Etica e nichilismo – Se la Chiesa rivendica l’autorità
Pubblicato da lapoesiaelospirito su agosto 23, 2009
di Nadia Urbinati
Alla base dell’ identificazione tra nazismo e nichilismo riproposta recentemente dal Pontefice ci sta, ci suggeriva perspicacemente Adriano Sofri, la difficile relazione del cristianesimo cattolico con la modernità. Il Papa ha scelto una strategia retorica efficace chiamando “nichilismo” la modernità perversa, quella che rifiuta la trascendenza e pensa che il mondo morale sia in grado di reggersi solo sulla ragione e quello sociale solo sul consenso. L’ idea (non nuova) è che ci siano due modernità: una radicale, rappresentata dall’ illuminismo e gestatrice del male estremo che ha segnato la storia occidentale – il nazismo, l’ olocausto; l’ altra moderata, sintetizzata da Vito Mancuso come primato dello spirituale sul materiale, contenimento della ragione. Prima ancora che il nichilismo, un termine che ha funzione polemica più che analitica, il tema centrale é il fondamento dell’ autorità, e quindi l’ interpretazione dell’ umanesimo e della modernità. La rinascita religiosa può essere letta come riaffermazione del bisogno di una guida trascendente che colmi i limiti della condizione umana, la quale mentre é capace di comprendere le ragioni del bene e del male, e sulle orme di Kant trovare nella ragione il fondamento del dovere morale, non ha però la forza per motivare la volontà e guidare le azioni. O meglio, come anche i primi filosofi della modernità compresero, è efficace solo con i pochi, non con i molti che per agire moralmente hanno bisogno della paura del castigo (la doppia morale ha caratterizzato molta parte dell’ umanesimo pre-illuminista). Questo è allora l’ oggetto del contendere: l’ autonomia morale come condizione alla portata di tutti. L’ utopia dei riformatori e rivoluzionari della modernità matura è stata la creazione di una società nella quale indistintamente tutti potessero essere o diventare liberi e autonomi. Ciò che preoccupa i filosofi religiosi contemporanei nonè dunque tanto il male o il nichilismo, ma invece la perdita di autorità ovvero una cultura che scientemente si propone di erodere ogni autorità esterna alla società umana. Il loro obiettivo, rintracciabile nelle parole di Mancuso, è coniugare umanesimo e trascendenza per far sì che il primo “riconosca un valore più grande del singolo” e ne sappia moderare l’ individualismo e “la volontà di potenza…che spesso si declina in modo casereccio sotto forma di adulteri, menzogne, furberie, narcisismi di varia sorta”. La lista di piccole e grandi criminalità quotidiane proposta da Mancuso proverebbero che all’ origine del problema sta la presunzione che tutti possiamo vivere moralmente con il solo aiuto della ragione. Quelle che per i riformatori liberali e democratici sono cause sociali, economiche, culturali e politiche (le ingiustizie, l’ ignoranza, la mancanza di potere), per i filosofi religiosi sono cause seconde; la vera causa è una sola: una cultura basata sul riconoscimento dell’ autonomia dell’ individuo. E’ certo infatti che la storia è piena di “adulteri, menzogne, furberie, narcisimi”; ma solo con la modernità, suggerisce Mancuso, questi vizi sono diventati forme ordinarie di vita. La modernità ha eroso il senso del mistero e prodotto il disincanto: nulla stupisce o commuove il nostro animo, non la turpitudine né la sofferenza. Questo è il nichilismo, la deriva dell’ umanesimo radicale. Così letta la storia della modernità, che cosa ci resta da fare se non ritornare a guardare con devozionea una sorgente d’ autorità che sta sopra la nostra mondana e fallace quotidianità? Il fatto è che la società moderna, umanista nei suoi fondamenti, non ha le risorse per rigenerare se stessa; infatti poiché tutte le nostre istituzioni si reggono sul principio immanente del consenso e della ragionevolezza, esse non sprigionano altra autorità se non quella che gli individui associati producono. Dove ci porta questa riflessione sull’ impotenza dell’ umanesimo se non a credere che occorra riorganizzazione le nostre istituzioni su principi di giustizia altri da quelli liberali? Non è forse questa la logica che spingei nostri parlamentari a voler legiferare su materie personalissime (come quelle relative alla vita e alla procreazione) per darci leggi che assomigliano più a precetti religiosi che a norme giuridiche? E non é questo un segno di esautoramento della nostra eguale libertà di scegliere e agire (con anche la responsabilità di sbagliare)? Vi é come un filo rosso che unisce la filosofia del Pontefice e la rinascita della morale della trascendenza: la messa in discussione del principio della separazione tra bene e giusto, tra morale e diritto; infine dei fondamenti ultimi delle nostre costituzioni democratiche per restaurare forme di autorità che stanno oltre il consenso (e quindi il dissenso). La deriva autoritaria della nostra democrazia è come un tassello di un più ampio puzzle la cui trama è la contestazione dell’ autonomia individuale, il principio più radicale dell’ umanesimo.














sparz detto
molto puntuale messa a fuoco del problema. La ricerca di una base solida per l’etica senza trascendenza è stata lunga e tormentata, anche e soprattutto dopo Kant. Non solo la filosofia ma anche la letteratura del Novecento ha visto diverse interessanti posizioni. Io mi limito a commentare le righe finali di questo post, quelle in cui si dice dell’autonomia individuale, principio radicale dell’umanesimo. Osserverei che una conseguenza immediata del fatto che l’uomo vive in società con altri e che solo in questo modo ha trovato la possibilità e la capacità di sopravvivere (istinto fondamentale della specie) è la necessità di aggiungere all’autonomia individuale il rispetto dell’altro; che poi naturalmente va coniugato e articolato nei modi più opportuni (per il nostro microscopico caso, vedi il colonnino di destra) decisi dalle comunità umane, con i metodi di decisione che esse si sono di volta in volta date.
Tutto ciò naturalmente a livello molto razionale, ma è di ciò che possiamo dibattere. Non mi nascondo minimamente l’importanza immensa del livello emotivo che investe e informa regioni insopprimibili dell’azione umana, livello la cui analisi ovviamente lascio agli specialisti del ramo.
Giocatore d'Azzardo detto
Letto e riletto. Non siamo alle storielle di Mancuso, l’approccio mi pare diverso, ma continua a mancare qualcosa di fondamentale, a mio modesto parere. E’ che non ho la più pallida idea di cosa manchi.
Blackjack.
Dubito detto
In un contesto “nichilistico” nè la Chiesa nè lo Stato hanno diritto ad essere credibili (la credibilità è qui intesa come uno dei fondamenti imprescindibili dell’ autorità): perchè l’una dovrebbe essere meno dogmatica e più “ragionevole” dell’altro?
L’”autonomia individuale” esiste solo in teoria, di fatto essa è sempre condizionata.
Si tratta dunque di scegliere da chi farsi “condizionare”: dal castigo divino o dalla quello statale? Chi crede si sentirà leso dallo stato, chi non crede da chi?
Il problema è viziato alla base in quanto in nome dell’autonomia individuale si vuole difendere una posizione, uno schieramento, non l’uomo.
Nei Paesi in cui vige la pena di morte è lo Stato a non tutelare un diritto considerato inviolabile (diritto alla vita), in Italia ove sia la Chiesa che lo Stato (ciascuno in base ai propri principi e con finalità differenti) si occupano di garantirne la tutela, se ne discute come se fosse una questione esclusivamente di autonomia morale.
Forse ci si dovrebbe dedicare meno alle “rivendicazioni” ed occuparsi di più nel cercare di costruire un dialogo.
vbinaghi detto
Nè a Mancuso nè alla Urbinati viene in mente che forse c’è un’altra motivazione oltre all’intelligenza teologica o filosofica (dei pochi) e alla paura del castigo (dei molti) che possa orientare l’agire umano a trascendere l’orizzonte dell’immediato, e che questa consista nella percezione del valore dell’umanità in quanto tale, che sarebbe accessibile a tutti se se ne dessero le condizioni. Le condizioni per cui l’umanità del passato ha potuto credere in un futuro sono innanzitutto quelle di trascendere la propria generazione nella prole, di contenere i propri appetiti di fronte a risorse limitate, e la propria angoscia esistenziale in una cultura che è forma (un significato che risalta dal silenzio circostante). Il sistema tecnico e consumistico nel quale viviamo esige invece un gregge di eterni bambini (crescita zero, unioni stabili sempre più rare), desideri insaziabili (vietato vietare) e una logorrea senza pause in cui ogni significatività è sommersa.
Non vorrei sembrare monotono, ma se si cercano le fondamenta del nichilismo pratico in cui le masse vivono è meglio rivolgersi al costume che alle ideologie, al quotidiano piuttosto che al simbolico.
Andrea Sartori detto
Ho trovato molto interessante e ben argomentato l’intervento di Nadia Urbinati. Trovo però che il mondo morale e il mondo sociale, per il fatto di essere giunti a reggersi rispettivamente sulla ragione e sul consenso, non eslcudano affatto, in linea di principio, l’atteggiamento religioso o, se vogliamo, la percezione di un mistero e di una trascendenza. D’altra parte, la forza motivazionale della fede non risiede unicamente nella paura e nel castigo. Che ne è della “speranza”? Della “speranza”, intendo, come attesa di una salvezza non pretesa, e neppure desiderata come alternativa ad un’altrimenti inesorabile punizione. Accorpare questa dimensione dell’animo umano all’intervento d’una autorità esterna, sempre e comunque intesa come qualche cosa che ci sovrasta e ci sorveglia, mi sembra in fondo cattivo illuminismo. Nulla vieta, infatti, che in ambito morale e sociale gli individui sviluppino delle pratiche riflessive che tentino di chiarire i nodi del diritto alla vita, della convivenza civile, della pena di morte, mantenendo, individualmente o collettivamente, il senso di un’alterità irriducicible, che tuttavia non deve avere, per forza di cose, il volte talvolta inquietante, ad esempio, del Totalmente Altro di Levinas. Sussiste certamente il problema dell’autorità, e di sicuro sussiste nel nostro Paese (a livello politico e di costume), ma per quanto le posizioni di Benedetto XVI siano criticabili, il problema vero non sta nella simbologia metafisica della chiesa, ma proprie nelle inadeguate condotte riflessive degli individui. Trovo che dalla “speranza”, sia come tratto dottrinale di alcuni teologi, sia come pratica testimoniale di tanti che teologi non sono, queste condotte riflessive potrebbero trarre giovamento: e ciò proprio in quanto condotte umane di individui che da un lato non si rassegnano al restringimento pur sempre contingente, e non detsinale, dei loro spazi di libertà, e che dall’altro lato non credono che il venir meno dell’autorevolezza delle loro pratiche sociali riflessive sia imputabile all’ingerenza di un’autorità metafisica. Non è quest’ultimo, ovviamente, il caso di quanto sostenuto da Nadia Urbinati. Voglio dire che la messa in questione dell’autonomia individuale, come emerge anche dall’incontrollabile furore normativo del nostro Parlamento, non ha nulla a che fare con la “speranza”, sia che la accogliamo dalla Rivelazione, sia che la coltiviamo in noi stessi, in silenzio.
Ciao,
Andrea.
robertorossitesta detto
Più che di “rispetto dell’altro” parlerei di “rispetto degli altri” e del bilanciamento che questo necessariamente comporta. Può sembrare questione di lana caprina, non lo è. Senza poi dimenticare che per qualcuno siamo “gli altri” anche noi.
Grazie e ciao,
Roberto
Marco Guzzi detto
Chi è il Sè che rivendica la propria auto-nomia?
Su questo punto le culture della modernità terminale non mi pare che sappiano più rispondere.
Chi è il Sè che pretende di essere più autorevole delle tradizioni, delle culture, e delle religioni millenarie?
Chi è questo Sé che può stabilire la Legge Universale?
Caduta l’idea che esso sia la Ragione, in quanto il relativismo moderno ci ha insegnato che essa stessa è storica ed euro-centrica, sembra che questo Sè si riduca al piccolo ego atomizzato, al mio gusto momentaneo, ai miei personalissimi umori, che divengono subito diritti.
L’auto-nomia contemporanea somiglia sempre di più ad un condizionamento semi-auto-matico.
I piccoli ego, che si presumono liberi, agiscono ormai sotto la programmazione della pubblicità e dell’informazione (totalitaria-mente orientata).
In tal senso Darhendorf parlava di società a-democratiche.
Stiamo cioè educando persone “calcolabili”, come diceva Foucault, che si pretendono auto-nome, ed in realtà sono poco più che automi.
Dove trovare la vera libertà?
Chi sono io nel profondo del mio più autentico Sé?
Dove posso ancorare il mio anelito all’infinito e la mia sete di liberazione ulteriore, sia personale che storico-collettiva?
Io credo che la ragione illuministico-marxista non sia più in grado di rispondere seriamente a queste domande.
In altri termini la democrazia dovrà ricercare le proprie fondamenta lì dove esse sono, e cioè nella prospettiva di un unico genere umano (il Sé trans-culturale/religioso) che possiede una sua identità sostanziale (sia pure in fieri) e che tende ad unificarsi, pacificarsi, e liberarsi.
Questo schema è la speranza messianica nel Regno.
Lì si radica fin dalle sue origini la liberal-democrazia moderna, lì dovremo tornare ad alimentare le nostre speranze.
In modo del tutto laico e razionale, senza cioè preventive adesioni di fede, ma in un dialogo nuovo e più serio tra razionalità moderna e sua radice messianica.
E qui si aprirebbero, come è ovvio, moltissime piste interrogative….
Per chi comunque volesse approfondire questa prospettiva:
http://www.darsipace.it/index.php?option=com_myblog&show=Democrazia-Umana-Crisi-e-rigenerazione-del-progetto-democratico.html&Itemid=1
Auguri e grazie delle riflessioni sempre stimolanti.
Marco Guzzi
Pasquale Giannino detto
“L’ idea (non nuova) è che ci siano due modernità: una radicale, rappresentata dall’ illuminismo e gestatrice del male estremo che ha segnato la storia occidentale – il nazismo, l’ olocausto; l’ altra moderata, sintetizzata da Vito Mancuso come primato dello spirituale sul materiale, contenimento della ragione.”
Il ragionamento sviluppato da Nadia Urbinati si basa su tale assunto. La tesi finale è che la chiesa “giustamente” rivendica la propria autorità nell’ambito dello Stato per regolare le questioni etiche. L’articolo è scritto bene, per carità, e a una prima lettura potrebbe anche risultare convincente. In realtà fa acqua da tutte le parti. Anzitutto il modo in cui viene utilizzata la parola “illuminismo”. Come se il secolo dei lumi avesse prodotto il male assoluto. Come se Hitler e l’olocausto fossero figli di Voltaire. Tutt’al più Hitler è figlio di Nietzsche e Schopenhauer, figli dell’illuminismo sono Maxwell Einstein Bohr Sabin… Non basta l’autorità dello Stato in fatto di etica? Non basta perché la sola ragione non è sufficiente al legislatore per regolare le libertà individuali? (L’individualismo di cui si parla va inquadrato nel contesto di uno Stato di Diritto, altrimenti parliamo di una società basata sull’anarchia che non è un caso pratico). Bene. È quanto accade di fatto nella Repubblica italiana – che dovrebbe essere uno Stato laico – ogniqualvolta si affronti il tema dei diritti civili, libertà della ricerca e cose di questo genere. La chiesa rivendica “giustamente” questo condizionamento non legittimato da nessuna legge scritta. E il legislatore si lascia condizionare. Nel nome di un’etica che guardi allo spirito piuttosto che alla materia? O nel nome del consenso politico?… A ogni modo, supponiamo pure di accettare come necessaria tale intromissione. Come la mettiamo con la società multiculturale e multietnica che si sta costruendo? Come la mettiamo coi musulmani e i buddisti? Chi li convince che la morale giusta è quella del Vaticano?…
Iannozzi detto
La morte ormai regna sui prelati che non vogliono amministrare i sacramenti senza ottenere ricompense [...] sono ladri e non apostoli, e distruggono la legge del Signore. – da un carme, Carmina Burana