Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Nicolai Lilin, Educazione siberiana, Einaudi, 20 euro
di Valentina Nuccio
Leggere Educazione siberiana è un viaggio in una nuova cultura che per molti versi appare quasi un viaggio come la tanto conosciuta Gomorra di Saviano. L’autore il 28enne Nicolaj Lilin racconta con lucidità ed emozionante tatto la sua vita in Transnistria, regione moldava al confine con l’Ucraina. Fa parte di una comunità criminale siberiana detta Urka, in cui vige un codice che regolamenta la vita degli appartenenti che sin da bambini imparano a vivere e sopravvivere. Nicolai, detto Kolima, apprende giorno dopo giorno grazie agli insegnamenti degli anziani saggi (tra cui suo nonno Kuzja) il codice di vita del popolo Urka che dalla Siberia è stato deportato ai tempi di Stalin, in questa terra di nessuno. La Transnistria appunto. E scopre una grande passione: quella dei tatuaggi. Diventerà un bravo tatuatore, mestiere che esercita in Italia. Il romanzo, pubblicato da Einaudi, si nutre di miti e leggende ma anche di violenza di ogni genere.
La mucca
L’enormità degli occhi esprimeva la mansuetudine del suo sguardo così come la sua mole ancorata al terrestre. Il muggito pacifico sembrava il richiamo di una sorda campana. Appariva mastodontica anche la sua lingua, le cui leccate cospargevano d’umido la pelle del vitello appena partorito. Quando veniva munta, immobile, continuava a ruminare. Di giorno si lasciava montare, muovendo il vello liscio e dorato. Leggi il seguito di questo post »
Sotto un volo di ciambelle gonfiabili di ogni foggia e colore spuntano gambe di pantaloni arrotolati al polpaccio. Di una nuance tra il beige e il verde, che di definito ha solo la distanza dall’ultimo lavaggio.
Tommaso scorge la cosa in lontananza sulla battigia, ed è contento.
Si era sentito così stupido ieri dinanzi al salvagente appena acquistato che si sgonfiava in giardino.
Tu vuoi aiutarli e loro ti fregano, ecco quello che aveva pensato.
Elena, dal patio, si era limitata a fare spallucce e poi era andata a cospargersi il corpo di crema doposole. Ma lui sapeva esattamente che aveva pensato la stessa cosa. Sempre la stessa cosa:
Pubblicato da robertorossitesta su luglio 14, 2009
Da qualche tempo il mio Omega, già appartenuto a mio padre, sta facendo i capricci. Si ferma (sempre alla stessa ora, alle setta e mezza del mattino) e a volte riparte da solo, a volte grazie al blando intervento del mio vecchio orologiaio; il quale, nel leggermi l’inquietudine in viso, si fa delle belle risate. “Questi gioiellini hanno un’anima delicata, certo, ma non nel senso che magari intende lei;” mi assicura “sono cose che succedono, è così e basta”.
Ma questa volta mi sono impuntato: revisione completa.
“Non si verrà a capo di nulla, comunque: contento lei… Fra otto giorni ci vediamo.”
Gli otto giorni sono passati, ritorno alla bottega. Leggi il seguito di questo post »
«I never had a real understanding of how you take a failed landscape painter and turn him into a fanatical mad man who controls millions. That’s some trick. I mean the powers that created him must have been awesome.»
Bob Dylan (da qui)
Uscir fuori allo scoperto. Pubblicare. Mica era tutto chiaro e prevedibile, all’inizio. Sì, sì, qualcosa da dire, una storia da raccontare, puntualizzare davanti al mondo, tardivamente, certe faccende, passate ormai come mozzarelle dell’altr’anno. Vincere il dubbio che quelle mie parole che mi illudo venire da dentro, siano inutili, proprio parole al vento, parole che non possono cambiare niente (no, quel dubbio non si vince, è sempre più forte e non è nemmeno più dubbio, mutato intanto in certezza). Scontando l’inanità dell’impresa, rimane la vanità personale allora, certo, perché no? Che c’è di male? Si può sopprimere tutto quel garbuglio di strategie comunicative, di ostentato contegno, di atteggiamenti, che sono per noi la ruota del pavone? Vivi nascosto. Ma quando mai! Leggi il seguito di questo post »
Personaggi strani, quelli che scrivono nei blog, non si capisce bene cosa vogliano. Alternativi alla carta, interattivi, vivi, ivi, si potrebbe dire: disponibili a fare del presente una storia condivisa in cui autore e lettore intreccino un dialogo serrato. Non è più utile leggere il Corriere della Sera, le pagine grandi come ali spiegate, i nomi noti, Panebianco, Stella, Sartori, Galli della Loggia? Leggi il seguito di questo post »
Tra le più conosciute delle Odi di Orazio, quella dedicata a Pirra (Lib. I, 5). Pirra me la immagino un po’ come Charlize Theron. Pirra è una delle creature che hanno fatto sognare, e terrorizzato, schiere di impacciati liceali, una donna sensuale, voluttuosa, non una fatalona. È capace di trasporti infantili e capricciosisimi e micidiali rifiuti. Questo tocca corde anche extra-testuali, se vogliamo… il tema della donna infedele… ouch! un’esperienza difficilmente evitabile, se si vive almeno un po’ (la cosa vale anche in senso figurato). Orazio canta gesti di fulminante erotismo: il riannodare della chioma (evidentemente dopo essere stata sciolta), l’unica azione compiuta da Pirra, forse solo immaginata, vale mille immagini.
La forza di questa lirica sta per me nel trattamento dei temi relativi agli elementi. Terra, acqua, aria: gli elementi sono infidi: il corpo della donna è figurativamente l’omphalos dell’orbe. Il potere della donna è quello della natura: la grotta, la tempesta di mare, venti neri e arie traditrici. Ogni verso abbonda di dispositivi retorici. Colpisce l’espressione aspera nigris aequora ventis, quattro parole per descrivere in ogni senso senso la bufera, col forte valore metonimico di nigris e l’indeterminatezza di aspera riferita alla distesa d’acque. Me ne ricordo ogni volta che metto piede su qualcosa di galleggiante. E ogni volta che leggo cose del genere.
L’ultima stanza allude alla consueta offerta votiva dei marinai antichi scampati al naufragio.
Ho trovato, e l’autrice mi perdoni, il libro di Rosella Postorino un libro religioso.
Mi perdoni di questo per diversi motivi.
In primis, perché non corrono buoni tempi per la religione, né per i libri religiosi.
In secundis, perché il titolo vale come sorta di affrancamento dalla religione (L’estate in cui perdemmo dio è un titolo che non dà alcuna indicazione né speranza sulle possibilità che dio, o Dio, sia stato ritrovato, o ci abbia ritrovati).
Mi trovo quindi a dover motivare quanto scrivo, e a cercare di annodare in un discorso complesso fili sparsi di pensieri che mi girano in testa da qualche giorno. Da quando, cioè, ho terminato una insolitamente lunga lettura, dovuta più all’affollarsi di pensieri che la lettura stessa ha provocato che ad una reale difficoltà.
Dicevamo. Beati i poveri, dice il Vangelo. E chi sono i poveri? Leggi il seguito di questo post »
Forse è il caso di ribadire – ancora una volta – che “tale”, come “quale”, non si apostrofa mai: si tronca. Un cortese blogghista ci ha fatto notare, in proposito, un “tale” apostrofato contenuto nella “Grammatica pratica dell’italiano dalla A alla Z” disponibile in rete. Il madornale strafalcione si può vedere al punto 9 cliccando su questo collegamento:
E’ stata pubblicata il 7 luglio l’enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate”. L’enciclica è il documento più importante emesso da un papa, in quanto indica il pensiero ufficiale della Chiesa su determinati temi costituendo, perciò, un riferimento per i vescovi e i fedeli e non solo. Il documento, incentrato “Sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità”, di cui si propongono alcuni stralci, andrebbe letto integralmente e con attenzione; vi si coglie uno sguardo profondo e acuto sul mondo e sul nostro tempo, sull’uomo e la sua “vocazione” secondo l’insegnamento di Cristo; uno sguardo ampissimo, anche, sugli aspetti e i fenomeni che condizionano fortemente la nostra esistenza: la tecnologia, la politica, l’economia, l’ambiente, la genetica etc.; un documento granitico e coerente, equilibrato ma fermo nelle diagnosi e nella cura delle molte patologie; senza fare sconti a nessuno – politicamente parlando, né alle destre né alle sinistre nostrane e straniere; un pensiero, insomma, “forte e chiaro”, che radica nel vangelo, nel pensiero millenario e nella tradizione della Chiesa (da San Paolo a Sant’Agostino) richiamando precedenti encicliche e documenti. Personalmente non mi sento di condividerlo appieno, specie in alcuni passaggi (1) , ma ritengo che meriti grande ascolto e rispetto, specie in tempi d’assenza di idee e di progetti altrettanto autorevoli. Leggi il seguito di questo post »
Qual è la condizione dei giovani intellettuali, oggi, in Italia? Quale, il ruolo? Troviamo risposte nella nuova opera narrativa di Gianfranco Franchi: “Monteverde” (Castelvecchi, 2009, € 16, p. 310).
Franchi, già autore di “Disorder”, “Pagano” e “L’inadempienza” per le edizioni “Il Foglio” – è un intellettuale romano classe ‘78, nato a Trieste, creatore e gestore del sito letterario Lankelot(www.lankelot.eu), nonché consulente editoriale di varie case editrici.
Il protagonista del libro, Guido Orsini – alter ego dell’autore – è un giovane laureato che vive nel quartiere romano di Monteverde, ama la letteratura e deve fare i conti con una società in cui stenta a integrarsi; in cui non si riconosce. Vorrebbe vivere di libri, Guido. Campare di letteratura. Ma non si può. Leggi il seguito di questo post »
Sono stata alla Villa Adriana a Tivoli, colta da sensazioni sublimi davanti al sogno di bellezza, fattosi pietra nelle tozze mani degli schiavi.
Il celebre canopo, pensato e costruito con l’unico scopo di fare godere dei riflessi di luce danzanti sulla superficie dell’acqua. Cammino tra uliveti e rovine, protetta dagli enormi ombrelli sempreverdi dei pini mediterranei.
Esagerazioni, inquietudini, solitudini, brevi pacificazioni – tutte mie e non mie. Secoli e uomini sono passati con passo pesante o auf Taubenfüßen e pian piano le piante e gli alberi si sono ripresi ciò che appartiene a loro da sempre. Tutta la grandiosità della reggia dell’imperatore del mondo è ricaduta nel silenzio, animato solo dall’eterno canto delle cicale – lontano, incomprensibile, stordente e seducente. Leggi il seguito di questo post »
7 : 55 ultimi preparativi: scarsi capelli, tinti di rosso, vengono cinti da coroncina rosa.
Sempre più impaziente l’abbondante corpo si aggira per l’alloggio, lasciando evidenti tracce del suo passaggio, panna montata viene distribuita su petto e linguine. Leggi il seguito di questo post »
Mi chiedono tutti come sto e mi guardano di sbieco, come se dovessi cadere da un momento all’altro. Tutta la stanchezza vinta, in quel momento, mi torna addosso come un boomerang, le energie svaniscono, nella testa si forma un vuoto che spaventa. Siamo appesi a un filo, si dice. E qualcuno aggiungeva che una donna è predisposta per tagliarlo, con aria indifferente. E’ importante partire da qui, da una scena in bilico tra due mondi almeno in apparenza separati. L’illusione è che le lucide cesoie siano riluttanti a interrompere un’azione, un sentimento, un ideale: tutto dev’essere a fronte del gesto inesorabile di Atropo, la parca che recide il filo. Ma si intravede un’altra prospettiva: sono io che stabilisco di restare, perché la mano che lacera l’ordito potrebbe essere la mia, spinta dalla pena di chi ha perso tutto, di chi si sta solo davanti al gigante, con la pietra e la fionda. Sono io che decido di resistere, di fissare negli occhi la donna senza cuore, di far vacillare, anche solo un istante, la sua millenaria sicurezza.
Molte le ragioni per cui oggi racconto questa storia.
Ragioni ricostruttive di me, dei miei ultimi 19 anni di vita, in giorni in cui mi sono consegnata a un uomo portandogli in dono una brugola. Due giorni tanto per smontare qualche pezzo, tornata a casa in una scatola come un puzzle di cui ci si stufa. Dopo anni di relazioni stabili mi riaffaccio al mondo come al finestrino di un treno tirato giù d’estate, e prendo in faccia il vento nero pauroso di una galleria. Indifesa. Starò più attenta, spero. Spero che torni, con la brugola. Lo aspetto.
Ma non è di lui che devo raccontare. Devo raccontare una vecchia storia che alcune mie amiche mi hanno chiesto di scrivere, dopo che gliel’ho narrata a voce. Una storia cominciata il 14 settembre del 1990, giorno più giorno meno.
Vivevo a Stoccolma da qualche mese con il mio compagno svedese, quello che poi è diventato il mio primo marito. Vivevamo in un piccolo appartamento per studenti uguale a un depliant dell’Ikea, eravamo felici. Il sesso a dire il vero non aveva mai funzionato granché, ma non ci facevo caso perché era un amore a cui volevo mettere la A maiuscola. Volevo Mr. Right. E lui aveva spalle larghe da tennista e piedi solidi, un ingegnere di telefonia mobile con cui potevi fare progetti di vita già vedendoti dentro a una Volvo familiare – che ha poi in effetti anche avuto, anni dopo. Dopo di me. Un uomo solido, niente grilli per la testa. Pensavo fosse Amore e invece a quei tempi cercavo solo un Tavor. Leggi il seguito di questo post »
«Forse sto costeggiando la follia», pensa Alberto quasi ogni giorno, illudendosi di trovare la sicurezza di non esservi precipitato. Ma come fa ad esserne sicuro se proprio lui è l’inquilino della sua mente? Chi può dirgli qualcosa di certo in merito alle sue condizioni, chi può dargli un parere informato circa le pareti della sua casa più privata, il suo cervello? Chi di coloro che stanno là fuori può dirgli la verità? Una figura autorevole di cui avere fiducia? Una persona amata? L’unica cosa che sa è che si sente solo, contagiato da un veleno. Deve fare affidamento a null’altro che alle sue forze. Lui, che fin da quando è entrato nell’età della ragione si è percepito essenzialmente come un malato, per essere qualcuno di diverso ha a disposizione solo se stesso. Non si conosce altrimenti, e nessuno può conoscerlo meglio di lui. No, nessuno ha il diritto di intervenire. Compirebbe una violenza. Solo Alberto conosce Alberto. Leggi il seguito di questo post »
Testo di Giovanni Agnoloni AA.VV.,Diversa sintonia – Fantastic-Zen Stories & Histories, ed. Diversa Sintonia, euro 13,00
Una nuova iniziativa editoriale, quella delle Edizioni Diversa Sintonia di Marco Milani, scrittore e creatore del sito www.domist.net (Progetto Letterario Internazionale), nonché co-fondatore del movimento connettivista (insieme a Giovanni De Matteo e Sandro Battisti), che già intervistammo un anno fa (v. qui), quando EDS era agli albori. Oggi inizia a muovere i primi passi concreti nel mondo editoriale: ricordo che attualmente ha un proprio stand a Roma, al Villa Celimontana Jazz Festival, dov’è presente anche Francesco Verso, un altro esponente di punta del movimento connettivista (v. qui il recente articolo sul suo romanzo Antidoti umani, corredato di video relativi alla presentazione fatta a Firenze). Leggi il seguito di questo post »
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
La nostalgia del deserto e l’avventura della parola. Giulio Bruni, Arsure ed erranze, Napoli, Lettere Italiane – Guida, 2003
L’”attraversamento del deserto” è uno dei miti fondativi della cultura poetica (e non solo) del Novecento: memori di Lawrence d’Arabia e della sua cavalcata verso Aqaba, generazioni di turisti più o meno illustri (da Gide a Michel Leiris) hanno identificato il territorio desertificato dell’Africa settentrionale o dell’Asia Minore con un luogo dell’anima che significava tanto il loro personale disagio quanto il loro sogno di un mondo migliore, rinnovato, rigenerato.