Al centro del mondo
Pubblicato da fabrizio centofanti su settembre 24, 2009
da qui
La malattia è il centro del mondo. Ti costruisci un presente, nonostante le difficoltà, lotti con tenacia per edificare con materiali affidabili, poi arriva il responso e ti smentisce senza appello. La ribellione è inevitabile. Chi parla della fede non può dimenticare Giobbe o Qoelet, il quale dichiara senza mezzi termini: “Odio la vita”, e alla fine della lettura proclamiamo: “Parola di Dio”. La Scrittura conosce lo sprofondare nell’abisso, la bestemmia violenta. Guai a coloro che vivono o annunciano una fede sempre uguale, un cammino senza scosse: non hanno a che vedere con la storia del popolo di Dio. La verità è nel combattimento logorante, quello che Giacobbe sostenne una notte intera sulle rive dello Jabbok. La sorpresa è che l’angelo ti lascia vincere: per questo non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele. Allora, al centro del mondo, non ci sarà più il male, ma la strana e geniale musica di Dio.














sparz detto
pezzo di bravura straordinario questo finale di Amadeus. Non mi dire che la malattia è il centro del mondo che se no mi dispero, Fabry. Facciamo che il centro è l’amore, che poi si manifesta anche attorno alla malattia ma anche in molti altri contesti. Eh?
fabrizio centofanti detto
è proprio quello che ho detto Anthony.
un abbraccio solidale.
fabry
domenicol detto
mi sembra tutto arbitrario… potrei dire che il centro del mondo è l’indifferenza.
robertorossitesta detto
Caro Fabrizio,
proprio in questi giorni nel duomo di cui ti ho detto un alto prelato ha tenuto un’omelia che andava in una direzione piuttosto diversa.
La persona con cui mi trovavo ed io ci siamo guardati sconsolati.
E’ proprio la teodicea, quando pretende di spiegare troppo e non sa arrestarsi a capo chino dinanzi al Mistero, ad essere la vera bestemmia.
Un abbraccio,
Roberto
annamaria orlandi detto
Perchè si interrompe una musica celestiale, perchè si spezza una vita in fiore,perchè la vita stanca di un vecchio si chiude tristemente tra umiliazioni e sofferenze?Questo è un amore che non comprendiamo,è indifferenza, è mistero,o,come diceva il curato di campagna di Bernanos, ” tutto è grazia?”
Francesca detto
Forse la malattia ci vuole dimostrare di quanto sia fragile il nostro corpo e di quanto sia indistruttibile la nostra anima.
Un abbraccio
Ciao Fabry
fernirosso detto
la malattia incurabile di cui l’uomo soffre è la morte, ma è anche l’unica sorgente di una vita nuova, in altri uomini, noi essi stessi e diversamente noi. Questo è il successo miracolosamente elargito a ciascuno, in questo la sorprendente manifestazione che spesso si è chiamata divina. Ma amore, odio,dolore,passioni…malattie non sono che gli elementi con cui si consuma il cammino della moltitudine come fosse uno,divina-mente autoriprodottosi uguale a se stesso e molteplice.
La relazione con il cosmico e la cosmesi, in senso di ordine, che questo produce è la magnifica “de-pressione”.f
f&r detto
“la malattia è il centro del mondo”: il malato e chi lo circonda sa quanto ciò sia vero.
a volte, però, l’urlo s’incaglia nella gola troppo fragile per poterlo sostenere. resta la speranza (pur nella diperazione) di riuscire prima o poi ad ascoltare la musica di Dio.
un abbraccio, fabry
f&r
fabrizio centofanti detto
vi ringrazio.
di fronte al dolore si apre il prisma infinito delle reazioni umane.
la mia speranza sta nel fatto che perfino il deserto di Qoelet è parola di Dio.
non c’è niente che resti fuori di lui quando c’è il sì.
lucy detto
quando si è nella malattia l’aria attorno appare annerita da un nugolo di punti di domanda che ti incalzano, ti tormentano notte e giorno, come fameliche cavallette. perché, perché, perché? perché a me, a mio padre, al mio compagno… che ne sarà di me, di noi? poi, se qualcosa si risolve, magari non tutto, ma “sei ancora qui per raccontarlo”, i punti di domanda sono sostituiti da qualche punto esclamativo. e il nugolo si fa nuvola che a tratti si dirada, vi penetra il sole, qualcosa si fa intendere, sei più consolato. comprendi le cose scontate, dai importanza alla formica, non ti preoccupi più dell’elefante, ti accorgi degli amici – la malattia è un terribile setaccio -, riprendi il cammino, cambi strada, o ti fermi per un po’. se avresti ammazzato il mondo intero, un tempo, con le tue rabbie, ora, che pure hai visto quanto il mondo sa essere cattivo e indifferente con chi soffre, non toccheresti più nessuno neanche con un dito, neanche con le parole. sei entrato in luoghi, per te o per altri vicini a te, in cui molti avevano quello sguardo che non riuscivi a toglierti: quello della bestia braccata, indifesa. hai sentito il dolore, lo hai colto nella sua tana: ha un suo odore, una sua consistenza, ha suoni propri, forme, e il brutto sapore del sangue, del fiele, del vomito.
quando sei sceso in basso che a parer tuo più giù non potresti, scorgi dei gironi più sotto e ne senti provenire il pianto e i lamenti. hai accompagnato qualcuno che ami più sotto ancora, lo hai dovuto lasciare, per te non è ancora giunto il momento. risali alla luce: risali solo perché non puoi scendere, non perché tu ne abbia voglia. ma quello che hai visto, sentito, toccato, patito, com-patito ti ha scavato e rifatto da capo a piedi. nella malattia tua e di chi ami puoi aver lasciato indietro qualche pezzo di te, ma il corpo e lo spirito che reindossi sono finalmenti altri. sei un uomo nuovo, una donna nuova. il dolore è il centro del mondo: tu però adesso sei contento se puoi vivere in periferia.
fabrizio centofanti detto
hai scritto una cosa molto bella, Lucy.
sulla periferia ci sarebbe da discutere, ma basta intendersi: prevale il dolore o altro, nella vita?
per Qoelet domina il nulla: la cosa straordinaria è, come dicevo sopra, che anche questa è sacra scrittura.
crea qualche problema sul concetto di lontano e vicino.
un abbraccio
fabry