QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.10: La ruggine e la polvere dei sentimenti del passato. Francesca Pellegrino, “Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni”
Pubblicato da giuseppepanella su ottobre 1, 2009
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
La ruggine e la polvere dei sentimenti del passato. Francesca Pellegrino, Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, con una Prefazione di Raimondo Venturiello e Una nota di lettura di Alfredo De Palchi, Patti (ME), Casa editrice Kimerick, 2009)
Albedo De Palchi è certamente un poeta non facile agli entusiasmi e alle parole di lode nei confronti degli autori a lui contemporanei – eppure ha voluto preporre al breve mannello di liriche di Francesca Pellegrino una breve nota di lettura in cui ne considera essenziale la freschezza e l’originalità, la capacità visionaria e la semplicità espressiva.
«Mi capita spesso di ricevere una raccolta di “poesie” in cui ritrovo l’abituale andazzo della mediocrità o peggio. Probabilmente una volta all’anno mi succede di leggere qualcosa di migliore in cui mi accorgo che l’autore non ha usato la fretta. E ogni dieci anni un autore sconosciuto brilla con un’opera che cattura subito la mia attenzione, che alle prime prove è di dare acqua alla siccità del mondo della poesia. Argomento di sempre del sottoscritto – difficile d’accontentare come lettore e autore – sulla situazione che l’esercito di parolieri presenta» (p. 11).
Ma che cosa contiene, allora, di così prezioso questo piccolo libro di poesie di dis-amore e di auto-interrogazione di Francesca Pellegrino, un testo che scorre apparentemente semplice e liscio come l’acqua che si usa per annaffiare i fiori sul proprio balcone di casa?
La prospettiva poetica che lo sostiene nasce dalla quieta disperazione quotidiana legata all’abbandono del futuro come necessaria dimensione vitale. La modalità di funzionamento espressivo della sua radicalità è legata all’emergenza di una scrittura che privilegia determinati segmenti di forme linguistiche, se non di termini ricorrenti ossessivamente. Le parole polvere, ruggine, mosche, zanzare, gli aggettivi sporco e vecchio ne sono la spia, forse solo la punta dell’ iceberg. Tutto un mondo fatiscente e derelitto si affaccia alla ribalta della descrizione dei sentimenti provati, delle angosce vissute, delle passioni soffocate. Come qui, ad esempio:
«Broken. Ci sono pezzi sparsi per tutta la stanza. / Alla cieca. / Pezzi inutilizzati / rotti di ruggine e polvere / che vado per risistemare / alla buona ma – non combaciano più – / si sono come riempiti di umido e rabbia / imbottiti di aria da traboccarne dal cuore. / Muta. / O anche sbriciolati e persi dall’usura stanca / di questi anni di pietra. / Tanto che adesso – adesso – / non se ne fa neanche una cosa storta. / Non se ne fa più nulla» (p. 26).
Le rovine della soggettività e dei sentimenti, i frantumi e i frammenti di una vita riempiono la stanza-mondo. I pezzi in cui si è infranta la vita precedente non combaciano più. Tutto quello che c’era prima e che ora si è fracassato e arrugginito in maniera irreversibile giace nella realtà esterna senza mostrare la possibilità di un recupero adeguato. L’unico modo per provarsi a guarire il male del mondo e per tentare di rimettere insieme i cocci del cuore insensato e delle memorie dilacerate di un passato neppure tanto remoto è quello di mettere in fila i ricordi del passato mescolandoli ai sentimenti che si provano nel presente. Questo processo di ricostruzione di ciò che appare irrimediabilmente broken è il procedimento stesso con cui la poesia di Francesca Pellegrino viene scritta e rielaborata. Rimettere insieme ciò che sembra non poter più essere ricomposto è l’obiettivo della sua pratica di scrittura. Ciò che si è “fracassato” nel mondo reale ritornerà (forse) intero in quello della virtualità lirica e della riconciliazione con esso attraverso l’evocazione verbale e lirica.
«Avvitata. Certo che non appanno più vetri / sto come un buco al suo chiodo / avvitata ruggine di niente / intorno al niente: / Ma rossa / che neanche il sangue» (p. 21).
Nonostante la ruggine e l’apparente negazione della vita che ne consegue (nella cessazione del respiro vivente che appanna i vetri), il rosso sangue del ritorno dell’esistenza che si ripete ancora nei suoi riti sono segno di una speranza che non è ancora morta e che la poesia raffigura nella sua vocazione alla sopravvivenza nella scrittura.














carmine vitale detto
un bel libro e una bella persona
ho avuto modo di leggerla ed incontrarla discutendo di parole suoni emozioni
la sua poetica nasce dall’osservare le piccole cose e questo piccolo libro regala sincere vibrazioni
un caro saluto
c.
francesco t. detto
Bel libro, sì.
Spigoloso ma dolce e vivissimo.
Ci credo, che esca da una bella persona.
f.
gianni montieri detto
il libro di francesca ha il dono di non stancare.
Non è da tutti prendere le olive, la simmenthal e usarli per raccontare il vuoto di certe sere. di certe solitudini
bel libro
Francesca Pellegrino detto
Saluto e ringrazio di cuore
… Carmine – persona vissuta con sguardi e parole, qualche mese fa. Grazie di ogni singola parola, per me.
e Francesco, che ha sfiorato, leggendo – quello stesso respiro.
stefania c. detto
confermo tutto… i testi di Francesca hanno forza e sincerità… e sono molto belli.
stefania c.
gianni montieri detto
una precisazione…gli esempi che ho fatto si riferiscono a poesie successive al libro ma sono “elementi” che ritornano nella poetica di francesca. Come dice carmine più su, le piccole cose, gli oggetti, sono osservati e resi funzionali alla storia e al verso
Francesca Pellegrino detto
Gianni e Stefania – grazie di leggermi con questi occhi
lambertibocconi detto
Un abbraccio poetico a Francesca anche da parte mia.
Francesca Pellegrino detto
Abbraccio preso al volo … e ricambiato – strettissimamente!!!
neobar detto
Delle lacrime ne fa pietre di sale, ma è una che non cade, caparbia, solare.
Abele
francesca pellegrino detto
Abele, tu che mi conosce, lo sa – è figlio della stessa terra. Grazie!!!