Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Aveva sbagliato, almeno stando a certi documenti. Aveva fatto carriera, senza agganci sospetti, grazie alle sue capacità. Svolgeva il suo dovere fino in fondo, prodigandosi per la causa in cui credeva. Ma ormai l’immagine non era quella giusta, stonava, rompeva l’armonia celeste delle intenzioni pure, delle azioni integerrime. Ora finalmente non c’era più spazio per l’errore, ora la trasparente grazia dell’innocenza ritrovata avrebbe fatto tacere ogni rivolta, ogni residua accusa. Intanto un uomo continuava a scrivere per terra, raccontava la storia di noi puri, gli sguardi fieri e l’immancabile pietra nella mano.
Non è propriamente un vis à vis con Yoghi – l’orso marsicano è più piccolo di quelli americani, il grizzly e l’orso bruno, e grazie a dio è di gran lunga meno pericoloso – ma insomma, vista la frequenza con cui avvengono gli avvistamenti e l’estasi stampata sul viso di chi scende dopo aver vissuto l’esperienza, si può ben parlare del Parco nazionale d’Abruzzo come della nuova Yellowstone italiana. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da fabriziofalconi su settembre 4, 2009
Le cose non sono mai come appaiono. Cosa è la nostra concezione/immaginazione del tempo ? Il nostro essere coordinati mentalmente per attimi/secondi/minuti/ore/mesi/anni/secoli/millenni ?
Davvero non potremmo fare a meno del tempo ? Davvero siamo così schiavi del tempo che non riusciamo mai, neanche per un momento, a prescinderne, mai a fare a meno del nostro qui-e-ora, del nostro scorrere, inesausto, verso l’estuario della morte ?
Davvero la vita non ha senso, senza la successione meccanica di quei punti che insieme la formano, come il passaggio nel vetro risicato di una clessidra ?
In un saggio di qualche anno fa, intitolato “Breve confutazione del tempo”, Jorge Luis Borges riprendeva alcune delle tesi più ardite di George Berkeley, sulla totale illusorietà delle nostre percezioni temporali.Leggi il seguito di questo post »
E’ l’esercito più tecnologico del mondo. Tutti si riforniscono da loro, per assicurarsi le armi migliori. Schierati davanti a noi, fanno paura. Stranamente immobili, ci squadrano come se dovessero godersi lentamente la vittoria. Uno di loro si fa avanti: è un gigante. “Perché scatenare la battaglia?”, dice. “Scegliamo i più forti tra noi, che si sfidino a duello. Chi vincerà, vincerà per il suo popolo”. Tra le nostre file cade il silenzio. Qualcuno troverà il coraggio di affrontare quel colosso? Non so che mi succede, una forza s’impadronisce del mio spirito, mi spinge a fare un passo avanti: “Vado io”. “Che dici, sei un ragazzo!”. Sento voci intorno, che cercano di dissuadermi con ironia o fermezza. “No, vado io, ormai ho deciso”. Il comandante cerca di infilarmi la sua pesante armatura, ma non riesco a muovermi lì dentro. La spada enorme, poi, è impossibile impugnarla. “Faccio senza”, gli dico. Vado incontro al gigante, con la pietra e con la fionda. In un momento, sento che dipende da me il corso della storia.
I sempre interessantissimi dibattiti sullo stato/tendenze della letteratura (della narrativa, in particolare) italiana (come questo e questo su Vibrisse) mi confermano tutte le volte quanto penso da tempo, e cioè che il nostro spazio letterario (in senso esteso: comprendendo scrittori, critici, lettori forti, commentatori di lit-blog) sia popolato da persone dotate di grandi capacità sul terreno della speculazione teorica, ma poi, chissà perché, da pochi buoni narratori (amara costatazione, questa, che peraltro emerge abbastanza chiaramente anche dai dibattiti sopra citati).
Questo perché per essere bravi speculatori basta in fondo lo studio, la passione e l’applicazione riflessiva (oltre a ovvie, naturali doti di intelligenza), mentre per essere un buon scrittore, fra altre cose che ora non mi vengono in mente, occorre di sicuro conoscere a fondo l’animo umano, vivere intensamente una vita di profonde relazioni, avere una Visione del Mondo, molta cultura (ottima conoscenza dei classici oltre che dei contemporanei), molta tecnica, amore per il prossimo, una grande fiducia in se stessi e nello strumento della scrittura, molta fantasia, non avere paura dei fantasmi e dei mostri (quelli che popolano la propria e l’altrui coscienza), sapersi scegliere un Maestro cui far riferimento senza pudore, condividere la propria passione con un gruppo di simili, essere dotati di qualche lieve turba psichica, oltre che a un grande desiderio di raccontare delle storie. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da giuseppepanella su settembre 3, 2009
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
Dissipatio H. P. Poesia e riflessione filosofica in Mirko Catalano (Auctus Subobscurorum.Crescita crepuscolare, Firenze, Masso delle Fate, 2007)
Nonostante la più volte conclamata fine della dimensione lirica e dei suoi derivati specifici, Mirko Catalano crede ancora nella forza e nella salvazione possibile che viene dalla e attraverso la poesia. Crede ancora nella sua potenza musiva ed evocatrice che nasce soprattutto dalla sua indiscutibile connessione con la pratica filosofica della conoscenza del reale. In sostanza, crede ancora in una poesia che sappia affondare le proprie radici profonde non tanto nell’abilità versificatoria o nell’evocazione luttuosa del proprio destino quanto nella capacità di analizzare la storia e delinearne gli sviluppi futuri – soprattutto, la sua probabile fine prossima ventura.
Gisella Gasparini (2.6.1957 – 20.8.2009) in memoriam
Gisella viveva in più mondi – e questa è stata, fino alla fine, la sua forza.
Forse a causa della malattia che l’aveva accompagnata per tutta la vita e che aveva limitato il suo raggio d’azione, aveva sviluppato dentro di sé una ricchezza che la faceva vivere in pienezza, perfino negli ultimi tempi, quando il dolore aveva preso il soppravvento su tutto il resto.
Ma Gisella non si faceva vincere.
Non è morta sconfitta.
Amava la vita, come spesso fanno proprio coloro che non la possiedono in pieno. Voleva vivere ed è vissuta come sapeva fare solo lei: dal di dentro, sostenuta da una forza e da una fede provenienti da fonti misteriose che la collegavano ad una più profonda dimensione dell’esistere. Leggi il seguito di questo post »
Un’antologia è un po’ come un CD. Spesso ci trovi un paio di pezzi buoni, e il resto ‘fa volume’. Poi ci sono quei casi fortunati in cui praticamente ogni canzone riesce a trasmetterti delle emozioni, a ‘connetterti’ con qualcosa di più ampio. E magari ce ne sono tre o quattro decisamente speciali.
Mi chiedono sempre perché il male. Lo chiedono a me, in un certo modo, come se avessi io la soluzione in tasca, da prete, depositario dei segreti ultimi del mondo. E’ un pezzo che ho smesso di rispondere con le formule usuali. Da quando il male mi ha investito nella sua versione più crudele, non ho più parole. Guardo la persona che mi ha fatto la domanda, cerco di capire se la sua è una sete di sapere o la solita sfida alla chiesa e ai suoi rappresentanti. Tento di comprendere se legge il dolore che mi afferra alla gola, o se gli sfugge questo aspetto del tema su cui vuole conversare. Il problema del male, gli dico, ha una soluzione che attraversa la carne devastata. Come si risolverà non puoi saperlo; credi solo a qualcuno che ha dato la vita per mostrarti che il bene, alla fine di tutto, è ciò che resta.
I panni asciugavano nel sole, bianchi come fantasmi strappati e messi a casaccio nello spazio. C’era un sentore di vita mancante, nell’aria, come un profumo di passato non del tutto scomparso. Degli spari, in lontananza, indicavano che la stagione di caccia era già aperta.
Alison camminò oltre la siepe della sua casa di Killarney, diretta al ruscello. Voleva assicurarsi che l’acqua fosse pulita, stasera: a volte ci trovavano dei pezzi d’immondizia che galleggiavano. Leggi il seguito di questo post »
non riesco più a stare nel mio paese nuovo
e neppure in quello vecchio e grezzo.
io vivo nella frana che sta in mezzo.
lo so ho un’ anima scomposta, a vederla da vicino sembra un paese terremotato. ma non è di me che voglio parlare in queste righe, voglio parlare di un’idea dell’italia, l’italia che cerco ogni giorno è annidata nei paesi più sperduti, l’italia che resiste dove c’è poca gente, dove ci sono alberi, erbacce, cardi, l’italia che vive ancora solo dove è più dimessa, l’italia che non crede alla pagliacciata del progresso, l’italia dei cani randagi, dei vecchi seduti sulle scale, delle case di pietra incollate in lunghe file che si attorcigliano. questa italia vive ancora solo nel sud interno ma non ovunque. ci vuole che non ci sia città, che non ci sia pianura, ci vuole che non ci sia l’industria o l’industria delll’agricoltura, ci vuole che non ci siano uffici e grandi scuole e strade dritte e mari e serre e nani nei giardini. l’italia che amo ha più di ottant’anni e rughe non lisciate, è una tribù di reumi e bastoni, è ugualmente lontana dall’europa calvinista e dall’africa animista, è una terra di magie arrangiate, di cimiteri sempre ampliati, di piazze livide e rancorose. io voglio frugare tutta la vita in questa italia fino a quando scompare, voglio restare tutta la vita dentro i suoi paesi rotti e malandati. sono un guardiano della più solitaria disperazione. io sono vivo nei paesi invernali quando passa un funerale, sono vivo quando nevica e nei giorni più ventosi, nelle case dove i ragni fanno i nidi nelle damigiane, nei bar degli scapoli. sono vivo ad aquilonia, a roscigno, a conza, ad apice.
Chissà se a ques’ora hanno già fatto il pieno dei posti disponibili. Sessanta, da selezionare entro il 28 settembre, dicevano sul Sole 24 Ore, in un articolo comparso a fine luglio scorso, nell’inserto dedicato alla “Formazione”.
“E’ venuto il momento di fare una scelta e di scrivere una storia. La tua.” Questo lo slogan del nuovo master biennale della Luiss, ovvero la Writng School della Luiss, o LWS.
Un messaggio accattivante, scrive l’articolista del Sole, Massimiliano Del Barba, come “non può che essere accattivante la prospettiva di diventare scrittori di successo alla Dan Brown”. Leggi il seguito di questo post »
Da tempo immemorabile vorrei scrivere un romanzo: idee a ripetizione, coltivate giorno dopo giorno, cresciute con le vicende della vita. I cassetti, fino a poco fa, traboccavano di inizi, come nel memorabile libro di Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore. Con il trasloco di stanza li ho gettati tutti, gli incipit si sono tramutati in finis. Se avessi cinque ore al giorno, il romanzo prenderebbe forma, si snoderebbe come un fiume d’oriente, il Tigri o l’Eufrate, con anse ampie che procedono lente verso l’esito finale. Ma cinque ore non le ho. I fiumi diventano affluenti, gli affluenti torrenti, i torrenti rigagnoli. Quello che resta, al termine del processo inesorabile di contrazione, è un oasi appena percettibile allo sguardo, una pozza d’acqua nel deserto o forse, meglio, un improbabile rifugio nella tempesta della vita.
« Si j’etais plus pute je te demanderai de l’argent »
La Fille
« La tristesse c’est un espoir perdu qui se cherche un préfixe…Le désespoir »
( Léo Ferré )
« L’amore è un piritiello »
( Anonimo innamorato)
« E’ una storia d’amore di una farfalla.
E’ una storia d’amore come la vita di una farfalla.
E’ una farfalla che non è una farfalla.
Ma è una storia d’amore »
( L’autore in piena crisi d’amore)
«Il jazz stasera é femmina e quando é femmina é tutt’altra poesia »
(Il bel giovanotto Samir)
DRAGHI, MOSTRI E LA TERAPIA
E’ perchè forse tu non lo sai ma stà malattia è davvero bastarda. Quando uno pensa di conoscerla è lì che diventa bastardissima.
Quando pensi di esserne guarito, allora, lì è il momento che questa si risveglia e ridiventa ancora più bastarda.
La malattia d’amore.
La malattia d’amore, quella che ciai quando vieni lasciato dalla persona che ami. La tua donna.
Quella che davvero ami. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da robertorossitesta su settembre 1, 2009
Anni fa scovai in rete il sito di un sensitivo che attirò la mia attenzione.
“Clicca qui e avrai indicazioni importanti per la tua vita.”
Cliccai e ritrovai la mia vita radiografata in quattro righe, con messa in bella evidenza tutta la vanità dei miei sogni e degli sforzi che facevo per realizzarli.
“Guarda un po’ che caso!” mi dissi, e passai oltre. Leggi il seguito di questo post »