Per Venezia
Posted by fabrizio centofanti on October 24, 2009
da qui
Sessantamila abitanti, considerando le isole. Quanti saranno fra un decennio? Dieci, azzarda qualcuno. Della favolosa città non resterà più nulla. Centosette centimetri d’acqua, l’altro ieri. Ricordo una cena a Riva degli Schiavoni, dopo che sbagliai concorso e fui costretto a scrivere di un Boccaccio che si trasfigurava, per la rabbia, in un pericoloso terrorista, trasgressore della purezza letteraria. Mi persi nei carrugi come nella mia mente di giovane sommerso dai problemi. L’acqua mi arrivava alla gola, minacciosa, come nelle strade di questa fragile leggenda. Credevo di affondare, ma qualcuno tese una mano, inaspettatamente. Chissà se il miracolo si ripeterà, se accadrà lo stesso per Venezia.















f&r said
non mi persi quella volta che scappai, a otto anni. per le calli e i campielli seppi ritornare a casa
ma solo chi sa accogliere la mano tesa può essere salvo
speriamo per venezia, speriamo per noi
un abbraccio, fabry
f&r
elio said
chissà se i parenti gli han fatto davvero del male..
lucy said
io mi aspetto l’acqua alta definitiva. non ho speranze per la mia città che a vedere com’è ridotta finisci per diventare razzista. bàcari scomparsi trasformati in pizzerie da “asporto” e kebab. sul gazzettino oggi parlavano di questa cosa dei 60000 abitanti scarsi. qualcosa tipo “dobbiamo far sapere al mondo perché è bello abitare qui”. il “mondo” lo sa bene: è dagli anni ‘70 che le case migliori se le sono comperate inglesi americani arabi… mentre i veneziani vanno a marghera, a mestre e dintorni, perché quelle case lì costano dai diecimila ai dodicimila euro al mq. e quando ci metti le mani non sai mai dove vai a parare. in terraferma siamo ancora comune di venezia, ma non contiamo nulla: abbiamo il sindaco più invisibile d’italia: così la città verrà consegnata al brunetta alle prossime elezioni. col brunetta spariranno i venditori di colore abusivi: punto. a venezia serve una mano: quella del signore. che non guardi altrove, che tenga la sua mano sulle cupole di san marco, sul campanile, sulla scala contarini del bovolo, sulla salute, su ca’ foscari, sulla ca’ d’oro, sul fondaco, su sant’apollonia, su campo dei carmini, di santa margherita, di san barnada, di san bartolomio, sui frari, su san rocco, sull’arsenàl, sulla pietà, sul lazzaretto, sul mio san sebastiano, su còdroma e su gigetto e su fiore, ché anche lo stomaco vuole la sua parte. su santa lùssia “nimica di ciascun crudele” e i suoi occhi: che guardi a questa città devastata. amen.
Lucio Angelini said
“Fuga da Venezia, residenti in centro per la prima volta sotto i 60mila… Il centro storico di Venezia conta attualmente meno di 60mila abitanti, una soglia negativa mai toccata prima. La rilevazione è stata resa nota oggi dall’esponente del Pdl Pietro Bortoluzzi, che cita il Servizio statistica e ricerca dell’amministrazione lagunare. Il centro storico segna complessivamente 59.984 residenti. Il muro dei 100mila abitanti fu abbattuto nel 1978, una soglia che «fu solo l’inizio – rileva Bortoluzzi – di un lugubre e costante ammaina bandiera». (Dal Gazzettino di venerdì 23 ottobre 2009)
“Il 12 settembre 1989 il cervellone del Centro elaborazione dati, all’ufficio statistiche di Ca’ Farsetti, emanò un dato inquietante. Venezia era ufficialmente scesa al di sotto degli 80.000 abitanti nel centro storico. Si stava avverando la drammatica profezia di una città fantasma, animata soltanto da foresti che venivano a godersi le sue pietre gloriose un paio di volte l’anno. Mentre la città era immersa nell’immobilismo, si litigava per l’Expo del Duemila. Nel 1951 i residenti di Venezia erano stati 174.905. Già nel 1961 erano scesi a 137.710. Nel 1971 a 108.426. Adesso, nel settembre dell’89, l’esodo aveva fatto toccare il minimo storico di 79.994 abitanti. Venezia era finita ufficialmente e miseramente sotto gli 80.000. Il valore simbolico di quello sfondamento era evidente. Era un po’ quello che il 4 novembre 1966 aveva rappresentato per il problema dell’acqua alta. Il fatto, già grave di per sé, appariva ancora più allarmante se si andava ad analizzare la composizione della popolazione per età, che registrava una vertiginosa crescita dell’età media: l’esodo aveva svuotato la città soprattutto della popolazione giovane e in età lavorativa.
Per il Duemila, le previsioni demografiche annunciavano un’ulteriore caduta verso i 60.000 abitanti.
Per una bizzarra coincidenza, proprio all’indomani della notizia sul crollo di quota 80 mila abitanti, in Corte dei Cordami alla Giudecca venne proiettato in prima nazionale il film Venezia: l’ultimo affare, prodotto dal Circolo culturale Renato Nardi (da un’idea del suo presidente Luigi Giordani) per la regia di Pier Andrea Gagliardi. L’ “ultimo affare” (regolarmente quotato in Borsa e dall’andamento trionfale) cui alludeva il titolo del filmato era proprio quello di una Venezia (la Venezia del 2027) trasformata in un immenso cimitero: cinque milioni di tombe e di loculi, a prezzi differenziati, reclamizzati come ultime dimore capaci di assicurare esclusività, fama e prestigio a ricchi trapassati di tutto il mondo.
La lugubre e suggestiva provocazione mostrava una Venezia ormai totalmente spopolata di veneziani, un deserto animato soltanto (negli orari d’apertura: dall’alba al tramonto) da cortei funebri e gondole vogate da becchini-vampiro che sponsorizzavano gli ultimi loculi ricavati all’interno di palazzi e abitazioni, in ottemperanza ai dettami di una macabra moda rapidamente dilagata…. Visualizza altro
La morte della città non per eccesso di bazar, ma per eccesso di tombe, nella Venezia di quarant’anni dopo.
Mattine e mattine di riprese all’alba, da febbraio a giugno, avevano consentito a Gagliardi di offrire una Venezia assolutamente deserta, immersa in un silenzio interrotto soltanto dai rintocchi delle campane e dagli annunci in quattro lingue degli altoparlanti. Nell’incubo di campi e fondamente con tutte le porte segnate da croci, tra lo sfilare dei cortei funebri dalle chiese alle case, lungo un itinerario scandito da nizioleti di recinti cemeteriali, toccava a due ragazzini scoprire nella soffitta della casa paterna il “tesoro”: una videocassetta che su un vecchio televisore resuscitava – a colori, a rompere il bianco e nero del filmato – una Venezia piena di gente, tra i banchi di Rialto e i turisti in Piazza, la Vogalonga, i bambini che giocavano, i morosi… Finché uno sbalordito “Ma Venezia era così?” del bambino più piccolo introduceva alle didascalie finali, denuncianti il crollo demografico e additanti un’ultima speranza: che la provocazione del filmato riuscisse a sensibilizzare al problema l’opinione pubblica e le forze politiche.”
(Da “Scoppi in aria: Schopenhauer e i Pink Floyd a Venezia”, edizioni Libri Molto Speciali, 1999, pp. 69-70)
fabrizio centofanti said
che dirvi, amici: grazie!
(mi avete commosso)
fabry
marco de meo said
E’ la prima volta in vita mia che scrivo in un blog e vi chiedo perdono per l’indebita intrusione. Ma ciò che ha scritto Fabrizio su Venezia mi ha fatto andare indietro (e tanto) con la memoria.
Quando ero davvero molto piccolo, praticamente appena nato, mio padre fu trasferito a Venezia. Abitavamo al Lido, mio padre lavorava in banca e ogni mattina mia madre ed io lo accompagnavamo al vaporetto.
Una sera, sarà stato il ‘66 ed è uno dei miei primi ricordi (avevo 5 anni), l’acqua era così alta che tutti eravamo affacciati alle finestre a vedere il mare che invadeva le strade, che irrompeva calmo ma inesorabile nei negozi e nei portoni delle abitazioni. Mia madre era preoccupatissima: come avrebbe fatto mio padre a tornare a casa? Era quello che si chiedevano le altri madri/mogli affacciate alle finestre.
Per me era uno spettacolo bellissimo, incredibilmente affascinante: avevo tanta paura dell’acqua (non sapevo e non so nuotare), ma non riuscivo a staccarmi dalla finestra (o dal piccolo terrazzino). Tutta quell’acqua, così calma, così ferma, senza un solo rifiuto galleggiante. E quel silenzio.
Alla fine mio padre riuscì a tornare, su una barchetta nera insieme ad altre persone, e avendoci visti mentre imboccava il Gran Viale ci salutava con la mano e agitava l’inutile ombrello, piccolissimo strumento di difesa contro l’immensa acqua.
Quanto sono stato contento, quel giorno, di rivedere mio papà tornare a casa in quel modo così buffo. Quante domande gli ho fatto quel giorno. E quanto mi manchi, oggi, papà.
Ciao papà
Marco
fabrizio centofanti said
bei ricordi, Marco, un’aria da favola.
grazie di cuore e un abbraccio.
fabrizio