Provocazione in forma d’apologo 129
Pubblicato da robertorossitesta su settembre 22, 2009
Molti anni fa conobbi un emigrante rientrato al paese dopo vent’anni per un affare imprevisto ed urgente, tanto imprevisto ed urgente che aveva appena avuto il tempo di informarne i familiari più stretti prima di mettersi in viaggio. Ma costoro per la data e l’ora indicata avevano altro (di meglio) da fare, e la visita dell’uomo doveva concludersi in meno di mezza giornata; così che costui non poté incontrare nessuno dei suoi.
Girò a caso il paese che era certo un po’ cambiato, ma dove riconosceva parecchi, mentre nessuno riconosceva lui; finalmente riuscì a trascinare uno di quelli al bar, dove avrebbe voluto offrirgli tutto ciò di cui l’esercizio disponeva ed invece riuscì a stento a fargli accettare un caffè. In quel bar mi trovavo anch’io, in attesa di certi amici abitanti in quel centro, dove mi recavo per la prima volta; e dagli stentati brandelli di conversazione misi insieme l’intera storia. L’emigrante si esprimeva in un cattivo francese, che l’altro non capiva; ma quel po’ d’italiano che ricordava era ormai anche peggiore, e in quella disperata babele tempestava l’altro di domande su questo e su quello cui l’altro non sapeva rispondere; non, peraltro, che si sforzasse troppo di farlo. Sicché quella tempesta sonora, più che verbale, ben presto si calmò, per cessare del tutto. Imbarazzato e avvilito l’emigrante guardò l’ora, cercò inutilmente di far accettare all’altro ancora una consumazione, quindi si alzò e con passi pesanti si diresse alla porta che si chiuse alle sue spalle. Chissà, malgrado gli anni trascorsi me lo chiedo sovente, se ha mai fatto ritorno in quel luogo.
Allora ero giovane, e non soffrivo d’incubi come e quanto ne avrei sofferto in seguito; ma pochi incubi notturni della maturità sono stati così angosciosi e capaci di restarmi nel profondo come quel realissimo incubo diurno.














Giovanni Nuscis detto
Caro Roberto, accade proprio così, a me in parte è successo lasciando la città natale. La memoria di chi lascia luoghi e persone cristallizza il tempo trascorsovi, forse, un poco enfatizzandolo. Mentre tutto continua invece a scorrere, ordinariamente e impercettibilmente per chi resta.
Grazie, un abbraccio
Giovanni
robertorossitesta detto
Caro Giovanni,
e pensa a quando queste discrasie temporali si verificano senza neppure andare e tornare! Tu vivi in un luogo, ma per te il tempo non scorre come scorre per gli altri, che ti guardano come se fossi matto; e magari lo sei davvero.
Grazie e un abbraccio anche a te,
Roberto
Giovanni Nuscis detto
“…ma per te il tempo non scorre come scorre per gli altri…)
Vero, Roberto, e questo fa la differenza nel bene e nel male; chissà, mi chiedo, se da perfettamente normali si avrebbe urgenza e motivazione a scrivere… (C’è uno splendido racconto di Mann – Luisella – sul rapporto tra artista e società).
Giovanni
nadia agustoni detto
Il ritorno nei luoghi che sono stati nostri e abbiamo lasciato è sempre condizionato dalla memoria e la mia tende a ricordare il meglio mai il il peggio (che però c’è), così il ritorno è sempre stato dolce-amaro.