Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Con la scusa di predirgli il futuro per l’anno successivo (il 1844) un’anziana donna inizia a raccontare a un uomo la propria storia. L’uomo si chiama Alexandre Dumas. La donna, Maria Stella Chiappini. La storia riguarda il passato di Maria Stella e ha a che fare con uno scandalo che avrebbe potuto minare dalle fondamenta l’intero regno di Francia. Questi gli elementi fondanti del nuovo romanzo di Rita Charbonnier, La strana giornata di Alexandre Dumas (Edizioni Piemme).
Di seguito, l’intervista realizzata da Salvo Zappulla.
Rita Charbonnier è nativa di Vicenza, ha vissuto a Matera, Mantova, Genova, Trieste, per poi stabilirsi a Roma. Ha fatto studi musicali e ha frequentato la scuola di Teatro dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa. E’ stata attrice e cantante in teatro, recitando al fianco di celebri artisti. In seguito si è dedicata alla scrittura e, dopo aver collaborato come giornalista con riviste di spettacolo, ha iniziato a scrivere sceneggiature e infine romanzi. Il primo, La sorella di Mozart (Corbaccio 2006), ha riscosso un grande successo in Italia e all’estero, tradotto in ben dodici Paesi. Ha pubblicato per le Edizioni Piemme il suo secondo romanzo La strana giornata di Alexandre Dumas.
- E proprio dal nuovo romanzo desidero iniziare questa chiacchierata. Rita, ancora un romanzo storico, ancora un romanzo con protagonista una figura femminile rubata all’oblio e consegnata alla gloria letteraria. Come mai questa scelta?Leggi il seguito di questo post »
Come si chiama quel posto dove un cittadino senza potere può dire la sua su ciò che ritiene importante, dando alla comunità un contributo di bellezza, e a volte perfino di verità e giustizia? Risposta: si chiama letteratura. Ed è una cosa molto seria. È un’ istituzione inestimabile. Dà voce a chi non la può esprimere altrove. Di qualunque classe sociale ed età (guardate gli autori attivi oggi in Italia: Andrea Camilleri ha ottantaquattro anni, Chiara Strazzulla diciannove). Oggi però si preferisce far finta che la letteratura sia una faccenduola mondana che riguarda il successo e le classifiche dei libri più venduti. Mettendo in scena giornalisticamente le baruffe tra chi ha vinto il Premione e chi no: ammanicato di qua, buffone di là… Galli che si azzuffano. I soliti letterati! Ma la letteratura è una conquista politica troppo importante per ridurla a una bega fra narcisi invidiosi. Ci sono voluti secoli per arrivarci. Leggi il seguito di questo post »
La mano, la mano, la ricordo come fosse ora la sua mano, mezza in ombra e mezzo colpita dalla luce, una mano che indicava proprio me, al punto che sollevai la mia, quasi senz’accorgermene e l’appoggiai sul petto, in un gesto di domanda, dici a me, ma tu non sai chi sono, che ho fatto nella vita, cosa si nasconde dietro questa barba, sipario chiuso sul cuore incapace di donarsi, perfino il mio giubbetto nero è una barriera insormontabile, un rifiuto di lasciar penetrare chicchessia, forse chiami un altro, il giovane che conta il denaro, tutto preso dal suo gesto economico, innocente, nel suo ridurre il mondo alla circonferenza di un pugno di monete, o il vecchio che si china a fatica, in un ultimo sforzo, prima di arrendersi al tempo che corrompe, o forse il fanciullo, colpito in pieno volto dalla luce più chiara, lui, il puro, vicino a noi perduti pubblicani, sordi a ogni appello che non sia quello delle tenebre, o l’ultima possibilità, l’uomo proteso verso te in un gesto inconscio di stupore, quasi abbandonato a un sentimento incontrollabile, no, stai indicando me, chiami proprio me, con la mano, quella mano che ricordo come fosse ora, mezza in ombra e mezzo colpita dalla luce, proprio verso me che non so più chi sono. Leggi il seguito di questo post »
Una volta a Londra andai a vedere al National Theater una rappresentazione del Riccardo III: certo non tutto afferravo dell’inglese shakespeariano ma questo iniziale monologo che trovo di eccezionale potenza me l’ero quasi imparato a memoria. Qui ve ne mostro tre versioni piuttosto diverse ma ognuna con qualche suo pregio. Ricordo che Riccardo di Gloucester è fratello del regnante Edoardo IV (primo re della casa di York, dal 1461, con un’interruzione nel 1470-71, alla morte nel 1483), che già possiede un erede, il futuro Edoardo V, e che Riccardo ordirà le più abiette trame, assassinii ecc., per impossessarsi del trono, che naturalmente alla fine perderà, insieme con la vita, nella decisiva battaglia sul campo di Bosworth (22 agosto1485). Questa battaglia segnò la fine dei Plantageneti e l’inizio della dinastia Tudor; il vincitore della battaglia fu infatti Henry Tudor, conte di Richmond, che diventò re col titolo di Enrico VII.. Aggiungo anche che il “sun of York” della seconda riga è già un gioco di parole tra il sole, emblema del re Edoardo e il “son”, cioè suo figlio. (Questa è la classica versione di Laurence Olivier).
Credo che il testo poi parli da solo: The tragedy of king Richard III:
Enter GLOUCESTER, solus:
Nella mail mi scrive: “È un libro importante anche per il significato stesso della scrittura: se io potessi ne farei uno dei testi fondamentali di ogni scuola di scrittura creativa…”
Pubblico la recensione di Adriano qui di seguito. Massimo Maugeri
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«La bellezza e l’inferno» di Roberto Saviano Mondadori – Strade Blu – euro 17.50
carne e sudore della verità
di Adriano Petta
Un libro che appare in un periodo particolarmente buio per il nostro Paese, in cui la verità è… tutto e il contrario di tutto! Molti presunti intellettuali e pseudo-giornalisti ignorano chi tenta di riscrivere la storia d’Italia, negano o sminuiscono il dilagare trionfante delle organizzazioni criminali che ci avvelenano, privano il nostro popolo del loro grido d’allarme. A depurare questa atmosfera ammorbata, a squarciarne le tenebre, è apparso «La bellezza e l’inferno» di Roberto Saviano, degno seguito di «Gomorra». Leggi il seguito di questo post »
Mi bastava ciò che guadagnavo. Le spese, certo: un mutuo consistente, le pesanti bollette di luce, gas, telefono; e quelle impreviste, visite o cure mediche a pagamento, un conguaglio da pagare, un regalo, e via dicendo. Ma ci scappavano sempre i libri, le riviste, una serata al cinema.
Poi la separazione, lo stare insieme diversamente, coi figli; l’abbandono di una casa col mutuo ancora da pagare, la rinuncia agli arredi comuni, alla propria auto, alle proprie cose; e una nuova casa in affitto, altri arredi, utensili e oggetti necessari da comprare; e un cumulo di vecchie e nuove bollette. Leggi il seguito di questo post »
(Don Giovanni Moletta, sacerdote, docente, teologo e moralista, è stato un animatore della vita religiosa e intellettuale di Vicenza e del Veneto. Io lo conobbi come docente di filosofia ed ebbi occasione di frequentarlo brevemente. Mancato nel gennaio 2006, desidero ricordarlo attraverso il rigore e la passione intellettuale con cui affrontava i temi del vissuto e della sofferenza. Queste sono alcune note impiegate nei suoi corsi e conferenze.)
La sofferenza poco o tanto, prima o dopo bussa alle porte della vostra vita ed ha sempre un riflesso psichico, in quanto influisce sulla nostra psiche e spirito. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da robertorossitesta su agosto 11, 2009
Solito supermercato e solito saluto all’anziano marocchino che presidia la fila dei carrelli. Ma questa volta, nella litania di risposta in italiano e in arabo, di solito incomprensibile, risuona ripetuto, ed inequivocabile, il termine “sharmut”. Leggi il seguito di questo post »
Mi chiedo che significhi, oggi, il termine fratello. Con quelli di sangue mi divertivo e litigavo, rapporti di odio-amore, gelosie, complicità. Non è facile condividere in sei i genitori e tutto il resto. Dal mio letto a castello guardavo il mondo come dall’oblò di una nave fantasma. I compiti fatti di corsa la mattina, le scenate di papà, i campionati con le scatole di mini-soldatini. La parola fratello, all’inizio, è un odore e un sapore, sono urla e botte, risate e trasgressioni. Come prete, i fratelli li ho perduti. Tutti tranne uno: l’altro consacrato di famiglia, schierato su fronti paralleli; ci lanciamo messaggi da una trincea all’altra, quasi senza parlare. Poi i fratelli sono diventati altri, quelli che condividono il rischio quotidiano, la fatica e l’assurdo del vivere. A loro devo dare l’esempio, essere là dove serve, costi quel che costi. Solo da poco il termine fratello mi rimanda a qualcos’altro: l’immagine di un uomo che mi cammina a fianco, e ha conosciuto, non so come, gli stessi odori e sapori dell’infanzia, ha dormito nei letti a castello, subìto la gelosia e le botte, riso e pianto con me, studiato alle sette del mattino, condiviso la lotta e la fatica. Sono sceso nell’ultima trincea? Quando appari all’orizzonte, fratello, ho paura che stia per succedere qualcosa. Spero che stia per succedere qualcosa.
Eppure ci ho provato a contarle. Mi ci sono messa d’impegno, quando ero bambina, poi adolescente. Sapevo che sarebbe stato difficile, impossibile, ma io ci ho provato. Volevo contare quante più stelle possibili. Per un mio sfizio, per vedere fin dove arrivavo. Per constatare personalmente, la sera del 10 agosto, con una semplice sottrazione, se qualcuna mancasse all’appello. Leggi il seguito di questo post »
Nel Punjab si è consumato uno dei non pochi pogrom che stanno devastando quella parte geografica del mondo che comprende India e Pakistan nelle regioni dove confinano. Articoli scarni ci informano che in un piccolo paese di nome Gojra una festa di matrimonio della minoranza cristiana ( il 2% in Pakistan) è stata il pretesto di un massacro (QUI). I cristiani accusati, oltretutto ingiustamente, di avere lanciato sugli sposi dei foglietti strappati dal Corano sono stati fatti bersaglio di una rappresaglia crudele. Otto persone sono morte, bruciate vive e solo il fatto che l’allarme era già scattato ha impedito che le cifre degli uccisi salissero di altre unità. Leggendo la notizia, soffermandomi su alcuni particolari ho ricordato gli articoli della scrittrice indiana Arundhati Roy sugli eccidi del 2002 nel Gujarat. E’ subito evidente che non si tratta mai, in nessun caso, di pogrom che nascono da rabbia momentanea qualunque gruppo li compia. La spontaneità dei linciaggi è esclusa per l’uso di una quantità inspiegabile di armi e per l’impiego di gruppi di individui trasportati sul luogo dell’eccidio con autobus. Leggi il seguito di questo post »
Jan Martin, un giovane olandese agente di un’agenzia europea antifrode, viene in Italia per indagare su fondi europei dirottati a fini di privata speculazione verso la costruzione di un porto turistico dalle dimensioni imponenti, forse il più importante del Mediterraneo. Jan agisce sotto copertura: lo scopo ufficiale della sua venuta, infatti, è un’attività da archeologo, consistente nella ricerca di notizie circa la verità d un racconto popolare che narra di due disertori francesi rifugiatisi in una grotta della zona (la Tana degli Alberibelli, appunto) subito dopo la battaglia di Marengo in attesa di trovare un imbarco per Cipro e rifarsi una vita. Entrambi facevano uso di hashish (secondo una vulgata l’hashish fu introdotto in Europa proprio da reduci delle campagne napoleoniche in Egitto) e se ne servivano utilizzando un mestolino d’argento in cui lo mescolavano con la menta il cui ritrovamento costituirebbe la prova della storicità della leggenda. Leggi il seguito di questo post »
Ne ho viste tante, nella vita, come molti di noi del resto. Se scrivessi un romanzo di formazione, ne uscirebbe un volume dell’ampiezza de L’uomo senza qualità, se non della Recherche. Ma ho una passione per la sintesi, riduco anni di drammi in una riga, e le gioie più incontenibili in una sola parola. Forse per questo ascolto a lungo, perché trituro le parole in una centrifuga spietata, lasciando spazio a quelle degli altri: mi sembrano sempre ridondanti, esagerate, ma quanto più mi mettono a disagio, tanto più le accolgo come il dono di un bambino, incapace di collocare il mondo in una forma. Penso che tutte le parole abbiano origine nello stesso punto, si affacciano all’orizzonte della storia per una stessa chiamata. Dolore e gioia sono uniti da un’unica grammatica, si coniugano e declinano secondo regole identiche. Tutte le frasi della terra potrebbero raccogliersi nel palmo di una mano, facendo attenzione a non tagliarsi, perché le parole possono far male, come pezzi di vetro che aprono squarci improvvisi senza che nemmeno te ne accorga.
Si tranquillizzino i cortesi blogghisti, non abbiamo intenzione alcuna di angosciarvi trattando di tasse o della legge finanziaria, per questo bastano i vari radiotelegiornali che, implacabili, entrano nelle nostre case proprio quando avremmo un gran bisogno di rilassarci dopo una giornata faticosa, seduti davanti a una tavola imbandita a gustarci un buon piatto. No, state tranquilli. Vogliamo parlarvi di un argomento che non tutti i sacri testi grammaticali riportano – essendo riservato agli addetti ai lavori – che va sotto il nome di “tassonomia” (tassonomia) e che, ripetiamo, non ha nulla che vedere con le tasse. Leggi il seguito di questo post »
Docufilm in due puntate sulle editrici clandestine Smith & Laforgue, IFigliBelli e Libera Stamperia Wang, girato fra il 2007 e il 2009 fra Roma e Bologna da Harold & Pinter. Produzione CaucasoMedia (www.caucaso.info)
E’ una sensazione insuperabile: voli da un estremo all’altro senza nessuna protezione, con gli occhi chiusi, perché conosci esattamente il punto in cui ti trovi. Avverti il silenzio sospeso, gli sguardi fissi su di te, lo spasmo dell’attesa, il desiderio di spingere le mani con la mente, le tue mani che cercano l’altro, in una stretta che significa la vita. Non ricordo perché e in che modo ho cominciato: forse per semplice abitudine, avendo visto i fratelli, i genitori; ma c’è un altro motivo, che preme dentro, e suggerisce che restare con i piedi per terra non è per te, sei fatta per il cielo coperto dal tendone, per un sogno che rischia ogni momento di trasformarsi in dramma. Leggi il seguito di questo post »
quando è fibra
animale pronunciato
deve essere già accaduto
che sia stata sepolta
in luogo materno
che abbia taciuto arsa
di non sapere lingua
culmine mancante, libertà Leggi il seguito di questo post »
Una sera Isabella (Moroni) propone a Monica (Mazzitelli) di scrivere un racconto a quattro mani per un concorso, a tema libero. Monica accetta, le propone un tema che le sta a cuore, che ha visto un po’ troppo spesso per strada, ultimamente: donne homeless, deragliate, sole, forse pazze, reiette dal mondo. Isabella sorride: è un tema su cui ha fatto già molto lavoro, è perfetto per lei! Il concorso salta, ma non la voglia di scrivere questa cosa: ognuna butta giù un racconto che esce qui su “La poesia e lo spirito”, di cui sono entrambe redattrici. Il titolo è “Deragliate”, e viene pubblicato con l’invito a contribuire, ognuno con la sua sensibilità e la sua esperienza. Due note appaiono in risposta al primo, una di Laura Costantini e l’altro di Alexandra Zambà, e altri commenti partecipati arrivano in coda al secondo.
Qualcuno parla di buonismo, di sensibilità da due soldi, per sentirsi più giusti e più buoni. Non è sempre sbagliato fare queste affermazioni, spesso si fa finta di partecipare, ma non c’è il cuore. In questo caso però c’è un tentativo diverso, non solo speculativo, e per questo si aggiunge anche Gaja (Cenciarelli) al discorso: diffondere, aprire, allargare il pensiero a queste donne deragliate. Non perché gli uomini non meritino la nostra attenzione, ma perché quella solitudine femminile è più debole, più vulnerabile, più scabrosa, e non fa che aumentare. Le donne sui marciapiedi sono sempre di più e la loro età diminuisce: questo ci DEVE preoccupare.
Quello che facciamo invitando chi vuole a partecipare con un proprio contributo di sensibilità e/o esperienza è portare l’accento su questo fenomeno, augurandoci che parlarne ci faccia portare lì l’attenzione, serva ad abbattere qualche muro di ostilità, farci vedere la cosa con occhi diversi.
Raccontateci le vostre storie, e il primo ottobre le pubblicheremo tutte in un unico post qui su La poesia e lo spirito e sui nostri blog, perché ora è estate, ma poi arriverà il freddo, soprattutto per loro.
Mandate i vostri contributi al contact form che trovate su www.monicamazzitelli.net grazie!
Nella selva umanata o nell’umanità inselvatichita è raro trovare un’immagine di bellezza, ordine e consolazione. Un dono dal cielo, un quaggiù di lassù. Come una rosa. Non una rosa qualsiasi, una rosa rugosa: una rosa, cioè, che ha dovuto sviluppare scorza coriacea e spine; rughe appunto, le rughe accumulate nel tempo per difendersi dall’aridità di un deserto rumoroso, popolato solo da uomini belligeranti. Difendersi, resistere. La Rosa indica la via della resistenza a noi viandanti in questa umanità inselvatichita. Bisogna però riuscire ad ascoltarne il canto segreto, la Musica. È la Musica, infatti, sonora e non sonora, che azzittisce il rumore senza senso e porta la consolazione dell’ordine e del significato, finalmente alla vittoria. Sotto un cielo minaccioso di bombe, è l’unica vera guida immediatamente comprensibile, per trasformare nuovamente l’umanità inselvatichita, in preda solo al Timore e al Tremore, in umanità civilizzata. Perché la bellezza della Rosa, e del suo canto, Musica e Poesia, sono l’unica vera ragione per sopravvivere.