Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Devi essere sicuro, non sbagliare mai. Sei il capo, la guida, adibito a districare gli altri e te stesso nel labirinto che neanche tu conosci. Non solo un intreccio di direzioni opposte, ma un coacervo di tensioni sempre pronte a esplodere. Riprendere il filo, dipanarlo, spetta solo a te: la comunità è mobilitata, ma l’ultima parola, e spesso anche la prima, tocca a quello che chiamano pastore. E’ allora che ricordo la debolezza di Giacobbe, la balbuzie di Mosè, Davide, fulvo e di gentile aspetto – come dire: “mezzo uomo”, in una terra dove il leader è sempre il più alto e il più robusto – e tutta la schiera di inadatti, gente timida o incapace o socialmente nulla – da Geremia e Maria. Solo allora la parole dischiudono le labbra come per miracolo, il groppo alla gola si scioglie, cala nella stanza trasformata in tempio di fortuna qualcosa che chiamano spirito santo. La fede è per chi guarda la strada da fare e ne ha paura. Anche Gesù si è sentito creatura e ha insegnato ad accettare uno statuto che nessuno firmerebbe, se fosse interpellato. Se non ti credi onnipotente, se avverti un senso d’incertezza perenne, vieni con noi, fragile amico, qui c’è posto per te.
Due scrittori fanno a cazzotti e uno dei due (Antonio Scurati) urla all’ altro (Tiziano Scarpa): «Sei il sintomo della degenerazione della società intellettuale italiana». Poi, dopo un’ altra gragnuola di pugni, sibila: «Per me questo è un congedo definitivo, anche luttuoso, dal cadavere della società letteraria».
Goffredo Fofi, lei ha partecipato a riviste come Quaderni piacentini, ha fondato Ombre Rosse, Linea d’ ombra, La terra vista dalla luna, ora dirige Lo straniero, ha scritto di letteratura e di cinema, oltre a fare tante altre cose, le domando: esiste ancora in Italia quel complesso di istituzioni, uomini e idee che possiamo definire una società letteraria?
«Non credo proprio». Ma un tempo esisteva, lei ne è rimasto fuori, ma l’ ha scrutata e raccontata da “minoritario per vocazione”. «Certamente è esistita. Era compatta, regolata da solidi meccanismi di potere. A Roma c’ erano il cinema e la tv, a Milano l’ industria editoriale, a Torino l’ Einaudi. È durata fino agli ultimi anni Settanta, ma già negli Ottanta il panorama era completamente diverso. E non solo per la letteratura: in fondo in quegli anni finiva una storia e finiva anche l’ ultimo tentativo nel mondo di inventarne uno nuovo». Leggi il seguito di questo post »
I. «Camminavi al mio fianco e ad un tratto dicesti ‘tu muori’» [Lucio Battisti]
«La vita sul palco: sì! Il palco nella vita: no!». Mi disse, pieno di prudente/previdente – profezia. All’epoca, come nell’ora, non è detto: l’autodeterminazione sposi l’autoconservazione. Vero che il corpo è uno strumento. Vero anche che Qualcuno bruciò – il suo strumento. Quello che resta è la Musica. Esistono contenitori che modellano il contenuto. Esistono contenuti che spezzano i contenitori. Per quanto si cerchi di ‘bilanciare’ è sempre una Spada di Brenno, una Spada di Damocle! Si deve: scegliere! Imperativo e Categorico: o sopra o sotto il palco! Aut-Aut: scelta obbligata! E scelgo: non starò sotto! Al di là dell’Alfabeto di Ben-Sira o dell’Anonimo che sia stato, al di là del lignaggio di Lilith che motteggia: «Ella disse ‘Non starò sotto di te’ , ed egli disse ‘E io non giacerò sotto di te, ma solo sopra. Per te è adatto stare solamente sotto, mentre io sono fatto per stare sopra’». Leggi il seguito di questo post »
«”Cerca l’azione. La parola è morta” dicono gli altri / La parola è morta perché le vostre lingue hanno sostituito alla parola il mimo. / La parola? Volete svelarne il fuoco? Dunque, scrivete. / Dico scrivete e non dico mimate, né dico copiate. / Scrivete – dall’Oceano al Golfo, non odo una sola lingua, non leggo / una parola. Odo rumore. Perciò non intendo chi lancia / fuoco. / La parola è la più leggera delle cose e le contiene tutte. L’azione è direzione e istante, la parola è tutte le direzioni e il tempo. La parola – la mano, la mano – il sogno: / Ti svelo, oh fuoco, oh mia capitale / Ti svelo, oh poema, / io seduco Beirut, mi veste, la vesto. Erriamo come raggi, […]» (pag. 111)
Poeta pluripremiato, saggista, imprescindibile punto di riferimento per intere generazioni di artisti e scrittori arabi, Adonis (1930) è una delle maggiori e più coraggiose personalità letterarie contemporanee del mondo arabo.
Campo giovani.
Quando passo davanti a Pisa ammiro i tre colossi dove sostammo di recente. Non è giusto che tu non ci sia più. Che senso ha che io li veda ancora, e non commenti più, con te, il verde perfetto del prato nella piazza, lo splendore dell’insieme? Non mi sono rassegnato alla tua assenza, rimando di giorno in giorno il momento in cui dirò a me stesso: don Mario non c’è più. Forse, di fronte ai luoghi che ci hanno visto insieme, non è possibile distinguere ancora tra passato e presente: è una realtà che tu conosci bene, da cui mandi segnali che devo decifrare. Non desidero le pentole di carne dell’Egitto, non rimpiango il passato: tutto quello che ho vissuto con te fa già parte del futuro, mi aspetta all’angolo dell’eternità, come i passeri che tentano di entrare attraverso la finestra della canonica d’estate, in cerca di fresco. Siamo noi i passeri che entrano ed escono da una finestra senza tempo, sulla soglia di una memoria che, al primo battito d’ali, è già speranza.
[Mi scuso con tutti coloro a cui non posso rispondere: ho i minuti contati, da quassù.
Un abbraccio
fabry]
Pubblicato da robertorossitesta su agosto 18, 2009
Da anni, sui gradini della chiesa principale del quartiere “bene” per eccellenza della mia città, nei pressi della quale passo nei miei tragitti casa-ufficio e viceversa, vedo un barbone con la sua cagnetta, in mezzo, come accade in questi casi, ai loro pittoreschi “bagagli”; e spesso mi avvicino, come tanti altri, per una moneta e un saluto.
Pochi giorni prima di Ferragosto leggendo il giornale ho fatto due scoperte: che tra i nostri Vigili Urbani sono state create delle “Pattuglie Decoro”; e che una di queste è stata mandata a sgomberare la poco decorosa installazione; forse, ed è il forse del vostro solito malpensante che troppo sovente ci azzecca, con il recondito intento di far sloggiare anche i due. Leggi il seguito di questo post »
Mark Sarvas,“Harry, rivisto”, Adelphi, 2009,pag. 310, euro 19,00.
Sia gloria a tutti gli Harry Rent, pochi o tanti che siano, ma che rendono migliore e più gradevole questo mondo. Sia gloria a quelli che, dopo la lettura di questo romanzo, tenteranno di somigliare a Harry Rent; Harry Genio nostro degli Sprovveduti e Dio degli Incapaci, Harry indimenticabile macchietta che fa dell’errore il suo infallibile Sistema e della défaillance la sua Regola aurea.
Sia gloria a tutti gli Harry Rent dispersi e confusi nell’Harrylandia, Maestri dell’Imperizia e Imperatori della Goffaggine, che non temono confronti quando si tratta di centrare sempre il bersaglio sbagliato, incapaci di assolvere le cure più banali della prassi quotidiana ( aprire una bottiglia, scegliere un libro, masturbarsi, mangiare un toast), outsiders derisi e vilipesi, disinvolti nello sbrigare cerimonie e sofismi quanto un elefante in una cristalleria. Sia gloria a tutti gli Harry Rent che usano la propria disarmante bêtise come un grimaldello capace di mutare ogni avversità in favore e di trasformare, con altrettanta efficacia, la Fortuna in sciagura. Sia gloria a tutti gli Harry Rent che fanno della propria inadeguatezza il sale della vita, sia gloria alla loro stupefacente cialtroneria che li rende inabili a fabbricare persino la bugia più elementare. Leggi il seguito di questo post »
Forse non sono mai stato abbastanza intelligente, pazienza, bisogna farsene una ragione. E’ una di quelle cose a cui si preferisce non pensare, sperando di cavarsela, in qualche modo. Facevo fatica a concentrarmi, a capire al volo; gli insegnanti rispiegavano per me, e questo non mi faceva piacere, così come le sbuffate, le occhiate e le risatine dei compagni. Tolte storia e religione, ero un po’ una frana ovunque. Ma la storia mi faceva sognare, e dimenticare le cose spiacevoli: i rimproveri, le prese in giro, l’essere ultimo in tutto. Leggi il seguito di questo post »
Martedì Adriano Sofri ha esordito dicendo che avrebbe voluto provarea descrivere “lo sconcerto” col quale ha letto le parole di Benedetto XVI domenica nell’ Angelus, in particolare “il sobbalzo” provato nel vedere “la naturalezza e quasi la distrazione con la quale il Papa ha accostato nazismo e nichilismo”. Sofri è riuscito perfettamente nel suo intento perché chiunque abbia letto il suo articolo ne è uscito con la convinzione che il Papa ha sbagliato nell’ equiparare nazismo, nichilismo contemporaneo e umanesimo ateo. È veramente così? Si tratta di una conclusione azzardata, infondata, magari persino nociva per la convivenza sociale? La questione si può affrontare dal punto di vista storiografico oppure dal punto di vista filosofico-esistenziale. Lasciando a Benedetto XVI la responsabilità storiografica dell’ equiparazione tra nazismo e nichilismo contemporaneo, io affronterò l’ equiparazione tra umanesimo ateo e nichilismo, specificando dapprima che cosa intendo per nichilismo. Leggi il seguito di questo post »
Com’è possibile che non se ne sia accorto? Che bastasse mettere sul braccio una fascia di peli per diventare l’altro, il fratello maggiore, e ottenere l’impossibile, la primogenitura? Non sarebbe stato sconveniente che colui che definiva Dio (di Abramo, di Isacco, di Giacobbe) fosse addirittura un imbroglione, un truffatore? Che il mingherlino, il delicato, il debole, soppiantasse il grosso, il peloso, il prepotente? La bibbia ha questo filo d’oro del fragile trionfante: Davide e Golia, Giacobbe ed Esaù, Mosè e il Faraone; gli ultimi diventano primi, come disse anche Gesù, e in questo non fece che ripetere il già detto, ribadire la legge d’Israele, il piccolo che vince contro il grande; e il sogno di Giacobbe è lo stesso sogno del Cristo: gli angeli che salgono e scendono, la scala, il climax, che ancora traghetta dalla soltudine alla casa, Betel, la casa dei falliti che si scoprono, senza sapere come sia possibile, coinquilini di Dio.
Per quanto favolosi, Bengodi e il Paese di Cuccagna non appagano pienamente lenostre fantasie sui luoghi immaginari. Ci serve qualcosa di più elettrico, nervoso. E quel qualcosa, forse, si può trovare in città. Per questo abbiamo ripreso in mano «Le città invisibili» di Italo Calvino: il libro in cui, a suo stesso giudizio, ha «detto più cose»; in cui sono confluiti tutti i ragionamenti, le osservazioni e le ansie riguardo alla sua idea di letteratura. Perché la città, suggerisce nelle «Lezioni americane», è il simbolo ideale della costante frizione tra il desiderio di un ordine razionale e geometrico della realtà e il caos pulviscolare che la sottende. Per dare conto di questo doppio movimento, Calvino disegna un atlante metropolitano fantastico e noi lo seguiamo stupefatti. Perché tutti quei luoghi, frutto dell’ immaginazione, raccontano al contempo la nostra realtà quotidiana: raccontano la simultanea molteplicità di un mondo che ci illudiamo di conoscere e controllare per intero, mentre ci sfugge da tutte le parti, alimentando frustrazione e smarrimento. E’ come se fossimo chiamati a un compito che non riusciamo ad assolvere. Leggi il seguito di questo post »
Riempito il sacco di vento e saliti i gradini tre alla volta fin sul tetto, appena giunto, colsi due o tre stelle e lanciai in aria il vento che ricadeva ovunque. Avevo una foglia in ogni tasca e pensavo all’autunno, alla notte che sembrava uno scudo, al tempo che scivolava piatto tra vita e vita mentre mi cresceva il cuore come un pensiero che cresce troppo e avevo paura di ascoltare: chissà se ero un principe o un bambino e chissà se mi ero perduto in un cielo di puntini più chiari e magari stavo per scoprire che non esistevo, che tutto questo non era il mondo e io sognavo senza un altro sogno che mi svegliasse. Leggi il seguito di questo post »
Oggi mi hanno rimproverato, con una smorfia di disprezzo. Mi colpisce sempre, non perché ignori che è la norma per chi annuncia il vangelo, ma perché mi chiedo cosa leggano, queste persone, nel vangelo. Il testo proposto, per la festa dell’Assunta, era il Magnificat, che parla di potenti rovesciati e di poveri innalzati. Non credo ci sia da interpretare. E’ un dettato limpido, da cui traspare la potenzialità rivoluzionaria del pensiero di Cristo. Ho detto che non è una lotta armata, anche se il potere a volte è così forte da esserne tentati. Ho detto che non è un’utopia, perché la comunità cristiana mette gli ultimi della terra al primo posto. Ecco perché i verbi del Magnificat sono al passato, invece che al futuro: ha spiegato, ha soccorso, ha rovesciato: sta già cominciando ad accadere, è già accaduto. Mi hanno sibilato il disprezzo al momento della pace. Alla fine della messa lancio sempre il mio avviso spirituale, dopo quelli di routine della settimana pastorale. L’ho formulato così: quando nasce Gesù, Erode e tutta Gerusalemme rimangono turbati: perché? Quando si annuncia un vangelo come questo, alcuni rimangono turbati: perché? Cosa avranno da temere? Forse la risposta è troppo chiara per essere accettata, troppo limpida per non essere costretti a travestirla.
Una differenza tra lo scrittore di vaglia e uno da poco sta in questo: che il primo riesce a rendere nobile anche un argomento vituperoso; il secondo rende vituperoso anche il più nobile.
Esempio: in un recente romanzo, un padre sveglia suo figlio, un ragazzino orfano di madre, con parole talmente volgari che ti viene voglia di chiudere il libro e, come si suol dire, gettarlo ai porci.
Va da sé che evito di citarlo per non fargli pubblicità, anche perché mi troverei costretto a usare parolacce se non bestemmie qualunque pagina sfogliassi.
Opportunamente il professor Torchio (Carlo Luigi, altro collaboratore del settimanale La Guida, ndr) riportava tempo fa la denuncia di Foscolo: “A forza di voler diventare spregiudicati… gli uomini vanno diventando indifferenti a tutto: e la indifferenza confina con la cattiveria”. Leggi il seguito di questo post »
Gli animali provano emozioni esattamente come noi, afferma l’etologo Marc Bekoff.
Essere felici come un’allodola o matti come una lepre marzolina non sono dei detti stupidi, perche’ gli animali provano emozioni esattamente come noi. Se non bastasse l’evidenza della vita quotidiana accanto a cani e gatti, la “conferma scientifica” viene anche dal prof. Marc Bekoff, un etologo dell’Universita’ del Colorado. Bekoff afferma che gli animali sono degli esseri emotivi ed empatici, che possono provare gioia, felicita’, tristezza, paura, dolore, risentimento e gelosia. Leggi il seguito di questo post »
Sullo sfondo ci sono abitazioni, un castello, alcune case: è la città, la nostra città. L’azione avviene tra noi, sta coinvolgendo noi. Perfino il capro ci riguarda, con quell’aria innocente di chi è sul punto di essere immolato. Anzi, sarei tentato di leggere il dramma non tanto dalla parte di Abramo e Isacco, che rischiano di perdere la fede per lo strano comando del Signore, e nemmeno dalla parte dell’angelo, che ferma la mano già pronta a colpire col grosso coltello da cucina – un’allusione al divieto di sacrificare i figli agli idoli; sarei tentato di leggere il dramma dalla parte del capro, l’unico a portare fino in fondo la logica del darsi, del non concedersi sconti, del rinunciare alla furbizia della percentuale; l’unico senza riserve, che lentamente si trasforma in un altro capro espiatorio, su un altro monte, issato sul patibolo infame ai margini di un’altra città, la nostra, di gente che pensa di riuscire a cavarsela anche questa volta, come sempre. Leggi il seguito di questo post »
Recensione di Una bambina sbagliata, romanzo di Cynthia Collu, Mondadori, 2009, pp. 349, € 19,00
Questo romanzo è un’opera prima. L’autrice è una donna matura, che a un certo punto della sua vita ha deciso di verificare se la sua personale passione per la scrittura potesse diventare anche un modo per incontrare il gusto letterario del nostro tempo. Così si è iscritta a un corso di scrittura creativa, ha partecipato con risultati lusinghieri a concorsi letterari per racconti, e si è cimentata nella costruzione di un’opera narrativa più vasta. Poi, è come non è, quell’opera si è aperta la strada fino alla pubblicazione: con Mondadori, l’editore più grosso d’Italia. Leggi il seguito di questo post »
Riprendiamo il discorso sulla “tassonomia” cominciato il 9 agosto scorso. In quelle noterelle avevamo dimenticato di dire che il termine è un prestito del linguaggio scientifico perché con tassonomia si intende una branca della storia naturale che studia la classificazione degli esseri viventi e dei fossili (dal greco “taxi”, collocazione e “nomía”, nome). La “tassonomia linguistica” si potrebbe definire, quindi, la scienza che studia il “sesso” dei sostantivi in base alla loro collocazione nei vari settori. In base a questa classificazione, contrariamente al “buon senso”, tendono a collocarsi nel genere femminile i nomi militari che indicano mansioni: guardia; ronda; pattuglia; sentinella e via dicendo. Ma perché proprio femminili dal momento che queste mansioni erano svolte, fino a qualche anno fa, esclusivamente dagli uomini? Leggi il seguito di questo post »
Nel racconto ebraico della creazione troviamo un Dio ottimista a cui piace ogni cosa che ha plasmato. Si diverte, gioca, come è scritto nel libro dei Proverbi. Ma in Genesi raggiunge il vertice; ogni cosa è buona, e al sesto giorno – è la volta dell’uomo – prorompe in un’esclamazione: non è soltanto tov, buono, ma tov meod, molto buono. Si sa come si chiude la faccenda: l’ottimo elemento, il molto buono, decide di essere se stesso in modo non proprio irreprensibile, convinto dal serpente dei culti idolatrici, simbolo fallico, dio della fecondità, custode delle recondite stanze di prostitute sacre, e tutto finisce, come si dice a Napoli, a schifio. Eppure resta il lampo di quella esclamazione che Dio, passeggiando nella brezza della sera, non ha potuto trattenere: tov meod, un’emozione ingenua, davanti al suo capolavoro.