Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Il rumore della sedia messa in moto faceva parte di me. Erano due, la piccola e la grande, che dava subito il suo avviso sonoro, prima di partire. Si sapeva in anticipo che il cigolio sarebbe risuonato nel piano sottostante. Era il mio rumore, il segno che c’eri. Avevo anche il timore che chiamassi, per le tue esigenze fisiche, e interrompessi il mio lavoro. Ora, quel rumore lo sento solo quando carico le sedie, o le sposto per vedere se funzionano. E allora ti rivedo, la vita ha ancora un centro, un obiettivo, la volontà si desta e riparte nella giusta direzione. Ma con un groppo in gola, una lacrima che fatica a uscire. Mi domando se sia tu a lasciare un vuoto sulla sedia, o se il rumore che sento a intervalli ormai così distanti sia il segno che anch’io debba partire.
Ci sono voluti quattro anni. Ora il catalogo dei Beatles è stato rimasterizzato per la prima volta in digitale con un livello di fedeltà alla musica originale mai raggiunto prima. 12 album più Magical Mistey Tour e Past masters vol. 1 e 2. per un totale di 14 album su 16 dischi (280 euro circa). Un altro box per i collezionisti: The Beatles in mono (330 euro circa). Ogni CD costa 20 euro, i doppi 30 euro. Leggi il seguito di questo post »
non c’è niente di ‘normativo’ o autoritario nel chiedere attenzione per alcuni linguaggi, niente di prescrittivo. niente di insensato nel fare uso di più linee di ricerca. di sperimentazione. (attestate o meno, frequentate o meno).
in certi casi si tratta di linguaggi o direzioni o fronti semplicemente avviati dalle avanguardie. e solidi ormai in lingue e culture. (specie poi nell’immaginario visivo).
Era diventata una tassa sul sogno, ma pochi se n’erano avveduti, avendo la parvenza di un gioco, un semplice gioco che tutti potevano fare senza fatica. Con inspiegabile entusiasmo, ogni giocatore stabiliva l’entità della tassa, pari alla grandezza del sogno. Mai a memoria d’uomo era accaduta una cosa simile. Nelle case, nei bar, negli uffici persone di ogni età discutevano e si accordavano per giocare/tributare, depositando infine nelle rivendite, assieme alla giocata/tributo, le schedine coi numeri; attendevano poi l’estrazione, trepidanti, i milioni di giocatori. Leggi il seguito di questo post »
Non è l’avvenimento che ha un senso; è il giudizio che se ne dà. La differenza è quasi esclusivamente l’aspetto narrativo; cioè il valore è nel racconto non nell’avvenimento.
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Non si ottiene quanto vorremmo perché scoraggia il percorso per arrivarci. Il conseguimento degli obiettivi, infatti, non sarebbe irrealizzabile; il difficile è rinunciare ad essere ciò che siamo e convertirsi all’idea di come dovremmo essere.
Rimane il racconto di un viaggio amaro, somigliante alla realizzazione di qualcosa che, nel suo svolgersi, è di per sé una condizione. Con l’immane fatica sostenuta senza essere pervenuti allo scopo si nobilitata una rovina, tanto che diventa soddisfacente il fallimento al punto di descriverlo come la riuscita. Il dolersi della propria avversa sorte si trasforma, poi, in un obiettivo accidentale quanto vago. Leggi il seguito di questo post »
Laggiù, a millequattrocento miglia
da quassù, noi abbiamo una casa
(il solenne plurale di mia madre
abbraccia anche il buonanima,
oltre che i quattro figli). In quella casa possediamo, noialtri – si badi
e se ne prenda scrupolosa nota -
quarantadue cassapanche
e trentanove armadi,
per non dire di una ventina
di bui, catacombali ripostigli.
Le stanze in cui entra un po’ di luce,
quelle che danno sulla strada,
sono solo un paio. Più una terza,
cieca, che però ha un lucernario.
Il resto è un succedersi intricato
di retrostanze cripte sottoscala. Leggi il seguito di questo post »
Un moto di insofferenza è spesso la molla delle mie letture, mia personale e indubbiamente opinabile reazione a vulgate diffuse ad arte, a ossimori forzati, a “salvation a la mode and a cup of tea”, come cantavano i Jethro Tull in Aqualung, a bieche – queste sì veramente bieche – forzature della parola. L’estate che sta imperversando mi ha regalato una tanto singolare quanto insopportabile coincidenza di tutti questi fattori, ma è stato un episodio apparentemente insignificante a scatenare il furore della mia ricerca. Durante il breve viaggio di ritorno da Heidelberg a Mannheim, l’autista, improvvisata guida turistica, prova a lusingare il gruppetto di turisti italiani con l’ascolto di un motivetto popolare Ich hab’ mein Herz in Heidelberg verloren(Ho perso il mio cuore a Heidelberg). Il gruppetto italiano sghignazza irridente. Mentre penso all’ennesima occasione perduta di “un bel tacer”, mi ripropongo fermamente di leggere, al mio ritorno in Italia, Vai troppo spesso a Heidelberg, di Heinrich Böll. Leggi il seguito di questo post »
“Udite la parola del Signore, voi capi di Sodoma, ascoltate la dottrina del nostro Dio, popolo di Gomorra!”.
Così comincia la prima omelia di Isaia, il grande profeta biblico. Mi vengono i brividi, ogni volta che ci penso. Non mi stupisce che sia morto martire. Quando il Signore chiede: Chi manderò?, lui fa un passo avanti: Eccomi, manda me. Sa bene a cosa va incontro. La vita è fatta di profeti e di gente che prende quello che può, evitando il più possibile i fastidi. Io ho un sogno: che l’umanità si alzi in piedi e un grande boato riempia l’universo: Eccomi, manda me. Da questo grido nascerebbe l’era finale sognata da Isaia, quelllo che qualcuno chiama il mondo nuovo.
Pubblicato da giovannichoukhadarian su agosto 29, 2009
Un anno senza canzoni (Marsilio, pagg. 110, 15 euro) è il diario milanese di una sedicenne sola. Francesca Duranti, scrttrice da sempre estranea alle mode, s’inventa questo personaggio di ragazzina timida e autonoma, vogliosa del mondo e insieme paurosa di affrontarlo. Se Giulietta ricorda qualcuno, è per forza di cosa la Zazie di Raymond Queneau; ma è italiana e si muove a Milano, per cui non si parlerà se non di una lontana eco. Duranti racconta con la grazia sua consueta un mondo che sembra conoscere molto bene. Ambientato nel 2001, il romanzo finisce nel 2008, e non in allegria. Memorabile la frase in clausola: “Perché dopo, finita l’adolescenza, il peggio è passato”.
Non perderò niente di quello che mi hai dato. Mi guardo intorno: nessuno può prendere il tuo posto. Ho vicino persone straordinarie, ma c’è una presenza che ricorda la Presenza. Mi confidasti un’immagine, una volta: il coperchio su una pentola e tu che domandavi: posso toglierlo? E’ stato così, nella mia vita. L’andirivieni sulla nostra via, la sigaretta, la birra alla Nuova capricciosa, i colloqui al Palazzo della Civiltà e del Lavoro: frammenti di una verità che ho accolto a poco a poco. La paura dell’essere umano è quella di perdere l’essenza, ciò che fa di lui, o di lei, quella persona. Gli antichi mettevano una pietra nel luogo in cui avveniva l’incontro della vita. Anch’io ho messo una pietra. Dovessi morire mille volte, tornerei là a cercare le tracce del mio io.
Quando inizio a scrivere un racconto, so solo vagamente come andrà a finire e il più delle volte lo chiudo diversamente da com’erano le mie intenzioni iniziali. La storia che vorrei raccontare adesso ho cercato di scriverla infinite volte ma non sono mai riuscito a incominciarla. Il motivo credo consista nel fatto che conosco esattamente come va a finire. E, dal momento che narra una vicenda realmente accaduta, non potrei terminarla diversamente da come si è conclusa. Per poter riuscire nel mio intento, liberare una volta per tutte il mio cervello dalla sua incombenza, ho pensato di riportarla dalla fine. Leggi il seguito di questo post »
Giulio Lattanzi è da quasi cinque anni a capo della Rcs libri. È un manager puro che tiene la barra dritta sul conto economico, che progetta strategie finanziarie, opera fusioni, alleanze, acquisizioni. Insomma è uno che per il mestiere che fa non piacerebbe all’ editore Giuseppe Laterza che, in un’ intervista apparsa su queste pagine, si è detto molto preoccupato del ruolo di queste figure che rischiano di alterare il mercato librario «Il manager», dice Lattanzi, «è un’ esperienza più complessa, meno caricaturale di come Giuseppe Laterza l’ ha dipinta». Converrà, che fare libri non è la stessa cosa del produrre automobili o panettoni. «Lavoriamo dentro un’ impresa con un forte tasso di innovazione, la cui molla culturale è la creatività. Più della metà del fatturato della nostra casa editrice proviene dai titoli nuovi che pubblichiamo. Non sappiamo in anticipo se venderanno bene. Ma siamo consapevoli che il loro successo è essenziale per l’ andamento della casa editrice. Il profitto non è un obiettivo, è un vincolo che vale tanto per l’ azienda automobilistica, quanto per quella che produce libri». Ma il successo non può essere la sola componente? «Pienamente d’ accordo. Però non si può sputare sull’ industria culturale e servirsene. Il bello dei libri è che quando si vendono concorrono alla formazione di una coscienza e garantiscono una pluralità di opinioni e di punti di vista che il cinema e la televisione non potrebbero soddisfare». Leggi il seguito di questo post »
La notte è più difficile, lo saprà di certo anche lei.
La notte nel silenzio ci sono volte che non la controllo: la parola monta, monta, monta, e poi tracima. Di notte se dormissi sarebbe meglio, è chiaro, ma il problema è che la bionda della volta scorsa non ha capito nulla di tutta la faccenda. Certo che no, si fidi, per questo ha fatto quella gran cagnara da circo, ché se fosse stata zitta un solo momento ad ascoltare, non saremmo qui, né io, né lei.
In verità capiscono di rado. Leggi il seguito di questo post »
Se la motivazione del politico fosse il bene comune, se l’obiettivo dell’artista fosse l’espressione autentica dell’ispirazione, se l’intenzione del credente fosse seguire il Cristo, se ognuno agisse in base alla realizzazione del proprio fine legittimo, come sarebbe il mondo? La vita è pensata così, una verità incontrovertibile: l’albero che cresce, l’usignolo che canta. La speranza nasce all’improvviso, come una rivoluzione armata, o il risveglio di un giovane in coma. Il potere tenta di soffocarla in ogni modo, perché sa che se un albero cresce o un usignolo canta non può stare tranquillo, deve controllare che ogni ora si svolga secondo i suoi progetti, evitare ogni possibile sovvertimento, scongiurare la fine del mondo.
Se è vero ciò che Christian Boltanski, uno dei più importanti artisti della scena contemporanea, afferma nell’intervista apparsa recentemente su “Le monde”, si può senz’altro dire che ormai anche l’ultimo esiguo diaframma che ab aeterno ha separato Arte e Vita è caduto definitivamente. Boltanski ha deciso una svolta che non prevede ripensamenti: lavora per “ dare realtà alle finzioni, alle parabole”. Due progetti, soprattutto: il primo consiste nel creare “una biblioteca di cuori dislocata in un’isola del mare del Giappone. Migliaia di battiti registrati. Si saprà il nome, la data, il luogo”. Del resto, già la sua installazione intitolata “Le coeur”(2004) era basata sull’amplificazione del rumore del proprio battito cardiaco, accompagnato dalla fioca luce di una lampadina che pulsava allo stesso ritmo. Il battito cardiaco: la più sintetica e scarna espressione dell’io, dell’istinto vitale, il ritorno al sé più intimo e più profondo; il battito del cuore come punto di tangenza tra tutti gli esseri, la mutua sincronizzazione tra l’artista e il resto dell’umanità. Ma è il secondo progetto, che viene anticipato in questa intervista, quello che più ‘scandalizza’. Un progetto che ha la misura aurea di un apologo: Boltanski afferma di aver conosciuto un uomo ricchissimo che vive in Tasmania. Una ricchezza conseguita grazie alla sua prodigiosa abilità nel calcolo mentale che gli ha permesso di ‘sbancare’ casinò in tutto il mondo e di esserne, per questo, interdetto. Leggi il seguito di questo post »
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
Io canto me stesso… Introduzione alla poesia di Benedetto Di Pietro (Canto del mio dire, Milano, Casa Editrice Prometheus,2008)
«Io canto l’individuo, la singola persona, / Al tempo stesso canto la Democrazia, la massa. // L’organismo, da capo a piedi, canto, / La semplice fisionomia, il cervello da soli non sono degni / della Musa : la Forma integrale ne è ben più degna, / e la Femmina canto parimenti che il Maschio. // Canto la vita immensa in passione, pulsazioni e forza, / Lieto, per le più libere azioni che sotto leggi divine si attuano, / Canto l’Uomo Moderno»
(Walt Whitman, “Io canto l’individuo” in Foglie d’erba, trad. it. di Enzo Giachino)
1. Un canto libero per far fronte al mondo
Fin dall’inizio del suo nuovo libro di poesie, Di Pietro si proietta inarrestabilmente in una dimensione e in un assoluto di canto. Il suo intento, largamente confessato sin dall’inizio, è quello di liberare attraverso la poesia il proprio spazio di osservazione e di giudizio.
Ci avviciniamo ora a gran passi, nel nostro racconto, a quell’epoca meravigliosa e catastrofica che nella nostra biografia porta il nome di epoca geniale.
Invano negheremmo che fin d’ora sentiamo quella stretta al cuore, quella dolce inquietudine, quel sacro timore che precede i momenti estremi. Ben presto ci mancheranno nella tavolozza i colori e nell’animo la luce per apporre i più alti accenti, sottolineare i più luminosi e ormai trascendentali contorni di questo quadro.
Che è ormai quest’epoca geniale e quando fu?
Qui siamo costretti a divenire per un istante totalmente esoterici, come il signor Bosco di Milano, e a ridurre la voce a un penetrante bisbiglio. Dobbiamo punteggiare i nostri argomenti con sorrisi ambigui e, come una presa di sale, frantumare sulla punta delle dita la delicata materia delle cose imponderabili. Non è colpa nostra se a volte avremo l’aspetto di quei venditori di tessuti invisibili che mostrano con gesti ricercati la loro merce fasulla.
Quest’epoca geniale, dunque ci fu o non ci fu? Difficile rispondere. E sì, e no. Ci sono infatti cose che completamente, fino in fondo, non possono accadere. Sono troppo grandi per rientrare in un avvenimento, e troppo magnifiche. Tentano soltanto di accadere, tastano il fondo della realtà per sapere se le sostiene. E subito si ritraggono temendo di perdere la propria integrità in una realizzazione difettosa. Leggi il seguito di questo post »