella vita, e che riesce a laurearsi in Lettere e ad avviare una carriera di scrittore. E neanche solo quella di Silvia, sua sorella, rimasta incinta di un uomo legato a un’altra donna e tuttavia capace di crescere da sola il piccolo nato dalla loro unione. C’è tutto un insieme di “caselle”, solo apparentemente separate le une dalle altre, e invece intimamente connesse: tutti i personaggi del paese, dal vecchio Martino, portatore di una saggezza atavica, che non sbaglia mai una previsione del tempo, a Don Ermanno, il parroco del posto, che nell’omelia di Natale tira fuori uno spirito quasi profetico, nell’intuire i mali della società moderna. Ma gli stessi genitori di Marco, Romolo e Lucia, sono espressione di una storia che si ripete pressoché identica da millenni, e tuttavia sanno guardare ai propri figli come a una risorsa in grado di trasformarsi e di trasformare il mondo, apportando un seme di novità.

E c’è il senso pieno di quelle giornate estive passate sotto il sole, nei sabbioni del Po o su un isolotto in mezzo al fiume, dove Marco, fin da studente liceale, si ritira in solitudine per leggere, scrivere o meditare, e dove continuerà ad andare anche insieme al suo insperato amore, Elena, una ragazza milanese entrata di prepotenza nella sua vita con la bellezza del suo corpo e una mente fuori dagli schemi. Poi vengono gli autunni, con le piene del fiume, che già aveva richiamato a sé il nonno di Marco, e che ora sta per esigere un altro tributo di vita. E gli inverni, con la neve alta e le tormente di vento, e il senso di una vita raccolta e ritirata in se stessa.

Da questo quadro corale emerge la pietrosità e quasi il carattere mitico di una terra i cui personaggi sembrano uscire fuori dal tempo, per accedere a una dimensione radicata nella natura e ancorata a profondità abissali. Le notti, con i loro amori sui prati, le bevute in osteria e le leggende, nate da storie vere ripetute e modificate mille volte davanti al fuoco: segni misteriosi di affreschi lasciati da pellegrini, con scritte profetiche quasi indecifrabili, o immagini di santi che non si fanno ricoprire dalla calce di un restauro. C’è tutto il senso del mistero della natura e del trascendente, in questo libro pur così impregnato di materia, dove l’ombra è una dimensione quasi ricavata all’interno della stessa luce. Recentemente, a proposito de La ballata della piccola piazza di Elio Lanteri (ed. Transeuropa) e de La tana degli Alberibelli di Marino Magliani (ed. Longanesi), Giuseppe Panella (v. qui, qui e qui) ha giustamente sottolineato il concetto di “zona d’ombra”, quell’ubagu che è elemento ineliminabile del vivere, la sottile scia di grigio che separa la vita dalla morte. Anche in Storie di terra e d’ombra si respira qualcosa di simile (il titolo non mente), anche se è più diffuso su tutte le vite di queste persone, come se gli anni ’60 in cui le loro vicende si inseriscono aprissero uno squarcio su un tempo e uno spazio eterni, in cui sono soprattutto i ritmi della natura a contare. C’è sì il senso della storia, presente qui come nel libro di Lanteri e in quello di Magliani, con le rievocazioni degli anni della guerra da parte degli uomini del paese e le vicende che si collocano chiaramente nel contesto degli anni ’60, ma quanto vi è di ombra è soprattutto figlio di leggi eterne – che contemplano, con pari dignità e possibilità di affermazione, anche la luce. Emerge cioè una natura quasi lucreziana, indifferente testimone delle vicissitudini umane, per cui la vita e la morte non sono che momenti, distribuiti in base a logiche per noi imponderabili, che caratterizzano il nostro passaggio sulla terra.

Però si nota anche qualcosa di più: il senso di una vocazione, di un oltre che è speranza e progetto di vita, apprendendo dalle proprie origini ma anche sapendo superarle, per guardare a qualcosa di nuovo, mettendosi in gioco. C’è il senso di una missione di vita che è profondo richiamo dell’anima, com’è vero per la scrittura in Marco, o per il ritrovato desiderio di paternità in Giorgio, il padre di Robertino, figlio di Silvia. E c’è anche il trapelare di una passione infinita per l’arte, come si vede nel viaggio che Marco e il suo amico Davide fanno a Firenze, dopo la laurea. E una solidarietà che non è mero slogan, ma condivisione profonda, comunione di anime, come si vede dal dramma dell’alluvione di Firenze e da quello della piena del Po, rievocati con toni vivi e commossi.

Un libro come questo, opera di un autore morto troppo giovane per poter esprimere tutta la vastità di contenuti che sicuramente avrebbe potuto ancora offrirci (Natale Maliverni è scomparso a soli 53 anni, nel 1991) merita di essere valorizzato come testimonianza di una tradizione letteraria italiana che, pur non agganciandosi a generi oggi “alla moda”, attinge a una continuità storica e culturale che è in sé sempreverde, perché espressione delle emozioni umane e dell’energia della natura. Per questo bene ha fatto la casa editrice Eumeswil a riproporlo all’attenzione del pubblico dei lettori, dopo che era già uscito con Firenze Libri, nel 1987. Ricordo, per inciso, che anche un racconto di Malinverni, L’Africa sotto i portici, è uscito in un’antologia sempre edita da Eumeswil, Storie d’acqua dolce.

Perché, come sembrano suggerire le bellissime vedute pittoriche rurali dell’Oltrepo’ Pavese di Elio Carnevali, che fanno da copertina e da accompagnamento al testo, in un paio di punti – e come emerge anche da un’altra opera d’arte ispirata al Po, il film Centochiodi di Ermanno Olmi –, non c’è niente da rincorrere, e nessun riconoscimento da cercare nel mondo “di fuori” e nell’opinione degli altri, che non si trovi già nel profondo del cuore dell’uomo: che sia un paesaggio a esprimerlo, oppure la battuta di un vecchio di paese, o magari un boccone saporito di pane.

Il resto, se deve, verrà da sé.

“Il cielo, nell’afa irrespirabile, è una tomba trasparente.

Le foglie degli alberi pendono immobili, in una fissità spettrale; la campagna, pur nel verde squillante dell’estate incipiente, ha un che di opaco, di irreale.

Le strade, bianche di polvere, sono deserte nel primo pomeriggio; i cascinali, attorno al paese, sono macchie di colore, cui una velatura di sonnolenza dà un aspetto fantastico.

I boschi sono fondali di una scena in cui il tempo è fermo a scandire ore interminabili; le colline, contro l’orizzonte, sono un vago accenno di verde e d’azzurro: solo da un lato una grande nuvola di schiuma, bianchissima di sole, sembra una montagna dirompente nel cielo.

Anche il paese è nel silenzio; le vie sono vuote e porte e finestre chiuse, nel sole implacabile; in alcuni cortili in ombra ci sono donne che tentano qualche faccenda, in un bagno di sudore; i ragazzi sono perduti per boschi o nei canali.

C’è un volo nervoso di rondini attorno al campanile; i cani sono irrequieti, le mosche più noiose del solito, le cicale impazziscono sui rami.

Michele, il più vecchio dei Carletti, è indaffarato attorno a un enorme falò di sterpaglie, con un gran forcone tra le mani ossute. A vederlo, con il volto sciolto in rivoli di sudore, nero di sole e di fumo, scarmigliato, sembra una demonio appena scappato dall’inferno.”

(Natale Malinverni, Storie di terra e d’ombra, ed. Eumeswil, pagg. 69-70)

2 Responses to “Natale Malinverni, “Storie di terra e d’ombra””

  1. nadia agustoni said

    Testo eccellente Giovanni su un autore che invogli a conoscere. Gli spunti che offre sembrano tanti e da sola basterebbe l’ambientazione (il Po e il paese della bassa)… Per me, questi stessi luoghi sono una zona “d’ombra” , luoghi dell’anima.

  2. Giovanni Agnoloni said

    Grazie, Nadia. E’ una lettura che merita davvero, e concorso anche con le tue osservazioni su quei luoghi, che hanno un fascino magnetico.

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