Obama e il Dalai Lama, il Nobel a chi non ha voluto incontrare un Nobel.
Posted by nadiaagustoni on October 9, 2009

[ Alll'articolo di Marco Del Corona segue una intervista sulla pace e la non violenza al maestro Thich Nhat Hanh.]
09/10/2009 Corriere della Sera
Marco Del Corona
C’è uno stridore – o un apparente stridore – che può colpire la pubblica opinione occidentale. A ricevere il Nobel per la Pace è quel Barack Obama che pochi giorni fa non ha voluto incontrare un altro Nobel per la Pace, il Dalai Lama, in visita a Washinghton. Che invece si è visto con Nancy Pelosi, deocratica, figura comunque di prestigio dell’estabilishment obamiano.
INCONTRO A DICEMBRE Sembra una beffa. In realtà, si sa, Barack Obama ha posposto il faccia a faccia con il leader tibetano a dicembre, dopo la visita che il presidente compirà in Cina dal 15 al 18 novembre prossimi. Gli incontri fra i leader dell’Occidente libero e il Dalai Lama hanno un che di rituale, ma nella scelta di Obama sembra leggersi in controluce un preciso disegno, un’accortezza che sembra rispecchiare le motivazioni del Nobel: la capacità di dare un’accelerazione innovativa alle pratiche della diplomazia.
AVVERSIONE Data la radicale avversione che la Cina nutre per il Dalai Lama, ogni incontro tra un leader europeo o americano non solo ha il potere di far infuriare Pechino ma non aggiunge nulla alla causa di chi auspica un Tibet più autonomo, pur nell’ambito della Repubblica Popolare (per non dire di chi lo sogna indipendente, ma ormai anche il Dalai Lama chiede solo autonomia dentro la Cina). Obama dunque antepone il dialogo con la Cina, e infatti oggi i giornali cinesi danno gran rilevanza al viaggio asiatico del presidente e alla sua agenda principale: commercio, economia, clima.
PRAGMATISMO E’ probabile che Obama affrronterà gli argomenti Tibet, Dalai Lama, diritti umani, ma – semplicemente leggendo i fatti – pare di capire che lo farà con discrezione, dietro le quinte. Si tratta di un approccio che potrà essere criticato, ma che mostra realismo e pragmatismo. Non solo nessuno – non certo gli Usa della crisi – è in grado ormai di ordinare alla Cina che cosa deve fare, ma esula dalla psiche cinese affrontare certi temi in modo frontale. E’ piuttosto con un clima di fiducia, come quello che evidentemente si spera di costruire durante il viaggio di novembre, che certi temi possono essere toccati con un minimo di efficacia. Questa pare essere la strategia di Washington.
LA LEZIONE BIRMANIA Il caso Birmania ne è la prova: Hillary Clinton ha annunciato in settembre che l’America vuole parlare con i generali della giunta, senza togliere le sanzioni. Dialogo più fermezza. Stessa disponibilità, con qualche cautela in più, si legge nelle mosse Usa sulla Corea del Nord. Se il muro contro muro non paga, si provi con altri mezzi, ritiene l’amministrazione Obama. E incontrare il Dalai Lama in modo rituale è porre la questione con la Cina negli sterili termini del muro contro muro, Occidente-succubo-del-Dalai-Lama versus Cina. Senza un clima di dialogo e comunicazione aperta fra le potenze, è arduo anche per le più tenui velleità autonomiste aspirare a qualche risultato. Se la strategia pagherà, lo dirà il tempo. E se pagherà, sarà forse davvero una strategia da Premio Nobel.
[ Nel dare su La poesia e lo spirito la notizia del premio Nobel per la pace a Obama ho pensato che ai lettori e alle lettrici potrebbe interessare un diverso punto di vista su come si può lavorare per la pace dicendo no alla violenza. Propongo qui, ripresa dal sito Essere pace (espressione in Italia della comunità di praticanti del Buddhismo di Thich Nhat Hanh) una intervista al maestro Vietnamita, da molti anni esule in Francia, in cui ci spiega cosa direbbe a Osama Bin Laden se potesse parlargli.] N. A.
Cosa direi a Osama Bin Laden
Intervista a Thich Nhat Hanh a cura di Anne A. Simpkinson,
tratta da “Buone Notizie”, anno V n°3 (www.reteindra.org)
Questa intervista ‘immaginaria’ è stata fatta subito dopo l’11 settembre, prima della guerra in Afghanistan, per essere inserita nel libro Out of the Ashes: A Spiritual Response to America’s Tragedy pubblicato da Beliefnet and Rodale Press.
Domanda: Se potesse parlare con Osama bin Laden che cosa gli direbbe? E analogamente, se dovesse rivolgersi al popolo statunitense, cosa suggerirebbe loro di fare sia individualmente che come nazione?
Risposta: Se mi si presentasse l’opportunità di trovarmi faccia a faccia con Osama bin Laden, la prima cosa che farei sarebbe quella di ascoltare. Cercherei di comprendere perché ha agito in un modo così crudele. Cercherei di comprendere tutta la sofferenza che lo ha spinto ad agire in maniera violenta. Ascoltare in questa maniera potrebbe non essere facile, e così dovrei cercare di rimanere calmo e lucido di mente. Avrei bisogno di avere con me parecchi amici che siano ben radicati nella pratica dell’ascolto profondo, capaci di ascoltare senza reagire, senza giudicare e senza dare colpe. In questo modo, intorno a questa persona e a tutti quelli coinvolti si verrebbe a creare un’atmosfera di sostegno e così, sapendo di essere realmente ascoltati, si sentirebbero in grado di condividere liberamente ciò che hanno da raccontare.
Dopo aver ascoltato per un certo periodo di tempo, potremmo avere bisogno di fare una pausa per permettere a ciò che è stato detto di penetrare nella nostra coscienza. E risponderemo solo quando ci sentiremo calmi e lucidi, ribattendo punto per punto a ciò che è stato detto. La nostra risposta sarà gentile ma senza titubanze in modo tale da aiutarli a scoprire la loro mancanza di comprensione così che smetterebbero di comportarsi in maniera violenta spontaneamente.
Al popolo statunitense, io suggerirei di fare tutto ciò che è possibile per recuperare la nostra calma e la nostra lucidità prima di reagire. Rispondere troppo in fretta, prima di avere una chiara comprensione della situazione potrebbe essere molto pericoloso. La prima cosa che possiamo fare è quella di far raffreddare le fiamme della rabbia e dell’odio che sono così forti in noi. Come si è detto in precedenza, è di importanza cruciale osservare la maniera in cui diamo nutrimento all’odio e alla violenza che alberghiamo dentro di noi e di prendere degli immediati provvedimenti per arrestare ciò che dà sostentamento al nostro odio e alla nostra violenza.
Quando reagiamo sull’onda della paura e dell’odio, non possediamo ancora una profonda comprensione delle circostanze. La nostra azione sarà solamente una maniera rapida e superficiale di rispondere alla situazione e da essa non deriveranno veri benefici e guarigione. Ma se aspettiamo ed eseguiamo una pratica che plachi la nostra rabbia, osservando la situazione in profondità e ascoltando con un intenso desiderio di comprendere le radici della sofferenza che sono alla base dell’azione violenta, allora, e solo allora, disporremo di sufficiente capacità di comprensione per rispondere così da poter ottenere la guarigione e la riconciliazione di tutti quelli coinvolti.
In Sud Africa, la Commissione Truth and Reconciliation ha fatto degli sforzi per realizzare tutto ciò. Tutte le fazioni coinvolte in azioni di violenza e di ingiustizia hanno accettato di ascoltarsi vicendevolmente in un ambiente sereno e comprensivo, per osservare insieme le radici delle azioni violente e per cercare delle soluzioni. La presenza di stabili guide spirituali è di grande aiuto per creare e mantenere tale ambiente. Possiamo prendere spunto da questo modello per risolvere conflitti che stanno sorgendo proprio in questo istante; non dobbiamo aspettare parecchi anni per metterlo in pratica.
D: Lei è stato un testimone della devastazione causata dalla guerra del Vietnam e allora si era dato da fare per porre fine alle ostilità. Cosa vorrebbe dire a coloro che sono in lutto e pieni di rabbia per aver perso dei cari nell’attacco terroristico?
R: Durante la guerra del Vietnam ho perso alcuni dei miei figli spirituali quando si spingevano nelle zone dei combattimenti per salvare quelli che si trovavano sotto le bombe. Alcuni rimasero uccisi dalla guerra e altri furono assassinati perché furono erroneamente considerati appartenenti all’altra fazione. Quando vidi i corpi trucidati di quattro dei miei figli spirituali assassinati in un modo così violento, soffrii profondamente.
Io comprendo la sofferenza di coloro che hanno perso dei cari in questa tragedia. In situazioni di grave lutto e dolore, dovevo ricercare la serenità per recuperare la mia lucidità e un cuore di comprensione e compassione. Con la pratica dell’osservare in profondità, ho compreso che se rispondiamo alla crudeltà con altra crudeltà, le ingiustizie e le sofferenze non faranno altro che aumentare.
Quando ci giunse notizia del bombardamento della cittadina di Bentra in Vietnam, dove furono distrutte trecentomila abitazioni, e sentimmo i piloti dire ai giornalisti che avevano dovuto distruggere il villaggio per salvarlo, rimasi sconvolto e tormentato da rabbia e dolore. In quel frangente, praticammo una meditazione camminata, passeggiando con calma e con gentilezza sulla terra, per recuperare la nostra calma mentale e la pace del cuore.
Anche se può essere estremamente difficile mantenere un’apertura mentale in tali frangenti, è di cruciale importanza non rispondere in alcun modo fino a quando non si sia recuperata sufficiente calma e chiarezza con le quali investigare la realtà della situazione. Sapevamo che rispondere con odio e violenza avrebbe solamente arrecato un ulteriore danno a noi stessi e ai nostri cari. Iniziammo a praticare per poter entrare in contatto con la sofferenza di quelle persone che ci infliggevano così tanta violenza, per comprenderle meglio e anche per comprendere meglio noi stessi. Con questa comprensione riuscimmo poi a generare compassione e ad alleviare la nostra sofferenza così come quella degli altri.
D: Qual è la ‘retta azione’ da intraprendere per rispondere all’attacco terrorista? Dovremmo cercare giustizia con un’azione militare? O tramite un processo? Un’azione militare e/o la ritorsione possono essere giustificate se possono impedire che in un futuro altri innocenti siano uccisi?
R: Ogni forma di violenza è ingiusta. Le fiamme dell’odio e della violenza non possono venire spente aggiungendo al fuoco altro odio e altra violenza. L’unico antidoto alla violenza è la compassione. E di cosa è fatta la compassione? Di comprensione. Come è possibile provare compassione quando non c’è comprensione, come possiamo cominciare ad alleviare la grande sofferenza che abbiamo davanti agli occhi? La comprensione, quindi, è l’unica base stabile sulla quale costruire la nostra compassione.
Come possiamo raggiungere una capacità di comprensione e di introspezione in grado di guidarci attraverso questi momenti così difficili come quelli che stiamo vivendo adesso negli Stati Uniti? Per comprendere, dobbiamo trovare modi di comunicare così da poter ascoltare coloro che stanno disperatamente cercando la nostra comprensione: perché un atto di tale violenza è un disperato tentativo di richiamare la nostra attenzione, è una richiesta di aiuto.
Come possiamo ascoltare in maniera serena e lucida così da non sopprimere immediatamente lo sviluppo della nostra comprensione? Dobbiamo valutare questa situazione come una nazione: come creare delle opportunità perché si manifesti l’ascolto profondo così che la nostra risposta alla crisi attuale possa sorgere da una mente serena e lucida. La lucidità è una grande offerta che possiamo donare in questo frangente.
Ci sono persone che vogliono una sola cosa: vendetta. Nelle scritture buddhiste, il Buddha ha detto che ricorrere all’odio per rispondere all’odio, porterà solo un incremento dell’odio. Ma se facessimo ricorso alla compassione per abbracciare coloro che ci hanno ferito, sarebbe un passo importante per disinnescare le bombe che si trovano nei nostri e nei loro cuori.
Ma come possiamo generare una goccia di compassione che possa spegnere il fuoco dell’odio? Come sappiamo, nei supermercati non vendono la compassione. Se la vendessero, non dovremmo fare altro che portarla a casa e potremmo risolvere il problema dell’odio e della violenza nel mondo molto facilmente. Ma la compassione si può solo generare nel nostro cuore mediante la pratica.
Gli Stati Uniti stanno bruciando nelle fiamme dell’odio. Per questo motivo dobbiamo dire ai nostri amici cristiani: “Siate i figli di Cristo”. Dovete far ritorno a voi stessi e guardare in profondità per scoprire il perché di questa violenza. Perché c’è così tanto odio? Cosa si nasconde sotto tutta questa violenza? Perché odiano in maniera così estrema che sono pronti a sacrificare se stessi e causare così tanta sofferenza a tante altre persone? Perché questi giovani, pieni di vitalità e di forza, hanno scelto di sacrificarsi per commettere una tale violenza? Questo è ciò che dobbiamo cercare di comprendere.
Dobbiamo, naturalmente, cercare un modo per porre fine alla violenza. Se è necessario, dobbiamo mettere i responsabili in prigione. Ma la cosa veramente importante è guardare in profondità e domandarci: “Perché è accaduto? Qual è la nostra responsabilità in quello che è accaduto? Forse non ci hanno compreso. Ma cos’è che li ha resi incapaci di comprendere al punto da renderli capaci di odiarci così tanto?”.
Il metodo del Buddha è di guardare in profondità per vedere la sorgente della sofferenza, la sorgente della violenza. Se alberghiamo della violenza dentro di noi, ogni azione può farla esplodere. L’energia dell’odio e della violenza può essere notevolissima e quando la osserviamo in un’altra persona proviamo dispiacere per lei. Quando proviamo dispiacere, la goccia di compassione fa la sua comparsa nei nostri cuori e ci sentiamo molto più felici e molto più in pace con noi stessi. Quell’empatia produce il nettare della compassione in noi stessi.
Quando venite al monastero, lo fate per imparare a fare questo, così che ogni volta che soffrite o che vi sentite arrabbiati sapete come guardare in profondità per permettere alla goccia della compassione nei vostri cuori di fuoriuscire dai vostri cuori e di porre fine alla febbre della rabbia. Solo la goccia della compassione può estinguere le fiamme dell’odio.
Dobbiamo guardare in profondità e con onestà alla nostra situazione attuale. Se siamo in grado di osservare le fonti della sofferenza in noi stessi e nell’altra persona, possiamo cominciare a disfare il ciclo di odio e violenza. Quando la nostra casa è in fiamme, dobbiamo spegnere il fuoco prima di investigarne le cause. Analogamente, se spegniamo la rabbia e l’odio nel nostro cuore, avremo una possibilità di investigare profondamente la situazione con chiarezza e capacità introspettive così da poter determinare tutte le cause e le condizioni che hanno contribuito a creare quell’odio e quella violenza che stiamo sperimentando in noi e nel nostro mondo.
La ‘retta azione’ è l’azione che spegne le fiamme dell’odio e della violenza.
D: Crede nell’esistenza del Male? E se sì, considera i terroristi delle persone malvagie?
R: Il Male esiste. Anche Dio esiste. Il Male e Dio sono due aspetti di noi stessi. Dio è quella grande comprensione, quel grande amore dentro di noi. Ed è anche ciò che noi chiamiamo Buddha, la mente illuminata capace di vedere attraverso l’ignoranza.
Cos’è il male? È quando la faccia di Dio, il volto del Buddha, dentro di noi è celato. Dipende da noi scegliere se la parte del male diventi predominante o se far risplenda il lato di Dio e di Buddha. Anche se talvolta la faccia della grande ignoranza, o del male, si può manifestare prepotentemente, ciò non vuol dire che Dio non sia là.
Nella Bibbia è detto chiaramente: “Perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Ciò vuol dire che un atto maligno è un’azione di profonda ignoranza e di incomprensione. Forse dietro un’azione maligna si nascondono molte percezioni errate; dobbiamo comprendere che le radici del male sono l’ignoranza e l’incomprensione. Ogni essere umano ha in sé tutti gli elementi di grande comprensione, di grande compassione ma anche quelli di ignoranza, odio e violenza.
D: Nel suo nuovo libro Anger, offre un esempio di ‘ascolto compassionevole’ come uno strumento per guarire le famiglie. Questo strumento può essere usato a livello nazionale, e se sì, come potrebbe funzionare?
R: L’estate scorsa un gruppo di palestinesi e di israeliani è venuto a Plum Village, il centro di pratica nella Francia meridionale dove abito, per imparare e per praticare l’arte dell’ascolto profondo e della parola amorevole. Ogni estate a Plum Village arrivano circa 1600 persone da oltre una dozzina di paesi per ascoltare e per imparare a portare la pace e la comprensione nelle loro vite quotidiane.
Il gruppo di palestinesi e di israeliani partecipava alle attività giornaliere: meditazione camminata, meditazione seduta, e consumava i pasti in silenzio. Inoltre hanno anche ricevuto insegnamenti su come ascoltare e come parlarsi reciprocamente in maniera da rendere possibile una maggiore comprensione e una maggiore pace fra di loro sia come individui che come nazioni.
Con la guida e il sostegno dei monaci e delle monache, si sono seduti e hanno ascoltato l’altro gruppo. Quando una persona parlava nessuno la interrompeva. Tutti praticavano la consapevolezza del respiro e dell’ascolto in modo che l’altra persona si sentiva ascoltata e compresa.
Quando una persona parlava, si asteneva dall’usare parole di biasimo, di odio e condanna. Parlavano in un’atmosfera piena di fiducia e rispetto. I palestinesi e gli israeliani che hanno partecipato a questi gruppi di dialogo sono rimasti estremamente turbati nello scoprire che la paura era causa di sofferenza per entrambi i gruppi. La pratica dell’ascolto profondo è stata molto apprezzata e vennero fatti dei preparativi per poterla condividere con altri una volta tornati a casa.
La nostra raccomandazione agli israeliani e ai palestinesi fu di parlare delle loro sofferenze, delle loro paure e della loro disperazione in un’assemblea pubblica che potesse venire ascoltata da tutto il mondo. Avremmo tutti avuto la possibilità di ascoltare senza giudicare e senza condannare, per comprendere ciò che si prova in entrambi gli schieramenti. Questo modo di agire avrebbe preparato il terreno della comprensione perché si potesse procedere a negoziati di pace.
Ora, la stessa situazione si sta verificando fra il popolo statunitense e i popoli delle nazioni islamiche e arabe. C’è molta incomprensione e la mancanza di quel genere di comunicazione ostacola la nostra abilità di risolvere pacificamente le difficoltà.
D: La compassione occupa un ruolo rilevante all’interno del buddhismo e della pratica buddhista. Ma in questo momento, sembra impossibile fare appello a un sentimento di compassione verso i terroristi. È realistico pensare che la gente possa provare vera compassione anche ora?
R: Senza comprensione, la compassione è impossibile. Quando comprendi la sofferenza degli altri, non devi sforzarti per provare compassione, la porta del tuo cuore si aprirà da sola. Tutti i dirottatori erano così giovani e ciononostante hanno sacrificato le loro vite, per cosa? Perché lo hanno fatto? Quale profonda sofferenza era presente in loro? Per comprendere tutto questo bisogna fare ricorso all’ascolto profondo e a un’osservazione profonda.
Avere compassione in questo momento significa attuare un grande atto di perdono. Per prima cosa possiamo abbracciare la sofferenza, sia al di fuori che dentro gli Stati Uniti. Dobbiamo prenderci cura delle vittime all’interno del nostro paese e anche avere compassione per i dirottatori e per le loro famiglie perché anche loro sono vittime dell’ignoranza e dell’odio. In questa maniera possiamo veramente praticare la non discriminazione. Non dobbiamo aspettare molti anni o decenni per realizzare la riconciliazione e il perdono. Abbiamo bisogno di una scossa adesso per non permettere che l’odio abbia il sopravvento sui nostri cuori.
D: Crede che le cose accadano per un motivo? Se è così, qual è la ragione per l’attacco agli Stati Uniti?
R: I motivi profondi per la situazione attuale sono da ricercare nel modo in cui consumiamo. I cittadini degli Stati Uniti consumano circa il 60% delle risorse energetiche mondiali ma rappresentano soltanto il 6% della popolazione del pianeta. I bambini degli Stati Uniti quando finiscono le scuole elementari hanno visto in televisione 100.000 atti di violenza. Un’altra ragione dell’attuale situazione è la nostra politica estera, e l’incapacità di prestare ascolto profondo. Non facciamo ricorso all’ascolto profondo per comprendere le sofferenze e i veri bisogni dei popoli delle altre nazioni.
D: Quale pensa che possa essere la risposta più efficace da un punto di vista spirituale a questa tragedia?
R: Possiamo cominciare proprio qui e ora a fare in modo di calmare la nostra rabbia, di guardare in profondità alle radici dell’odio e della violenza nella nostra società e nel nostro mondo, e ad ascoltare con compassione per poter sentire e comprendere ciò che non avevamo ancora avuto modo di ascoltare e capire. Quando la goccia di compassione comincia a formarsi nei nostri cuori e nelle nostre menti, cominceremo a sviluppare risposte concrete per la situazione attuale. Dopo aver ascoltato e osservato profondamente, potremmo cominciare a sviluppare l’energia della fratellanza tra tutte le nazioni, che è l’eredità spirituale più profonda di tutte le tradizioni religiose e culturali. In questa maniera la pace e la comprensione nel mondo aumenteranno giorno per giorno.
Sviluppare la goccia di compassione nel nostro cuore è l’unica risposta spirituale efficace all’odio e alla violenza. Questa goccia di compassione sarà il risultato di essere stati capaci di calmare la nostra rabbia, di aver guardato in profondità le radici della violenza, di aver praticato l’ascolto profondo e di aver saputo comprendere la sofferenza di tutti coloro che sono coinvolti in azioni di odio e di violenza.
This entry was posted on October 9, 2009 at 6:00 pm and is filed under Annunci. Tagged: Barack Obama, Dalai Lama, essere pace, Marco Del Corona, Nobel per la pace, Thich Nhat Hanh. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.















francesco accattoli said
Al Gino Strada quando lo daranno?
Il Nobel per la pace a Obama perchè l’hanno dato? Perchè non è Bush?
E’ pur sempre un americano, gestore di un popolo di lobbisti, multinazionali, marines e antiecologisti. Generalizzo, lo so. Ma c’è chi il mazzo se lo fa da anni e neanche lo prendono in considerazione.
fernirosso said
Non sono certo io a decidere a chi dare il Nobel, ma ormai mi sembra che anche questo premio abbia perso, per quel che riguarda taluni sui settori, la reale connessione con il mondo, oppure lo ha, come ormai si è soliti vedere in quasi tutti i premi prestigiosi.f
nadia agustoni said
Gentilissimi,
nessuno conosce le vere motivazioni, ma non dobbiamo dimenticare che siamo noi a dare troppa importanza al premio Nobel che nel 1973 fu dato anche a Henry Kissinger ( ricordate?) e ci volle proprio un bel “pelo sullo stomaco”.
Obama, per ora, suscita speranza e dopo Bush ci voleva un pò di speranza (sperando diventi realtà) .
Perchè non altri ci chiediamo tutti?
Ho messo in questo post una intervista a Thich Nhat Hanh che è stato candidato più volte, ma non ha avuto il premio:
eppure la sua azione di pace durante il conflitto in Vietnam e sempre anche dopo, specialmente nel portare soccorso a chi moriva nell’oceano scappando dal Vietnam anni dopo la fine della guerra, è stata un esempio per tante persone.
Le sue parole mi colpiscono sempre profondamente per il semplice motivo che ha sofferto sulla sua pelle il dolore della perdita di persone che amava e che per chi le uccideva non erano nulla. Ha saputo superare il “noi” e il “loro”: noi non ci riusciamo o non ancora, ma quelli come lui ascoltiamoli.
Iannozzi said
Da che pulpito viene la predica.
Questo blog non ha speso UNA PAROLA UNA per il Tibet.
A parte un paio di poesie per dar voce ai loro autori e a un racconto o quel che era. Sempre per esaltare, per portare avanti il nome dei loro autori, mentre la tragedia in Birmania è rimasta isolata, non toccata, fuori.
Devo aggiungere qualcos’altro?
Adesso per il Nobel a Obama LPELS si ricorda di parlare della tragedia birmana facendo politica d’accatto. Prima il silenzio più cristiano e nero, praticamente assoluto. Adesso invece è tutto un altro paio di maniche.
Mi raccomando, non dite che l’incontro con il Dalai Lama è stato spostato. Dite solamente la vostra verità, che Obama non ha incontrato il Dalai Lama. Non dite che lo incontrerà. Fare informazione così è peggio che torturare coi ferri. Roba da Corriere, che ci si vuole fare. Torno a leggere il Topolino di Disney.
Sì, Fabry, censurami pure. Tanto so… tutto.
sparz said
Iannozzi, almeno legga con calma, non si è accorto di queste righe:”Sembra una beffa. In realtà, si sa, Barack Obama ha posposto il faccia a faccia con il leader tibetano a dicembre, dopo la visita che il presidente compirà in Cina dal 15 al 18 novembre prossimi.”? Calma. E comunque, se preferisce Topolino, prego.
Iannozzi said
Vero. In parte però. L’articolo dice che lo incontrerà, in toni sgarbati a mio avviso. Il pezzo è tutto un dare contro Obama accusato di diplomazia, e peggio ancora. LPELS che dice? [ All'articolo di Marco Del Corona segue una intervista sulla pace e la non violenza- anch'essa introdotta da un cappello inutile che non dice niente - al maestro Thich Nhat Hanh.] Era meglio non mettere questo finto cappello introduttivo, sarebbe stato più onesto.
Avrebbero dovuto darlo a Ratzinger il Nobel? A quel sant’uomo uscito dal medioevo?
Mi spiace ma è quello che penso.
In ogni modo alcune testate estere non sono migliori a conferma che tutto il mondo è un po’ italiano.
nadia agustoni said
@Iannozzi
“LPELS che dice? ”
Ho postato io e ho fatto la scelta sia dell’articolo che dell’intervista. Anche la breve nota introduttiva è mia. Lpels non so che dice.
Su Ratzinger: non sono cattolica.
Come puoi leggere nel mio commento più sopra non sono certo contro Obama:
“Obama, per ora, suscita speranza e dopo Bush ci voleva un pò di speranza (sperando diventi realtà) . ”
E’ tutto.
Iannozzi said
Vabbe’.
Lo so io comunque che dice LPELS: niente. In passato, cioè nel recente presente, un paio di poesiole e un racconto per pubblicizzare i loro autori, ma nessun articolo, nessuna presa di posizione nei confronti della strage che in Birmania si sta consumando. Non un accenno.
Postare questo articolo del Corriere oggi mi è sembrato un atto sporco. Vogliamo indorare la pillola? D’accordo: un atto non necessario. L’articolo è un florilegio di luoghi comuni, un dare addosso ad Obama per il semplice fatto che ha ricevuto il Nobel. Tutti luoghi comuni presenti anche su altre testate, straniere e non, a dimostrazione che tutto il mondo è un po’ italiano. Forse gliel’abbiamo insegnato noi.
Ho tirato in ballo Ratzinger perché anche lui non ha ricevuto il Dalai Lama e non ha dimostrato alcuna volontà di volerlo incontrare. Ed è questo un fattaccio gravissimo da parte della chiesa cattolica, del Vaticano, che però i giornali, blog come LPELS, hanno oscurato non parlandone quando sarebbe stata invece necessaria una presa di posizione. Il santo Dalai Lama si è detto dispiaciuto perché con Giovanni Paolo II ricordava di essere sempre andato d’amore e d’accordo. Dunque: Obama ha rimandato l’incontro e non ha detto che non incontrerà il santo Dalai Lama. Ratzinger invece ha detto che non lo incontrerà punto e basta.
I conflitti sono fortissimi, nelle società e in politica: spero che la gente prima di aprire becco rifletta. Ma accade sempre di meno. Se Obama ha agito in questo modo è per cercare di salvaguardare capra e cavoli: inutile costruire un dialogo con il Tibet se poi la Cina continuerà a massacrare il Tibet. Occorre dunque usare un po’ di diplomazia, che non è affatto machiavellica a mio avviso: difatti si parla di un incontro rimandato. Ma alla stampa piace parlare di incontro annullato, perché è così che si fanno le notizie per la prima pagina.
L’alternativa è guastare i rapporti con la Cina, già molto labili, e preparare il terreno a una guerra globale – non che non sia già in atto – fra USA e Cina (e resto del mondo).
E’ tutto.
nadia agustoni said
@ Iannozzi
La cosa strana Iannozzi è che sulla diplomazia di Obama, non guastare i rapporti ecc. sono d’accordo. Non trovo però l’articolo di Corona cattivo, tu si, va bene. Non lo leggiamo nello stesso modo. Capita.
Io non posso rispondere a nome di tutta Lpels, ma ti rispondo semplicemente a mio nome.
Ratzinger fa la sua politica e non sono d’accordo con lui, specie sul non ricevere il Dalai Lama uomo di dialogo e pace.
All’articolo del Corriere ho aggiunto una intervista a un altro maestro buddhista poco ascoltato: c’è chi potrebbe avere a ridire anche su questo. Magari perchè è uno che dialoga con tutti.
In ogni caso senza rancore, buona giornata.
Iannozzi said
@ NADIA
E’ il pezzullo di Mauro Del Corona che non mi piace affatto: il perché è nei luoghi comuni che usa/sfrutta.
L’intervista a Thich Nhat Hanh è molto interessante. E’ un punto di vista lineare e coerente. “Ascoltare con compassione”, dice ad un certo punto Thich Nhat Hanh: è quanto ripete il santo Dalai Lama anche. Non posso che essere più che d’accordo.
Specifico, perché forse si è creata un po’ di confusione: Nadia, non ce l’ho con te, ci mancherebbe. E’ l’articolo di Mauro Del Corona, al pari di tanti altri, che mi ha dato fastidio.
Ho seguito e continuo a seguire, come posso, la tragedia in Birmania: si parla, sui giornali, di un Nobel (Obama) che non ha voluto incontrare un altro Nobel (il santo Dalai Lama). E’ questo un errore madornale messo su dai giornalisti per creare scompiglio, o perché a certi giornali (esteri soprattutto) non piace la politica di Obama.
So bene che non puoi rispondere per LPELS e non ti chiedo di farlo.
Credo di averlo rimproverato a LPELS già un’altra volta che non si parla della Birmania, se non con un racconto e due poesiole che servono solo ai loro autori. E’ un po’ come se adesso io, sull’onda emotiva della tragedia messinese scrivessi una poesia. Cavalcherei solamente l’onda della mia emozione per soddisfare/esaltare il mio ego ed illudermi di essere in pace con me stesso. Ritengo che un comportamento siffatto sia cosa non buona. Faccio un altro esempio: è morto Pantani, tempo un paio di giorni e su un lit-blog, che evito di citare ma che tutti conoscono, appare un racconto su Pantani. ‘Ste cose mi fanno vomitare.
Voglio dire: non si possono trasformare le tragedie, di qualsiasi natura, in fiction in formato polaroid. E’ sciacallaggio.
Ciao e buon tutto
beppe
Mario pandiani said
Barack Osama e Obama Bin Laden, è interessante che il post abbia avvicinato queste due figure che mi sono divertito a miscelare nei loro nomi, Beppe è un po’ come quei gangster degli anni ‘40 che prima sparano e poi pensano, ma veniamo al punto fondamentale; il premio Nobel è merda.
Leggendo le parole del maestro Thich Nhat Hanh questa mia convinzione si conferma, come la conferma il fatto che lo ha ricevuto un criminale di guerra come H. Kissinger.
Thich Nhat Hanh dice delle cose che risentono di un’informazione viziata a riguardo dell’11 settembre, ma la sua disciplina fa in modo che comunque ne emerga una verità; l’ascolto e non il giudizio sono alla base di ogni rapporto umano; “La presenza di stabili guide spirituali è di grande aiuto per creare e mantenere tale ambiente”
E’ forse un’utopia se non fosse che è applicata in diverse parti del mondo e quindi è una realtà che è modello possibile.
Quando leggo le parole di appartenenti a civiltà e religioni diverse dalla mia sto attento alle differenze, cerco di ragionare e di discernere quali sono le differenze di punto di vista, ma quando trovo qualcosa che ci accomuna sono semplicemente felice.
Obama è destinato a essere stritolato nella morsa diplomatica tra pressioni che forse non possiamo neanche immaginare, adesso, non è per dare ragione a Iannozzi, ma la sua figura deve essere criticata con molta attenzione, e non può essere liquidata tanto facilmente, in questo il post è più equilibrato di quanto non lo veda Beppe, e l’intervista col maestro vietnamita è molto bella.
Spero che questa beffa del premio Nobel venga presto resa obsoleta e decada nell’oblio insieme all’ipocrisia che ne sta alla base.
nadia agustoni said
Grazie a tutti,
chi è interessato a leggere nel web altre cose su Thich Nhat Hanh vada alla finestra sopra l’intervista cliccando su Essere pace ( sito ufficiale in Italia) dove si possono trovare molte cose interessanti. In ogni caso me ne occuperò ancora.
Buona giornata
Nina Maroccolo said
Povero Tibet, povera Birmania, povera Cina (sì, anche la Cina, quella dei morti di fame), povero Pakistan (sì, quello con la famiglia Bhutto sterminata, ultima la grande Benazir), poveri luoghi sotto i talebani e i cecchini, poveri Innuit e Innu, povero il mio Venerabile Dalai Lama che a Roma non è stato accolto dal Papa, né da Obama negli USA, poveretti tutti coloro costretti sotto le dittature. E potrei continuare all’infinito…
La Compassione è una cosa seria, e non ha confini geografici, né mentali. Prevede solo orizzonti.
Grande Thich Nhat Hanh, che sa cos’è la Compassione vera.
Qualcuno mi spieghi perché il Nobel a Obama?
Non è troppo presto, visto che ancora ha da pedalare tanto, ma tanto tanto?!
Ti abbraccio con affetto, Nadia.
Iannozzi said
Perché ha fatto negli USA – sottolineo negli USA – molto di più di quello che hanno fatto i suoi predecessori, da Harry Truman al peggiore dei peggiori George W. Bush. Ciò non significa che non dovrà pedalare ancora: non è che ricevi il Nobel e ti fermi.
Nina Maroccolo said
Truman ha solo dato il via a Hiroshima e Nagasaki: non è proprio un santo, caro Iannozzi. Esattamente come Bush, e molti altri…
Resto comunque del parere che fosse presto dare il Nobel a Obama. A ciascuno i propri convincimenti…
Saluti
Nina Maroccolo said
PS: tu parli degli USA, io mi sono allargata geograficamente e storicamente… Da non sottovalutare questo aspetto.