“Milano in una stella”, di Davide Sapienza
Pubblicato da giovanniag su ottobre 8, 2009
(articolo già apparso su GQ del dicembre 2007 col titolo Sapessi com’è strano…; la versione inglese è disponibile su Words Without Borders)
Sette e trenta del mattino. Il cuore d’autunno è ancora lento. Io e Franco ci prepariamo in silenzio il lungo cammino. Controllo zaini: ci deve essere tutto – o solamente – quello che serve per la spedizione Milano. La giornata sarà lunga, oltre quaranta chilometri davanti ai piedi sono fuori ad aspettarci. L’ultimo attimo è dedicato a ciò che dobbiamo non avere: sul tavolo restano soldi, cellulare, mappe. Nel taccuino c’è un biglietto dell’ATM: l’unico legame con la civiltà urbana che dovrà ricondurci qui a fine cavalcata verso la vetta.
La giornata si annuncia bella: l’umido entra nelle ossa e mi ricorda quando ero un ragazzo di città e la vita urbana poteva trasformarsi in un’avventura lontana da tutto e da tutti: bastava cliccare su Immaginazione. Godo il tepore che sale e tutto pare più bello in questa fine novembre, qui nel profondo Nord: da est il sole esplode gigantesco verso l’alto, danza sull’asfalto che conduce alla Via Emilia poi si assesta. Il cavalcavia in Corvetto è una rampa di lancio.
La distanza si stempera nella foschia dove pigra prende forma la pianura padana – o la sua idea – costellata di gru, cavalcavia, svincoli e chissà cos’altro. Eppure non sento repulsione, c’è qualche bellezza nascosta là verso il sole ed è precisamente il luogo dove siamo diretti: una Stella, un mondo dopo un mondo che fu e che potrebbe essere.
“Bene, possiamo iniziare a dirigerci verso Chiaravalle, prima andiamo a Sud, dove una volta finiva Milano e iniziava la campagna” mi interrompe Franco. La strada ci è amica, viale Omero un invito simbolico nelle storie dell’inizio dell’Uomo. Chiaravalle esplode di luce e rugiada, la strada angusta è un nastro scuro nell’orizzonte. Osserviamo, beviamo dalla borraccia e rientriamo verso Rogoredo accanto alla ferrovia. Siamo hobos che passano nel mattino, invisibili per non essere dispersi dall’indifferenza.
Camminiamo da due ore e alla stazione ci fermiamo a prendere appunti. Gli sguardi. Se fate questo giro nella vostra città, palesemente diversi, guardate gli sguardi: perché al di là del nostro velo e dei territori illimitati dell’avventura troverete un sorriso. Dico a Franco, “questo è estremo – estremo bisogno di uno scambio e di immaginare cosa sta dietro due che camminano vestiti da escursionisti”.
Oggi per raggiungere la nostra idea di Nord e di Polo Alto attraverseremo il grande plateau milanese. Saliremo la sua vetta, il Monte Stella. Oggi si punta al simbolo del desiderio. Milano è già diversa. Tra noi e la città c’è un sipario trasparente, tepore silenzioso che conduce meraviglia nella normalità: le cose di ogni giorno, le strade di ogni giorno, le case di ogni giorno, le persone di ogni giorno sono i personaggi di un film di culto. Nei vicoli nascosti oltre piazzale Lodi la coda dell’occhio non dimentica nulla, é una sonda invisibile nelle vene di Milano. Noi navighiamo nella città costruita sulle acque e diretti ai navigli ci folgora un surreale ristorante persiano –palme colorate di plastica incluse – dove un’anziana signora di Mantova, ci ferma sentendo il dovere di concludere che “lei è davvero milanese.”
Come cambia la scrittura camminando. Chissà se vale anche per noi uomini, chissà se chi guarda al di là del sipario ci vede diversi. In Viale Tibaldi svoltiamo sul Naviglio – da una parte via Sforza, dall’altra l’Alzaia: lo stanno dragando, i rifiuti sono ovunque ma ci sono anche visioni mattutine di bellezza discreta. La mia mente e il mio corpo sono già in un’altra dimensione. Alla Darsena il grande poster di “Grease” si riflette sull’acqua oleosa in un perfetto connubio di realismo e ironia: intanto, le papere continuano indifferenti. La natura è anche questa: esiste e vive a prescindere da noi sei miliardi di umani. Questo mi fa stare bene.
Passiamo al mercato della frutta e puntiamo verso Porta Romana ma è tempo di pit stop. La panchina di Via Patellani ci ospita e accanto a noi due veri hobos sono incuriositi dal nostro pane-prosciutto-formaggio-zaino-abbigliamento-tecnico … e Cabernet in borraccia (che non si vede, ma si sente). Sorridono, si guardano e riprendono a dormire.
I giardini di Porta Venezia mi ricordano quando lo Zoo di Milano sembrava una distesa sterminata: era tutto qui, dove adesso osservo il Planetario. Anche lì dentro ci sono le Stelle. I colori d’autunno scintillano, il lento scorrere di chi si allena è bello e la giornata si distende. Siamo a circa metà strada, tanti chilometri ancora davanti. L’orso polare meccanico in Via Montenapoleone con la sua superficialità, il Duomo stagliato come guglie dolomitiche o prealpine, il Castello Sforzesco e poi via, in un altro tempo: la sera: è l’altro lato di Milano che ti risucchia nel lungo crepuscolo sin sotto lo stadio Meazza.
Concentrazione. Le gambe sono ormai come svuotate dalla durezza del terreno ma siamo vicini alla nostra Stella, la montagnola nata sui detriti trasformati in un angolo di respiro. Percorriamo i viali intorno alle stalle dell’ippodromo – come sono vicini i cavalli e i condomini residenziali di San Siro, penso.
Da undici ore cavalchiamo dentro e fuori orizzonti immaginati, porzioni di Milano palpabilmente diverse, superiamo frontiere che convivono. Davanti al Monte Stella tutto cambia: ci lanciamo su una “diretta” attraverso gli alberi e quindi in vetta: il buio ci avvolge, la primordiale intelligenza dei piedi porta su il corpo.
Sono quasi le sette: “Franco, siamo solo in due. C’è più gente in vetta all’Everest che qui. Godiamoci lo spettacolo”. Un brindisi di borracce piene d’acqua. Un po’ di stretching. Rilassamento. L’umidità mi ricorda dove sono ma sotto tutto corre, piazzale Washington è un luna park e da ovest a est le alpi si dileguano. Il Duomo si confonde coi grandi grattacieli. Tra poco la terra di Milano, città delle acque, ci inghiottirà. Domani è un nuovo giorno ma oggi una Stella l’abbiamo toccata.














lambertibocconi detto
Che bello! Bravi pellegrini! :-)
giovanniag detto
L’articolo di Davide dimostra una cosa in cui credo molto. Che per ‘viaggiare’ non è necessario ‘andare lontano’. A volte pachi passi intorno a casa bastano per reimpostare il rapporto col mondo sulla base delle piccole meraviglie che ancora è possibile trovare.
Giovanni A.