La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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    METROMORFOSI infocritica



Barack Obama, il premio Nobel per la Pace e la sfiducia nei cambiamenti positivi

Posted by guidoio on October 18, 2009

di: Guido Tedoldi

Il premio Nobel per la Pace è stato assegnato quest’anno a Barack Obama, presidente degli Usa. La notizia è sembrata sorprendente a molti, che si sono domandati per quale motivo un riconoscimento così prestigioso sia stato assegnato a un personaggio salito alla ribalta internazionale soltanto da pochi mesi, e che per questo motivo ha avuto finora soltanto il tempo di fare tante promesse senza avere la possibilità materiale di concretizzarle. Lo stesso Obama, in una nota rilasciata dopo aver ricevuto il premio, si è detto «sorpreso e stupito» di essere stato accomunato alle personalità di assoluta qualità che hanno ricevuto il Nobel in passato.
Geir Lundestad, segretario del Comitato per l’assegnazione del Nobel per la Pace, ha fornito la sua spiegazione: «Vogliamo sottolineare che Obama ha già portato dei cambiamenti significativi».
Ed è proprio qui il senso di questo evento. Il mondo si stava abituando a una situazione di negatività e contrapposizione, mentre il presidente Usa ha mostrato un orizzonte luminoso.

La negatività e la contrapposizione sono quelle che hanno caratterizzato l’ultimo decennio, il primo di un secolo aperto con la promessa di grande sviluppo economico spinto dalla new economy e immediatamente traumatizzato dall’esplosione della «bolla» nelle borse internazionali e dall’attentato dell’11 settembre 2001 alle torri gemelle. Negli anni successivi, poi, i problemi invece di risolversi sono sembrati complicarsi, con l’aggravarsi degli effetti del riscaldamento globale e della crisi finanziaria mondiale.
Una delle fonti più importanti della diffusione di un certo clima (mentale prima che reale) in questi anni si è dimostrato il gruppo di persone coagulato intorno a George W. Bush, predecessore di Obama nella carica di presidente degli Stati Uniti. Bush e il suo modo muscolare di imporre i temi del dibattito pubblico, Bush e le sue spese mostruose per armare un esercito già enorme e far guerra a Iraq e Afghanistan, Bush e il suo Patriot Act con cui ha tentato di diminuire la libertà di movimento e di privacy degli esseri umani in tutto il globo, non solo di quelli di nazionalità statunitense. Bush e la dottrina dell’esportazione coatta della «democrazia», sistema politico da insegnare alle nazioni sfortunate che, volendo governarsi da sé in maniera indipendente, hanno scelto di farsi governare da politici non in linea con le intenzioni statunitensi.
Per diffondere questo clima mentale, il gruppo di Bush ha usato la pesantissima retorica del terrorismo e dell’insicurezza, cui gradualmente si è affiancata la situazione economica congiunturale. La paura del nemico è diventata paura del futuro quando le banche sono andate in crisi, molte industrie hanno chiuso o si sono ridimensionate, la percentuale di disoccupati è aumentata.

Quello che ho tratteggiato sopra è un quadro semplificato e parziale. Per capire bene quello che è successo in un decennio occorre lasciar passare un po’ di tempo, prendere le distanze e lasciare che le conseguenze si sviluppino e poi si sedimentino.
Gli Usa, per quanto nazione leader nel mondo, non sono tutto il mondo. Ma se al quadro aggiungiamo altri particolari, come per esempio la situazione italiana, l’impressione di negatività e contrapposizione si avvalora. Anche qui da noi c’è stata crisi economica, c’è stato aumento del razzismo, c’è stata diminuzione delle possibilità di lavoro. Il fenomeno dei «cervelli in fuga» è diventato così evidente che si è cercato di farvi fronte con leggi ad hoc.

Mentre tutto questo succedeva, Barack Obama è diventato presidente degli Usa. Il primo nero a essere eletto a tale carica, e dopo aver condotto una campagna elettorale volta alla riappacificazione più che all’esasperazione.
Mentre migliaia di soldati stanno morendo in guerre che si combattono in molte parti del mondo, Obama va all’Onu e dice che le bombe atomiche vanno smantellate, perché sono pericolose. Tutte, comprese quelle americane. Lo si sapeva anche prima che erano pericolose, ma i politici e i militari avevano sempre preferito dire che le proprie bombe erano sicure e, tutto sommato, buone – mentre quelle dei nemici (anche quelle non ancora costruite, come quelle iraniane) erano sicuramente malvagie.
Mentre milioni di persone perdono il lavoro e con esso la possibilità di avere assistenza medica, Obama vara un piano per cambiare la sanità statunitense prendendo a modello i sistemi europei più avanzati, che premiano l’assistenza collettiva rispetto all’iniziativa egoistica. E arriva perfino a criticare gli operatori della finanza che per avidità hanno rischiato di trascinare nel baratro il sistema economico mondiale; una critica che lui può fare, perché prima li ha aiutati con robuste iniezioni di denaro pubblico – denaro dato ad alcuni affinché tutti possano avere la possibilità di prosperare, non aiuti dati da un plutocrate ad altri della sua risma affinché possano continuare ad alimentare la propria avidità.

«L’iniziativa di Obama ha già portato dei cambiamenti significativi», dicono coloro che gli hanno assegnato il premio Nobel. E hanno ragione.
Questo presidente americano finora ha fatto principalmente promesse, ma grazie a esse si può respirare un’aria diversa. Il futuro è un’opportunità di miglioramento globale, invece che la notte oscura e violenta e paurosa che sembrava prima.
Poi, se a Obama diamo tutti una mano, le cose saranno ancora migliori.

6 Responses to “Barack Obama, il premio Nobel per la Pace e la sfiducia nei cambiamenti positivi”

  1. ANTONIO said

    non condivido la concessione del premio nobel di quest,anno ad obama attuale presidente degli usa 2009—- ci sono molti scenziati che trascorrono ore ed ore di impegno a favore della scienza spaziale della terra- con tuti i suoi problemi, e via dicendo,, il fatto è che la citta dove ogni anno nasce quel premio di riconoscimento,ha subito dei cambiamenti tali ambientali climatici e sociali, che quei cambiamenti hanno intaccato offuscato indebolito il cervello di quelle persone. per cui stop qua — mi dispiace che in italia si diffonde la poesia mescolandola alla politica, ma co0munque me li scrivo e me li leggo. tanti saluti antonio

  2. la funambola said

    che palle sto obama, e che palle sto premio per la pace ,quando lo sanno perfettamente i miei amici sassi che la pace non si sposa propriamente con i “grandi” ma va, a braccetto col più diseredato di questa terra!
    che palle veramente, parliamo sempre e soltanto di amenità!
    non ce l’ho con tedoldi, ce l’ho con chi ci detta l’agenda dei pensieri!
    che palle davvero!
    e la dico tutta: me ne frega un cazzo dei premi nobel per la pace passata presente e futura(ma quando mai?)
    ma cosa cazzo intendiamo per pace?
    questa è la domanda
    ma perchè l’hanno inventato il nobel?
    ma per chi?
    ma per quale finalità?
    solo la donna/l’uomo che rifiutano questo “riconoscimento” sono donne e uomini degni di un NOBEL PER LA PACE! (purmuà)
    che palle davvero :)))
    molti baci
    la funambola

  3. Iannozzi said

    Una brodaglia di cliché messi insieme, con il dado Star. A dirla tutta sembra il tema d’un ragazzino alle medie che gl’hanno insegnato a ripetere a memoria la lezione del professore tanto buono e tanto bello, perlomeno a detta del corpo insegnante.

    Da noi, in Italia non ci sono nemmeno le promesse. Ci sono però le minacce, di cui si tace, tranne parlarne per un giorno al massimo due. Poi basta.

    Più che un quadro semplificato io qui ho letto un bel niente condito con altro niente.

    Si salva l’ultimo pensiero Poi, se a Obama diamo tutti una mano, le cose saranno ancora migliori. Il problema rimane che ad Obama il mondo una mano, ma nennemo un dito, non gliela dà se non a parole o neanche.

  4. Carla said

    io gli do anche i piedi a Obama, in nome della pace.
    :-)

  5. enne emme said

    Non so. Pensatela pure come volete…..

    Utilitá del Nobel a parte (in merito alla questione, non voglio entrare adesso), dare il premio a Obama significa apprezzare ed approggiare il suo “approccio” (soprattutto in politica estera).
    Personalmente lo condivido. Sembra un uomo “di buona volontá”. Senz’altro migliore di quel cowboy.

    anche io gli do i piedi! ;)

  6. la funambola said

    a obama forse la darei
    forse, per spirito da crocerossina che in verità non mi è mai appartenuto, ma, vista la “posta”…
    per l’umanità , questo e altro :)
    la fu

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