Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Arthur Rimbaud, Charleville, 20 ottobre 1854, Marsiglia, 10 novembre 1891
oggi compie 155 anni
di René Char
Con Rimbaud la poesia ha cessato di essere un genere letterario, una competizione. Prima di lui, Eraclito e un pittore, Georges de La Tour, avevano costruito e mostrato quale Casa tra tutte l’uomo doveva abitare: dimora per l’ispirazione e nello stesso tempo per la meditazione. Baudelaire è il genio più umano di tutta la civiltà cristiana. Il suo canto incarna quest’ultima nella sua coscienza, nella sua gloria, nel suo rimorso, nella sua maledizione, nell’istante della sua decollazione, della sua detestazione, della sua apocalissi. “ I poeti, scrive Holderlin, si rivelano per la maggior parte all’inizio e alla fine di un’era. E’ con i canti che i popoli lasciano il cielo della loro infanzia per entrare nella vita attiva, nel regno della civiltà. E’ con i canti che ritornano alla vita primitiva. L’arte è la transizione dalla natura alla civiltà, e dalla civiltà alla natura”.
Rimbaud è il primo poeta di una civiltà non ancora apparsa, civiltà i cui orizzonti e le cui pareti non sono che paglie furiose. Per parafrasare Maurice Blanchot, ecco un’esperienza della totalità, fondata nel futuro, espiata nel presente, che non ha altra autorità se non la sua. Ma se sapessi che cos’è Rimbaud per me, saprei cos’è la poesia davanti a me, e non dovrei più scriverla…
Credo sia il fondo: impossibile scendere più in basso. La politica italiana attratta irresistibilmente da un calzino. Un tempo era diverso. Forse peggio, ma diverso. C’era il tg in bianco e nero, una garanzia di serietà, se non di verità. Oggi la speaker ti fa l’occhiolino mentre il seno scalpita tra un lembo e l’altro della camicia griffata. Dicono che il 2012 sarà l’anno di una rovina immensa, una catastrofe planetaria che cambierà la faccia del pianeta. Previsioni patetiche: il mondo è già cambiato, questo ci resta di cotanta speme: due cosce e un seno rifatti, la spiritualità del silicone. La civiltà millenaria dell’ Europa concentrata in una sintesi mirabile: un calzino turchese. Speriamo che non puzzi.
Alcuni ritengono che gli aggettivi suo e proprio si possono adoperare indifferentemente perché sono sinonimi. Non è proprio cosí.
Suo e proprio, è bene chiarirlo, sono sinonimi solo in alcuni casi: Giovanni conferma le sue/le proprie idee, ha messo a profitto la sua/ la propria capacità comunicativa; a volte si rafforzano a vicenda: Goffredo ha scritto la lettera di sua propria mano. L’uso di proprio, in particolare, è obbligatorio – secondo la legge grammaticale – nelle costruzioni impersonali: occorre difendere i propri convincimenti; è preferibile a suo, invece, quando il soggetto della frase è un pronome indefinito e in frasi che altrimenti potrebbero originare fraintendimenti di senso (e in casi del genere ‘proprio’ si riferisce al soggetto): ognuno può manifestare il proprio pensiero; Luca ha dato un passaggio a Giuseppe con la propria automobile (l’uso di “sua” potrebbe generare ambiguità, cioè equivoci, sul proprietario dell’automobile). Leggi il seguito di questo post »
Questa puntata di vivalascuola è curata da Nadia Agustoni, che ringrazio per questo contributo prezioso e molto istruttivo. Intanto la scuola si prepara allo sciopero del 23 ottobre contro i tagli all’istruzione.
Premessa. Il razzismo si è appreso e si può disimparare
di Nadia Agustoni
Nel 1997 per Einaudi uscì La pelle giusta (1) di Paola Tabet. Il libro è il risultato di una ricerca fatta nelle scuole elementari e medie di tutto il territorio italiano “sul pensiero razzista tra i ragazzi” (2). Il documento che ne è risultato ci ha edotti su una mentalità che, a dodici anni di distanza, molti italiani/e, adulti e ragazzi, palesano senza vergogna. Le leggi sulla “sicurezza” hanno alle spalle un contesto di paura e ignoranza che l’antropologa Paola Tabet riuscì a indicare già allora Leggi il seguito di questo post »
Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fineStoria contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporaneaquesta mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)
Una vicenda esemplare tra musica, amore e politica. Achille Maccapani, Confessioni di un eviratocantore, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2009
«Aborro in su la scena, / Un canoro elefante / Che si trascina a pena / Sule adipose piante, / E manda per gran voce / Di bocca un fil di voce // […] Ella femminea gola / Ti diede, onde soave / L’aere se ne vola / Or acuto ora grave; / E donò forza ad esso / Di rapirti a te stesso» – scrive Giuseppe Parini una delle sue composizioni più famose, La musica.
Ma Luigi Marchesi, il protagonista di questo solido ed accurato romanzo di Achille Maccapani, non è né castrato né “evirato” (come lo definirà Ugo Foscolo con il quale si accapiglierà brutalmente per il problematico possesso di Antonietta Fagnani Arese, pur sempre “risanata” e amante di entrambi ma certo non fedele a nessuno dei due). Il cantore era perfettamente in grado di avere rapporti sessuali (e la sua abilità era diventata leggendaria!) ma non poteva procreare per effetto dell’operazione cui si era sottoposto da adolescente, prima del temuto sviluppo sessuale che gli avrebbe fatto perdere la sua voce argentina da “sopranista”. Infatti, dove le donne non avevano libero accesso e non potevano cantare (in chiesa soprattutto – seguendo l’interpretazione assai restrittiva di un passo di San Paolo al riguardo) lo facevano uomini “travestiti” con voce musicalmente adatta al ruolo di soprano. Luigi Marchesi è stata una delle “voci sovrane” in questo campo, probabilmente dopo il supremo Farinelli.
Il premio Nobel per la Pace è stato assegnato quest’anno a Barack Obama, presidente degli Usa. La notizia è sembrata sorprendente a molti, che si sono domandati per quale motivo un riconoscimento così prestigioso sia stato assegnato a un personaggio salito alla ribalta internazionale soltanto da pochi mesi, e che per questo motivo ha avuto finora soltanto il tempo di fare tante promesse senza avere la possibilità materiale di concretizzarle. Lo stesso Obama, in una nota rilasciata dopo aver ricevuto il premio, si è detto «sorpreso e stupito» di essere stato accomunato alle personalità di assoluta qualità che hanno ricevuto il Nobel in passato.
Geir Lundestad, segretario del Comitato per l’assegnazione del Nobel per la Pace, ha fornito la sua spiegazione: «Vogliamo sottolineare che Obama ha già portato dei cambiamenti significativi».
Ed è proprio qui il senso di questo evento. Il mondo si stava abituando a una situazione di negatività e contrapposizione, mentre il presidente Usa ha mostrato un orizzonte luminoso. Leggi il seguito di questo post »
C’è un modo semplice per risolvere i problemi: sparare un colpo in testa all’avversario. Meglio se l’operazione non coinvolge terzi: un gesto pulito sgombra il campo all’istante, o in qualche minuto di agonia. Certo, occorre una preparazione, il rischio di essere scoperti, di farsi cogliere in flagrante prima dell’azione. Ma di fronte alla prospettiva di non avere ostacoli, di rimanere soli, sul terreno, tutto sfuma e svanisce. E’ vincente pensarla così. Semplifica la vita. Accelera i tempi. Solo un dubbio potrebbe affacciarsi in questo quadro senza ombre, un dettaglio fastidioso, potenzialmente invadente, inammissibile: l’altro.
Napoli, 22 ottobre ore 20
Libreria Treves, Piazza Plebiscito
il Centro di poesia, l’Accademia Palasciana, la Libreria Treves
presentano
DONNE SULL’ORLO DELL’ORACOLO :
la lingua tra mito e storia
“Notizie dalla Pizia”
di Viola Amarelli
(edizioni LietoColle, 2009)
Introduzione di Antonio Cuccurullo
Guida magistralis, letture e impossibili silenzi di Marco Palasciano
“In un poemetto polifonico le voci delle sacerdotesse indagano l’intreccio tra sacro e
profano, sapere e potere, alternando toni ironici a timbri sapienziali in uno splendente
corpo a corpo tra mito, storia e lingua: una Spoon River dove si affaccia Marziale”
Was ich tue, ist schlecht getan,
was ich singe, ist schlecht gesungen,
darum hast Du ein Recht
auf meine Hände
und auf meine Stimme.
Ich werde arbeiten nach meinen Kräften.
Ich verspreche Dir die Ernte.
Ich werde singen den Gesang der untergegangenen Völker.
Ich werde mein Volk singen.
Ich werde lieben.
Auch die Verbrecher!
Mit den Verbrechern und mit den Unbeschützten
werde ich eine neue Heimat gründen -
Trotzdem ist, was ich tue, schlecht getan,
was ich singe, schlecht gesungen.
Darum hast du ein Recht
auf meine Hände
und auf meine Stimme. Leggi il seguito di questo post »
“Potete bere il calice che io bevo?”, chiede Gesù ai discepoli che ambiscono i posti migliori nel regno che verrà. Il calice, nel primo testamento, è l’ira di Dio incombente sull’empio, costretto a berlo sino alla feccia. Curioso che la stessa sorte spetti al Cristo, quanto di più alieno vi sia dall’empietà. C’è una sola spiegazione: il nazareno aderisce alla condizione umana fino al grado massimo di lontananza, accetta di mettersi nei panni del peggiore, paga il fio di malefatte altrui, ne condivide l’angoscia fino all’ultimo. Noi siamo bravi e buoni, ma arrivati al limite facciamo un passo indietro, il povero, il disperato li lasciamo là, e torniamo a casa. L’abisso si spalanca: siamo in salvo, al riparo, sotto un tetto accogliente. Peccato che il regno sia dall’altra parte, il calice dell’alleanza sia servito altrove, in un locale malfamato, una lurida panchina, un portico esposto al vento gelido.
Nel settembre del 1973 il colpo militare pose fine al regime democratico in Cile. Salvator Allende si tolse la vita e il generale Pinochet diede il via ad uno dei più feroci regimi totalitari. Nel 1990 Pinochet si ritirò a vita privata, ma l’intera società cilena è ancora nelle mani dei torturatori. Purtroppo bisognerà attendere l’elezione di Micelle Bechelet, nel 2006, per iniziare a sperare nella rinascita di una società civile dove le leggi garantiscono la sicurezza dei cittadini.
Dopo se tirèua sù riènt la muràja
de la zità in tòl gniènt liziér de l’aria
tiènera de maj – l’arzent atòr dei aulìu
impizà – e com chèla pièra inzalida
ficiàda in tòl mur chèlis tòue
paràulis de drènto mai fauelàdis.
Se zièua uiàrs el mar. Clar el claméua
de lontam, im fond del troz blank,
la nauàda luèngia dei àrboi im flor.
L’àga duta la impegnèua chèl tièmp.
(poesia in tergestino) Leggi il seguito di questo post »
Mi hanno insegnato fede, speranza e carità. Fatico, a volte, a collegarle con il mondo. La fiducia è svanita: si vive a colpi di scoop, chiunque può tradirti, registrarti, denunciare. Il risvolto è fare e dire come si fosse in piazza, votati a una trasparenza obbligatoria: apprezzabile, ma non virtuosa, perché senza libertà non c’è virtù. Sperare è da folli, sapendo che i meccanismi ben oliati della politica mondiale vanno compatti verso la distruzione del pianeta a vantaggio dei soliti noti. Amare è il verbo dei romanzi rosa e di una televisione commerciale abietta nella sua volgarità. Tre sono le cose che rimangono, dice Paolo di Tarso nella prima lettera ai Corinzi. La domanda è: dove? C’è ancora qualcuno che raccoglie un testimone così scomodo? Quale spartito abbiamo perso nel disordine del mondo?
È un lottatore, ti guarda fisso negli occhi e ti rendi conto che sa benissimo come combattere ogni giorno violenze, intimidazioni, pestaggi, uccisioni: «Le mafie sono un problema mondiale», dice Marcelo Freixo, poco più che quarantenne deputato dello Stato di Rio de Janeiro, da anni difensore dei poveri nelle favelas della metropoli brasiliana. Freixo, dal 2008 presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla diffusione delle «milicias» – i gruppi criminali paramilitari che controllano e spadroneggiano in vaste aree della città – vive sotto scorta. Nel maggio di quest’anno è stato scoperto un piano per assassinare lui e un suo collaboratore, per loro Amnesty International ha chiesto un’urgente azione internazionale.
Il suo viaggio nei parlamenti europei (Spagna, Germania, Francia, Olanda) e per la prima volta in Italia, dove pochi giorni fa ha parlato alla commissione Esteri della Camera (a Torino è ospite di Cinemambiente) è dunque l’occasione per una forte denuncia, ma anche un modo per alleggerire almeno per qualche ora l’enorme tensione provocata dai risultati della sua inchiesta: Leggi il seguito di questo post »
Il personaggio – dichiara Girolamo Li Causi, nello stralcio di una lettera del 1971 pubblicato a Palermo nel Febbraio 1988 sul numero ZERO del rinato PO’ T’Ù CUNTU – mi è vivissimo anche in questo momento a distanza di quasi sessant’anni: minuto, vestito di nero, la cravatta alla La Valière, colorito bruno, aria greve quasi di mestizia; lui già anziano e io giovanotto. Rimane in me forte l’impressione di una figura integerrima moralmente e politicamente, universalmente stimata, e quindi degna di essere rievocata e restituita alla storia. Leggi il seguito di questo post »
La storia lega indissolubilmente città e democrazia. Non è un caso che “polis” sia il nome della città primigenia e che l’”agorà”, il luogo della dibattito e della decisione, fosse il suo centro. Non a caso Carlo Cattaneo definiva “non città”, ma “pompose Babilonie” gli insediamenti delle tirannidi asiatiche. Non a caso il grande risveglio che ha ingioiellato di città storiche tutte le nostre regioni è associato alla lotta per l’autonomia dei “borghi” dai domini dei Signori. E non a caso la responsabilità della pianificazione urbanistica è nelle mani delle istituzioni della Repubblica. Leggi il seguito di questo post »
Darei il Nobel per la pace ai poveri che non prendono le armi. A chi non ha da mangiare e muore in silenzio, nell’indifferenza generale. Che l’Accademia scelga tra i fantasmi nascosti negli angoli oscuri della storia, tra le voci che vorrebbero urlare e invece osservano mute la mano del passante. Rabbrividisco pensando alla consegna del premio prestigioso: mi tornano alla mente le mani tese dei mendicanti della terra, le richieste timide, querule, aggressive, la voce potente della fame che scardina il mondo dalle fondamenta. Nessuno se ne accorge, distratto dal rumore dell’aspirapolvere, del phon, del forno a microonde. Dal rumore assordante del potere armato del denaro.
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
La nostalgia del verso e la sua necessaria dolcezza. Gabriella Sica, Le lacrime delle cose, con una postfazione di Paolo Lagazzi, Bergamo, Moretti & Vitali, 2009
E’ difficile collocare ancora una volta la poesia intimamente lirica ma, contemporaneamente, apertamente pubblica di Gabriella Sica. Partita dalle prime poesie apparse sulla rivista romana da lei stessa diretta, “Prato pagano”, proprio all’inizio degli anni Ottanta, passata attraverso le Poesie bambine (1997) e le Poesie familiari più recenti (2001), si ritrova in una dimensione, quella di Le lacrime delle cose, in cui all’impegno civile e alla resa di conti con la Storia si appoggia una rivisitazione nostalgica e gioiosa del suo passato.
Se, in una delle Poesie familiari, veniva espresso il poetico desiderio di attendere un momento della vita in cui “verrà un giorno da questo diverso, / quando nessuno sarà separato / da chi ama”, in Lelacrime delle cose quell’aspirazione viene considerata impossibile e, nello stesso tempo, rinvenuta nelle cose stesse della vita di ognuno (e, in particolare, della propria).