Domande e risposte
Posted by eziotarantino on October 25, 2009
Esclusa – quantomeno per ragioni dialettiche – una propensione alla schizofrenia culturale e/o intellettuale, mi chiedo quali altre ragioni ci possano essere per provare piacere, puro piacere della mente e dello spirito, nello stesso giorno, nelle stesse ore, da opere che più diverse non si può, le quali, per una ragione che ora sto per dire, hanno una parentela stretta. Sto parlando di Whatever works (Basta che funzioni) di Woody Allen e di Gilead di Marilynne Robinson.
Il film di Woody Allen mette in scena un vecchio trombone (non tanto vecchio) ateista, disilluso, cinico e ironico (e discretamente miracolato dal destino che lo salva da un paio di tentativi di suicidio e soprattutto gli regala l’incontro con una deliziosa ragazza, molto più giovane di lui che lo ama al punto da sposarlo). Il libro della Robinson (vincitore del Premio Pulitzer di qualche anno fa, un libro a mio parere discontinuo, molto classico, ma denso, specie nella straordinaria parte centrale, di consolanti e poetiche considerazioni sulla fede che rincuorano e fanno riflettere) ha come protagonista un anziano pastore protestante che, malato e ormai prossimo a morire, scrive un diario che lascerà come testamento esistenziale al figlio di sette anni (avuto in età molto avanzata da una giovane donna – dunque in entrambe le storie c’è una coppia dalla grande differenza di età. Questa è una seconda coincidenza, non la vera sostanza della parentela di cui dicevo sopra).
Nel film di Woody Allen, Dio è un problema esistenziale tenuto a bada con battute divertenti e risolto con una serie di svolte narrative che indicano la strada della perdizione come la sola possibile per raggiungere un certo grado di felicità terrena (non immune da un certo grado di disperazione, ma questa, si sa, è la vita).
Invece nel libro Dio è Dio, verrebbe di dire. Un Dio misericordioso e buono, di cui non c’è da aver paura. Un Dio, quindi, restituito alla sua natura originaria e identitaria. Il Dio di Gilead è una casa accogliente e non giudicante.
Chiunque abbia potuto fare nella propria vita una scelta irreversibile, eppur tuttavia non si barrichi dietro la propria trincea, non può non confrontarsi con tutte le contraddizioni che il mondo mette in scena, non in opposizione al dio, ma mettendosi come di traverso, con lo stesso grado di mistero di cui è fatta la natura divina di tutte le cose e dell’uomo innanzi tutto. Questo è ciò che – a dispetto di una vulgata a disposizione di chiunque, fin dalla tenera età (“ci ha fatto a sua immagine e somiglianza) – non viene spiegato mai, o quasi mai, nelle sue conseguenze, anche pratiche, concernenti la vita di ogni giorno. Se io sono Dio, io sono degno di esser amato, da me e da tutti, e sono capace di amare me e tutti.
Sembra facile.
Ma questa scoperta è proprio ciò che, io credo, getta nel panico chiunque abbia fede e forza – e la fortuna – di crederci veramente.
E uno dei principali motivi di questa paura della propria divinità sta, io credo, nella osservazione quotidiana, costante, vissuta sulla propria e sulla pelle dei propri amici, della contraddittorietà della natura umana, della sua mite, svagata debolezza, del suo non incontrarsi nei princìpi ma negli errori, nel desiderio di fuga e di ritorno, di sprezzo del proprio destino, e di ringraziamento.
E veniamo a Woody Allen.
Il suo film racconta proprio non la dissacrazione, ma, vista in positivo, l’accettazione della vita così com’è, la presa d’atto che l’amore è la capacità che tutti dovremmo avere, credenti o no, di lottare prima di tutto, per mezzo degli altri, per l’autoaffermazione, per la scoperta della propria strada, per la cura dei propri sentimenti. E’ un messaggio di ottimismo per chiunque cerchi consolazione dal proprio destino, e non vivere in guerra con esso.
Se si vuole, si può dire che mentre l’ateo coltiva dei valori, il credente è. Ma questa è una differente prospettiva da cui si osserva lo stesso panorama. Infatti questi valori coincidono molto spesso con la natura divina che il credente ha la fortuna di riconoscersi cucita addosso, e questo, se da una parte, può provocare una difficoltà, dall’altra consola: perché gli concede di vedere condivisa la propria strada con una bella fetta di umanità.
In pratica il film di Woody Allen fa una domanda, e il libro della Robinson dà la risposta. Il vecchio pastore protestante risponde efficacemente al dissacrante Boris Yellnikov di Whatever works. E la risposta è semplice. Di fronte alla allegra accettazione della stranezze della vita non c’è alcuna replica e nessuna risposta, se non la vita stessa.
In uno dei brani più intensi, il vecchio pastore si trova davanti il problema dell’incredulità, dello scetticismo, incarnato nel giovane, scapestrato figlio di un suo vecchio “collega”, da cui è, volente o no, messo in crisi, per il suo radicale e provocatorio rifiuto della fede. Ma la sua risposta è chiara e forte: cercare di spiegare le prove dell’esistenza di Dio è inutile: “Vogliono che io difenda la religione, vogliono che io dia loro ‘prove’. Io mi rifiuto. Non farei altro che rafforzare il loro scetticismo. Perché non si può dire nessuna verità su Dio da una posizione difensiva.” Oltretutto sarebbe come voler costruire una scala per arrivare sulla luna: “sembra possibile finché non ti fermi a considerare la natura del problema”: insomma la ragione non è lo strumento più adatto, visto che il concetto che vuoi spiegare, utilizzandola, la prescinde.
Perciò alla fine Boris Yellnikov non interpella il credente, non demolisce (né ha intenzione di farlo, logicamente) le sue convinzioni. E così può divertirsi di fronte alla sua insoddisfatta ricerca di qualcosa, di fronte al miracolo dell’amore declinato nelle sue varie forme naturali (passione, mistero, abbandono, tradimento, lucida follia), di fronte alla disperazione di un suicidio e alla salvezza nella gioia dei sensi.
Perché ciò da cui Boris, e gli altri personaggi del film, sono in fuga, non è la loro natura divina, ma una cattiva, pessima, grottesca (quanto reale, e frequente) interpretazione della religiosità. Da cui è davvero salutare e opportuno tenersi lontani.
L’accettazione consapevole della bizzarria del destino accomuna il pastore di Gilead, e il pervicace senzadio di Woody Allen. Su mondi paralleli ognuno pratica legittimamente la propria ricerca della felicità.
Con Woody Allen, si ride di più. Ma questo è un dettaglio (anche perché non ci sono più monaci che cospargono di veleno le pagine del Secondo libro della Poetica. Per fortuna).















roberto bugliani said
E’ da una profonda saggezza esistenziale che il fim di Allen trae la linfa che lo rende (a mio avviso) un capolavoro. E’ questa saggezza è una saggezza del disincanto. A parte l’alto quoziente autobiografico che c’è nel film di Allen (la consapevolezza e l’isolamento dato dalla genialità, la moglie giovane ecc.), lo sguardo che il fisico Boris getta sulla società in cui vive e sul mondo è uno sguardo pessimista, scettico e al limite del cinismo, e con splendide battute al vetriolo. Inoltre l’escamotage di Boris di parlare alla telecamera, rivolto allo spettatore, è un raffinato esempio di come in un film “commerciale” si possano adottare tecniche di straniamento senza per questo esser costretti a fare un film “d’avanguardia”. E se “Whatever works” è il leit-motiv del film, che trova il suo coronamento nel finale che vede i personaggi riuniti insieme per una occasione festiva, accettare l’esistenza così come viene è possibile solo dopo il rovesciamento di certa morale bigotta e retriva (impersonata all’inizio dai genitori della giovane moglie di Boris) o il riconoscimento, sia pur tardivo, della natura di ciascuno, a lungo rimossa (l’indole omosessuale del padre della ragazza). Si ride molto, nel film di Allen, e mai superficialmente, ma a ragion veduta. è il caso di dire. Sarà poi perché, anziché il libro della Robinson, il giorno dopo ho visto il film di Tarantino, che ho apprezzato ancor più il film di Allen, dove una conoscenza dell’uomo, della storia e del mondo c’è.
elio said
Articolo molto bello. Entrando nella finzione proposta (nei limiti degli elementi a disposizione) quello che mi convince poco è la celebrabilità dello “sguardo pessimista, scettico e al limite del cinismo” di chi comunque riesce a trarre personalmente il massimo dalla situazione che critica. Insomma un “si soffre bene in questa valle di lacrime” che è comprensibile, anche simpatico, ma non mi commuove.
ezio said
Roberto, hai fatto bene a “rilanciare” sul film di Allen, su cui non mi sono addentrato come avrebbe meritato, perché non volevo, in questa, sede, farne la “recensione”. Anche io l’ho trovato davvero un film importante, proprio per tutti quegli elementi che hai individuato.
Elio, grazie del complimento. A me la “bella sofferenza” nella nostra valle di lacrime, mi colpisce, mi spiazza, mi attira. Cerco di non condividerla a livello di scelte esistenziali, ma è una debolezza che, temo, coincide con la vita stessa.
Ezio