Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Ne farei volentieri a meno. Manca solo l’ultimo atto di questa recita. Dell’ultima recita della Traviata. Sento molto il peso di questo compito, di questo dovere da portare a termine.
Eppure è solo l’epilogo di una tragedia. Mezz’ora, poco più, e tutto sarà finito. Violetta sarà morta per sempre, Alfredo resterà stravolto. Poi, forse, un giorno si risposerà. E consegnerà alla sua novella amata l’immagine di Violetta.
Anch’io porterò con me l’immagine, anzi, i ricordi di una vita passata tra le sale da concerto e i teatri d’opera. Ormai comincio ad averne la nausea. In tutti i sensi. Non so perché. Ma ogni volta che dirigo La Traviata, mi sembra di rivivere tutto quanto mi è accaduto. Leggi il seguito di questo post »
Gioia Perrone, Il ritorno dell’Ofisauro, Libri di Icaro
di Angelo Petrelli
Scrisse il premio Nobel per la letteratura T. S. Eliot, nel saggio dal titolo “Tradizione e talento individuale”: «La tradizione non si può ereditare, e chi la vuole deve conquistarla con grande fatica». Partendo da questo monito, nell’indomito fermento della scrittura nel Salento, mai sazio di nuovi avventori e iniziative culturali, l’esordio editoriale della giovane Gioia Perrone ha destato interesse e curiosità. Poetessa classe ‘84, con il suo “Il ritorno dell’Ofisauro” (Libri di Icaro), propone un’attualizzazione, più o meno voluta, da un lato delle derive liriche tipiche dei modernisti europei, principalmente attraverso l’uso esteso di simboli, anche di natura psicanalitica, e di tecniche come flashback, flash-forward e, dall’altro, di un atteggiamento tipicamente “surrealistico” per la vera onirica della sua scrittura. Il sostrato problematico di queste letture, e l’inerente teoresi che ne consegue, si colloca al di fuori della più usuale delle categorie poetiche che il recente scenario locale ha saputo evidenziare. Leggi il seguito di questo post »
La prima volta che la incontrai, nel ’95, era di passaggio a Roma e stava andando in Svezia. A Fiumicino, si aggirava all’interno dell’aeroporto come una delle tante turiste asiatiche in vacanza in Italia. Giacca di pelle nera, jeans neri, zainetto sulle spalle, capelli corti e spettinati. Passo tranquillo, lento. Si guardava attorno, beveva una coca-cola, telefonava.
Eppure Taslima Nasreen, medico, poeta, scrittrice bengalese, avrebbe avuto più di qualche motivo per non passeggiare così tranquilla. All’epoca aveva una condanna a morte sulla testa. Leggi il seguito di questo post »
In Italia, si sa, i libri durano poco, pochissimo, niente. Fagocitati da scaffali selettivi, adombrati dalle classifiche, e infine destinati, nel migliore dei casi, a confondersi fra le pile scomposte di magazzini e bancarelle, le centinaia di titoli pubblicati ogni giorno finiscono presto nel dimenticatoio, trasformati in corpi inerti, solitari, brossure fantasma che possono solo più sperare nella benevolenza di lettori-archeologi in cerca di nutrimenti anche tra le imperfette geografie dell’oblio. Fa parte del gioco, va bene, provare angoscia di fronte al dissolvimento di romanzi invenduti può apparire stupido, infantile, comunque ingenuo. Sono regole severe, per certi versi ingiuste, ma spietatamente applicabili a molti altri aspetti del mondo, della vita, del nostro essere naturalmente votati alla vanificazione. Leggi il seguito di questo post »
Ci tenevo al cellulare coi numeri delle amicizie e del lavoro. Poteva trovarsi ancora lì: quando l’avevo perso era già buio. Spinsi al massimo lo scooter, la nuvola dei nomi si alzò improvvisa e invase la memoria, come materia viva, ognuno con la voce che gli corrispondeva, il rumore di fondo inciso nella colonna sonora della mente. Tutti i nomi in un’unica esplosione di ricordi, che occupavano lo spazio e trapassavano la carne come punture d’aghi, sentimenti legati a ciascun utente registrato, la fiamma della passione, il fuoco dell’amicizia eterna, il bruciore di un desiderio di vendetta. E mentre mi stupivo che dei puri nomi potessero procurare una sensazione così intensa, mi accorsi che mi stavo consumando, i vestiti si scioglievano, lo scooter si sfaldava, e tutto, tutto diventava un’unica traccia polverosa in cui cercavo di riconoscere ancora la mia vita.
Ora il rumore non c’è più, la nuvola è dissolta. Mi chiedo se in uno spazio e un tempo che non riesco a decifrare ci sia il Dio delle ustioni che guarisce ogni ferita, o solo il dio dei carrelli difettosi, sempre pronto a incenerirti, col pretesto di una manciata di numeri importanti.
Franto e ricercato
nell’interno del corpo
svuotato ventre
lasciare che vada
sciolto e sganciato
niente ricerca d’interezza. Leggi il seguito di questo post »
“[…]Un giorno, quando la storia del mondo costituirà un ciclo chiuso (così come oggi la storia della Grecia e quella di Roma) tutto il secolare travaglio che noi appunto chiamiamo storia apparirà come il miserabile risultato della perpetua e costante volontà di vivere dell’uomo tradizionale. Sarà questa una visione a posteriori che corrisponderà a quella che a priori hanno avuto i profeti lontani: visione piatta e uniforme nella quale scompariranno i rilievi dei fatti, come i volti dei dannati nelle bolge dell’inferno di Dante. Leggi il seguito di questo post »
José Saramago critica Berlusconi e l’Italia si offende
di Franz Haas
Silvio Berlusconi non inquieta solo gli animi dei suoi compaesani. Anche all’estero tanti scuotono la testa sempre più decisamente nelle ultime settimane, quando si parla del capo del governo italiano, che sempre fiuta all’origine di tali gesti, quasi fosse un riflesso condizionato, una congiura della stampa mondiale di sinistra. Quando qualche tempo fa apparse sul “Financial Times” (non certamente un quotidiano della sinistra radicale) un articolo preoccupato per il fatto che Berlusconi sarebbe non un novello Mussolini, ma comunque “un pericolo per la democrazia italiana”, quest’ultimo fece sapere attraverso un portavoce che il foglio britannico scrive “un cumulo di scemenze”. Preoccupazione per l’Italia esprime anche José Saramago, che nel suo ultimo libro ha inferto un paio di stoccate a Berlusconi e ai suoi intrighi, ragion per cui il suo editore Einaudi gli ha appena rifiutato la traduzione in italiano. Leggi il seguito di questo post »
«Ci è stato detto che la condizione degli umani, lungo la loro esistenza in questo mondo terreno, è quella del sonno. Nel corso di tale sonno potranno essi percepire il senso, comprendere le parabole di cui i versetti coranici ci dicono che solo i Saggi comprendono? Ma chi sono dunque i Saggi? I Saggi sono coloro che in tre meravigliosi capitoli Ibn ‘Arabī ci descrive come i “cavalieri” o i “cavalieri dell’Invisibile”; è grazie a essi che in questo mondo terreno può esistere una “scienza delle corrispondenze”. […] Ta‘bīr al-ru’ya è l’interpretazione delle visioni, dei sogni, ed è una delle applicazioni per eccellenza della “scienza della Bilancia”. Essa permette di compiere il passaggio dalle forme percepite nella visione al significato segreto della loro apparizione. Le nostre visioni in sogno nel mondo della Notte, come quelle che percepiamo in ciò che chiamiamo il mondo del Giorno, necessitano del medesimo passaggio, affinché noi possiamo percepirne il significato segreto. La ragione di questo è che sia le une che le altre sono motivate da un’intenzione segreta propria a un altro mondo e da esso proveniente. Ecco perché il mondo del nostro presente, della Notte come del Giorno, è un ponte che si tratta di oltrepassare. Un ponte è un luogo di transito; non ci si ferma, né si prende dimora su un ponte. Lo si varca, e occorre varcarlo per comprendere il significato segreto, la “corrispondenza” invisibile di quel che è trasceso e lasciato da questa parte. Tale è il compito degli interpreti, degli ermeneuti del senso esoterico, promossi al rango di “cavalieri dell’Invisibile”». Leggi il seguito di questo post »
Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fineStoria contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporaneaquesta mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)
“Questo è il tempo degli Assassini” (Rimbaud). Appunti per Giorgio Vasta, Il tempo materiale, Roma, Minimum Fax, 2009
«Nel silenzio di quest’ultimo minuto, accovacciato davanti al corpo accovacciato del mio amore, del mio amore immemore, del mio amore reale e inventato, del mio amore creolo, creato, ascolto il rombo futuro della materia che mescola in me e in lei le stelle alle ossa, il sangue alla luce, il rumore della trasformazione infinita della materia in dolore e del dolore in tempo. Ed è solo adesso, quando nella fabbricazione della nostra notte le stelle esplodono nel nero, che alla fine delle parole comincia il pianto» (p. 311 e ultima)
Il tempo materiale è un libro terribile, che colpisce basso, pieno di un gelo che fa male al cuore. E’ anche un libro tenerissimo, struggente, ricco di pathos e che fa ugualmente male al cuore.
Le due affermazioni precedenti possono apparire in contraddizione tra di loro e meritano, quindi, una spiegazione il più possibile attenta alle dinamiche del romanzo.
[Il mio caro amico Bernardo Carli, preside del liceo artistico di Piacenza, andrà in pensione il primo settembre prossimo. Ha deciso di inviare a studenti, colleghi e genitori questa lettera, immaginandosi marinaio, dritto sulla banchina di un porto, in procinto di partire per un altro viaggio, aggiungendo "Voglio che tu capisca che nulla mi spinge a lasciarti, se non la voglia di andare altrove e che sono felice di questa mia partenza. Sappi infine che fisicamente non andrò lontano e seguiterò a vivere a cento metri dalla scuola, ma mi staccherò da questa con la testa rapidamente per navigare in luoghi e mari lontanissimi", eccovi la lettera. a.s.]
E’ da qualche giorno che mi dedico alla preparazione di bauli e sacche per far trasloco da questo porto che è da anni la mia dimora: il tempo è maturo perché la prua di questo mio piccolo vascello, forte della brezza che spira da giorni, punti verso il mare aperto, per affrontare ancora un viaggio, nella speranza che questo mi porti in luoghi affascinanti come quello che mi accingo a lasciare.
Lascio questo porto perché non è più un semplice approdo, ma “il mio porto”. Salpo perché mi sto abituando a questi odori, ai suoni, ai colori fino a non saperne più apprezzare la bellezza; parto perché il tempo è sereno, l’aria tiepida e la compagnia allegra; metto i remi in acqua e le vele al vento perché va tutto bene e se rimango, corro il rischio di abituarmi alla piacevolezza di starmene alla fonda, ai tempi molli e vuoti, alle abitudini quotidiane, alle chiacchiere sulla banchina, al solito profumo di salmastro che pur resta sublime. Leggi il seguito di questo post »
Tiziano Scarpa (TS) viene dal mondo dei blog (Nazione indiana) e ancora vi opera (Il primo amore). Dunque TS è uno dei nostri (N). TS, però, ha vinto il Premio Strega, che è di Berlusconi (B). Quindi TS è di B. TS, tuttavia, potrebbe essere un po’ di N e un po’ di B. In questo caso, TS sarebbe escluso dalla categoria dei duri e puri (DP). Come decidere da che parte sta TS? E’ di N, di B o dei DP? C’è un’unica soluzione: abbracciare TS per sentire che odore ha, se più di N, dei DP o più di B. E’ una questione di olfatto, non resta che andare a naso.
Postilla
Ma Facebook (FB), per esempio, di chi è? Mi hanno riferito cose strane. Non mi sembra una cosa adatta per DP. A naso.
Carola Susani – Elena Stancanelli, Mamma o non mamma, Feltrinelli, 2009
Questo, di Susani e Stancanelli, è un libro che ci riguarda. Tutte e personalmente, perché tutte siamo state, siamo o saremo davanti a quel sì o a quel no del diventare “mamma” nella voce e tra le costellazioni di qualcuno che nemmeno conosciamo. Inoltre il libro è scritto benissimo ed è divertente. Non è un trattatello tematico, tutt’altro: Carola Susani e Elena Stancanelli sono davvero amiche e da amiche trattano le parolecose, con una confidenza e un amore che trabocca dal loro pseudoepistolario e ci assume come destinatarie e non ci fa dormire, qualunque scelta noi abbiamo fatto, per leggerlo o ripensarlo.
Gli uomini incuranti continuano freneticamente a camminare, spingesi, urlare, devono andare nei loro uffici, sedersi alla loro scrivania, davanti al loro PC, devono scrivere dati su dati, fare previsioni, salvare dalla crisi la loro azienda, devono correre da una parte all’altra, il sole picchia incessantemente sul cemento, e sulle teste dei barboni che seduti al fianco dei bidoni della spazzatura, trovano in loro un amico fidato.
Chiedono l’elemosina senza neanche più preoccuparsi di sorridere, di augurare buona giornata a delle persone che comunque vada, ne passeranno una migliore della loro. Leggi il seguito di questo post »
era il tuo nome di battaglia, il nome del rebus tutto interno al monolocale con angolo cottura che avevo affittato per te a mille euri al mese, un rebus da niente nel quale ogni volta mi perdevo come in un labirinto evanescente senza trovare la forza di rifiutare la sfida e fuggire lontano dal tuo corpo di fantasma recidivo, impudico revenant evocato dalle ossessioni di un disegno ancora imbozzolato nei preamboli che ti allargava sulle labbra carnose un blando sorriso di indulgenza.
Senza saperlo ti avevo dato il nome di un comandante guerrigliero di Timor ovest ucciso dall’esercito indonesiano proprio in quell’incanto incendiato di giorni quando le tue braccia apparivano il porto più sicuro a cui approdare per sottrarmi al gelido ventare di oscure predizioni. Ma questo tu non potevi immaginarlo, tu che forse detestavi il nome che per un gioco del rum e del desiderio in un pomeriggio di pioggia e di Corelli ti si era appiccicato addosso uscendo dalla mia bocca tremante macerata nell’andirivieni di sussurri e turbamenti. Leggi il seguito di questo post »
Premessa necessaria: conosco, anche se non troppo bene, Tiziano Scarpa: una conoscenza nata dal fatto di averlo invitato ad alcune rassegne da me organizzate negli anni precedenti e dal fatto che, grazie a lui, ho ‘esordito’ sulla Rete, in Nazione Indiana, alcuni anni fa. Ricordo le sue mail in cui con dolcezza ostinata mi invitava a ‘sfrondare’ il più possibile dalla mia scrittura tutto quello che appariva ridondante o cerebralistico. E aveva perfettamente ragione. L’ho recensito ( la rece di ‘Stabat mater’ sta anche in questo blog) ed intervistato ( una lunga intervista che mi ha concesso in occasione dell’uscita di ‘Batticuore fuorilegge’ sta nel mio ’69 posizioni’ in uscita per Cattedrale ( così mi sono fatto anche un po’ di autopromozione).
Su Scarpa si sta abbattendo una specie di ciclone che assomiglia molto, per dimensioni e forma, a quello che ha investito Saviano: il popolo della rete, il popolo dei blogger, quello che ha sempre denunciato l’autoreferenzialità dell’apparato culturale, la consunta logica mafioso-clientelare dei dispositivi che dominano l’industria culturale, non sopporta che a Scarpa capiti ciò che è accaduto a Saviano, ovverosia la possibilità di diventare ricco e famoso attraverso la scrittura. Qualcuno addirittura( l’ho visto su uno dei blog che più stimo, quello di Georgiamada) ha criticato la comparsata di Scarpa da Marzullo. L’ho vista e mi è sembrato che Scarpa non assumesse nessun atteggiamento servile od untuoso nei confronti di Mr. Mediocrità. Anzi, mi pareva rilassato e sincero ( per quanto lo si possa essere in TV) come nelle rare occasioni in cui l’ho incontrato. Che cosa si voleva ? Che Scarpa ammazzasse in diretta Marzullo, realizzando così il vaticinio augurale che Scurati, sempre allo Strega di qualche anno fa, aveva rivolto a Vespa? Leggi il seguito di questo post »
Con la sua raccolta poetica Il dono della notte ( Passigli Poesia, città di castello, 2008), Emilio Coco descrive gli ultimi giorni – 5 luglio,23 agosto- della malattia del fratello Michele. Il libro è strutturato in quattro parti, esattamente quanti sono stati i reparti ospedalieri durante la degenza. Una tale scansione gemellare direi, di poesia e di luogo, moltiplica ad altissimo grado la potenza lirica del testo. Alla personale sciagura si aggiunge un ulteriore elemento, quello della suggestione non meno dolente dell’iconografia. Il tutto appare così più fulmineo perché accorciato, stretto, appunto sacrificale: le quattro Stazioni del dolore, o i quattro atti teatrali di una rappresentazione tragica. Leggi il seguito di questo post »
“Torno nel vespaio”, dice, “ma non ho paura”. Il vespaio è la ex Jugoslavia, patria di Predrag Matvejević, nato a Mostar nel 1932 da padre russo di Odessa e da madre croata.
Da qualche tempo è tornato a vivere a Zagabria e non teme per la sua incolumità perché è convinto che la situazione sia cambiata e che i “talebani cristiani” non possano più permettersi di zittire con la minaccia del carcere chi come lui esercita ancora il diritto di critica. Se n’era andato nel 1991 dopo gli spari contro la cassetta della posta: una minaccia dal significato inequivocabile. “Non si può lottare con la penna contro le pallottole” ha ammesso durante la colazione con l’autore tenutasi a Verbania in occasione del Festival LetterAltura, al termine della quale ci sediamo in un bar del lungolago. Leggi il seguito di questo post »