Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
È stato subito dopo la predica di don Alfiero sullo stilita siriano, che lui indicava come modello di vita, che ho deciso di mollare gli incontri settimanali in parrocchia a due passi da casa mia sulla Salaria e frequentare il corso della Regola vicino piazza Vittorio.
“Certo ci metto una vita ad arrivarci” ho pensato, mentre mi iscrivevo, ma l’idea di entrare nel cuore di Roma una volta a settimana e gli occhi della segretaria mi hanno convinto subito.
Si tratta di seminari collettivi in cui si segue una Regola.
Avrei molto da ridire su consacrati tagliati per ben altro, ministri che non trovano il tempo per il minimo impegno pastorale, catechiste pronte a difendere le false vittime di turno. Avrei da scomunicare e denunciare, ma sarebbe vano. La catena del male va arrestata, anche a costo di restare schiacciati da un meccanismo mostruoso d’ingiustizia, arrivando a dubitare di qualsiasi verità. Qualcuno vede. Potrei dire: prende nota, fa pagare lacrima per lacrima, ulcera per ulcera. Ma forse neanche questo è esatto: lo sguardo cui non sfugge nulla è sempre in attesa di una svolta, di un’improvvisa, magari tardiva compassione.
Ho lettoNel nome del padre in un giorno e mezzo, perché ho dovuto fare le pause per mangiare dormire eccetera. Ma in verità non si smette facilmente. Perché il Biondillo autore di noir non si smentisce del tutto, la suspense anche in questo libro è ben presente e rende più frizzante il piacere della lettura.
È un romanzo dedicato ai padri separati, e fors’anche a quelli che meditano di separarsi.
Comincia con la vigilia di Natale e finisce con la stessa vigilia di Natale, e in mezzo si dispiega una storia con degli accurati avanti e indietro temporali che vogliono fare arrivare il lettore a capire finalmente del tutto che cosa esattamente sia successo proprio in quella vigilia di Natale, che vede Luca, il protagonista-padre disperato passare attraverso una successione di emozioni che ne rovesciano la vita.
Gianni Biondillo scrive con mano sicura, conosce ormai i suoi lettori, si concede e si trattiene con la misura che ha imparato dopo una decina di volumi pubblicati. I dialoghi sono svelti, realistici, hanno il sapore dell’immediatezza domestica. Leggi il seguito di questo post »
Che bella sorpresa: Gesù è tornato, è venuto a vedere come procedono le cose. Deve adattarsi alle tecnologie, ai ritmi inediti, al tempo concentrato di comunicazioni e spostamenti rapidissimi. Ha un vestito sobrio, l’espressione calma, un sorriso facile ad aprirsi. Fa il volontario in una parrocchia di periferia, alla mensa dei poveri, coi quali si ferma a chiacchierare. Parla di felicità, sa che per loro è una cosa naturale, sebbene nessuno se ne accorga. Avverte la nostalgia di Dio, ma quando incontra quelle barbe ispide, gli abiti logori, la pelle secca, si sente finalmente a casa. Gli chiedono perché abbia tardato tanto a ritornare, lasciando che le tracce delle sue parole si perdessero nel rigore dei canoni e la pesantezza delle istituzioni. Lui li guarda, sorride: “Il regno di Dio ha questo di bello: quando arriva, è come se ci fosse sempre stato”.
Se si dovesse pensare a un unico cardine su cui far ruotare quella frenesia plurima che è l’inventiva linguistica di Jolanda Insana, credo che l’ossimoro possa essere annoverato come costante di una sorta di moto perpetuo che ne caratterizza l’intima sfrenatezza. L’ossimoro è una figura retorica che consiste nell’accostamento di due termini in forte antitesi tra loro. A differenza della figura retorica dell’antitesi, i due termini sono spesso incompatibili. Si tratta di una combinazione scelta deliberatamente o comunque significativa, tale da creare un originale contrasto, ottenendo spesso sorprendenti effetti stilistici (wikipedia). E’ Jolanda stessa a svelarne apertamente la meccanica, definendo la sua scrittura “libertà, spudoratezze e coprolalie, in funzione di mascheramento protettivo, per troppo pudore del sentimento, per troppa tenerezza” (1). Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da robertorossitesta su ottobre 13, 2009
Di ritorno dal grande specialista l’uomo si lasciò cadere al tavolo affranto. Il luminare gli aveva confermato che i suoi polmoni erano in uno stato pressoché terminale, e che solo un trattamento ancora in sperimentazione lasciava almeno un barlume di speranza. Ma per essere inseriti in quel programma, non sostenuto dal servizio pubblico, occorreva accollarsi costi diretti e indiretti notevolissimi. Aveva lui la cifra necessaria al tentativo di salvarsi la vita? No, maledizione, non l’aveva né l’avrebbe avuta mai. L’uomo fissava con odio ahilui tardivo il pesante portacenere di cristallo che aveva davanti, ancora colmo di mozziconi; poi a un tratto, in un raptus incontenibile, lo afferrò e lo scagliò giù dalla finestra semiaperta. Leggi il seguito di questo post »
Don Mario pensò, tanti anni fa, di costruire un centro per i giovani: la categoria più bistrattata per i fastidi che procura, il lavoro che richiede, l’incoscienza che necessariamente porta dentro, l’incerta educazione e mille altri ragionevoli motivi. Il prete pensò a uno spazio solo loro, un posto dal quale non potessero cacciarli, dove esprimersi con libertà, nel rispetto di ritmi e modi della loro crescita. Sono anni che chiediamo un riconoscimento giuridico, che ne garantirebbe l’esistenza anche dopo la mia morte (che non giudico lontana). Rien de rien. Prima di tirare le cuoia vorrei vedere realizzato questo sogno. Ma temo che morirò prima, molto prima che i giovani abbiano una voce, un semplice diritto a esistere.
“Sono cose che vorrei non aver sognato / E comunque cose che mi hanno segnato”: è il refrain che intercala i testi della seconda sezione – Interzone – del libro di poesia – Iperfetazioni (Zona, Arezzo, 2009) – del “materialista stoico” Marco Palladini. E i testi sono quelli etichettati dal titolo che li raccoglie sotto la denominazione di “SOGNO O SON TESTO?”.
Il refrain è un ritornello marcante, che, appunto come un ritorno, si ripete dopo una serie di flash acidosi, i quali, come tante retroazioni, riflettenti e giudicanti, sul recente passato o lo stesso presente di appartenenza, ritma questi stessi fulminei passaggi (azzeccati) e di sintesi scioccante e vera:
Tagli del personale, edifici fatiscenti, attrezzature che mancano, aule sovraffollate, incertezza delle norme: è la malascuola italiana. Tanto che con procedura inedita il Tar del Lazio commissaria il ministro Gelmini. Ma per non parlare solo di emergenze, vivalascuola è lieta di ospitare una proposta di tre persone di scuola, Adriana Agostinucci, Daniela Bertocchi e Franca Quartapelle: è un’occasione per discutere della “scuola che vorremmo”.
Una proposta per una scuola rinnovata
di Adriana Agostinucci, Daniela Bertocchi e Franca Quartapelle
Come una biglia d’acciaio che va giù. Però con il miracolo che le impedisce di scendere attraverso l’esofago.
Gianni Biondillo, Nel nome del padre, Guanda 2009, pagg. 193, euro 14,50, è un romanzo perfetto in quanto ti fa male e bene in maniera compiuta, senza uno sbaglio.
Biondillo ci regala questa discesa dentro una vita comune, prima che la riforma investisse il codice civile e facesse dell’affidamento congiunto dei figli quella regola aurea che ha soppiantato l’affidamento ad un unico genitore.
Luca, assicuratore con il pallino della musica, a cui ha legato una perduta e bellissima giovinezza – uccisa in mano a tante e poi tante ragazze che i ricordi non ci sono manco più -, e Sonia, bella ragazza, un fiore tropicale e lussureggiante. Si conoscono, si amano, si fondono e nasce Alice, un miracolo di bambina. Leggi il seguito di questo post »
Il Carnaval al teatro greco di Taormina suonato da Ashkenazy, di sera, anzi di notte, con l’Etna sullo sfondo, con te al mio al fianco e tutta la vita che ci aspetta, la gioia che ti prende e non sai da dove viene, e vorresti gridarla, parlarne con quelli delle file avanti e dietro, gridare che quella musica è vicina, molto vicina al paradiso e che tutto è troppo bello per finire, che deve continuare, le dita sui tasti, l’Etna sullo sfondo, la gente che sogna, la vita che scopre per la prima volta di esserci davvero, l’applauso che scroscia appena lui si arresta e stacca le mani dallo Steinway.
Il paese è esposto a nord. È un paese di cattivo umore. Contadini costretti a zappare controvento. Due ore di cammino per arrivare a una “mezza cota” piena di pietre. Prima ancora era un esilio di pastori, dunque una terra di gente abituata a passare molto tempo in solitudine. Solitudine, malumore. Infine la scontentezza e la paura tipiche di questo tempo. Ai mali suoi il paese della cicuta ha aggiunto quelli degli altri, quelli della piccola borghesia urbana traslocata qui dagli stipendi: gli insegnanti, gli impiegati al Comune o all’ospedale. Alla durezza, all’ostilità di sempre, all’attitudine a scoraggiare e a scoraggiarsi, si è aggiunta l’ipocrisia, la stitichezza emotiva. Vivere in un posto del genere significa consegnarsi all’infelicità. Poi si può solo decidere come sfruttarla. Sfruttarla per scrivere o per incentivare l’infelicità degli altri. Sfruttarla per circuire con un robusto anello di noia la propria infelicità in modo da non sentirla. A ciascuno il suo. L’insieme delle scelte o delle non scelte costruisce un luogo che è insieme secco e viscido, aspro e melmoso. Non ci sono spiriti tiepidi, accasati in una vita operosa e tranquilla. Tutti sembrano affaccendati, chi a costruire un fallimento già costruito, chi a salire una cima che non c’è. Infatti il paese è in alto, ma non ci sono montagne. Leggi il seguito di questo post »
Tra poco arrivano. Ci sono macchie chiare, sapientemente dosate con zone contrapposte, di diverso colore. Il chiaroscuro è essenziale, in questi casi. Bisogna che la mente sia presa senz’accorgersene, una specie di trappola per topi. E i topi sono tanti, già pronti con l’acquolina in bocca, i baffi in perenne movimento. Sono lì che aspettano impazienti, la coda dell’occhio spia curiosa l’orizzonte dello schermo, perché questo è il tempo, è questione di ore, forse di minuti. Ora ci giungono per categorie, come se avessero a che fare col pensiero, la filosofia, come ci fosse qualcosa in comune con la materia grigia. La loro natura, invece, è una pesantezza invincibile, incollata al grado zero della vita: più in basso non c’è niente. Eppure miriadi di persone si mobilitano, sgomitano, sognano, per lo stesso, poco nobile motivo. Facciamo una mozione, supplichiamo insieme: risparmiateci.
Il duce è seduto alla scrivania del suo studio. Ormai è vecchio. Attende la visita di quel giorno con lo sguardo perso di chi ha appena terminato uno sforzo fisico. La sua figura ha conservato negli anni una strana solidità, si è solo avvizzita. Sembra un pupazzo di sughero. La calvizie e la nera cavità degli occhi accrescono questa impressione. Lui è adagiato dietro la grande scrivania in noce, ormai quasi sgombra di carte, appare come disteso dentro un imponente letto regale, nei giorni dell’estrema malattia. Eppure, anche lui ha vinto. Non solo la Germania.
E’ il 1972, in estate lui e il capo del nazismo festeggeranno a Monaco le Olimpiadi della Vittoria, il momento più alto di celebrazione del nuovo ordine che essi hanno creato. Le Olimpiadi dell’Eurasia sanciranno la Pace definitiva sul Continente, con la partecipazione dei vecchi nemici sconfitti, Inghilterra e Stati Uniti. Mussolini è stanco, ha compiuto 84 anni ed attende il suo ospite, fissando nel vuoto il miraggio di un’ultima illusione umana. “Come sta maestro?”, Mussolini saluta l’ospite con rispetto, tenta di sollevarsi dalla poltrona, dietro la scrivania, ma non ci riesce. Leggi il seguito di questo post »
Cosa fare, dunque? Quale ruolo giochiamo noi delle lettere, impotenti ad agire ufficialmente sulle realtà economiche e sociali, impossibilitati a raggiungere le leve del potere, capaci di plasmare non le grandi forme della vita del paese, ma solo le realtà impalpabili e sfuggenti che chiamiamo parole? La risposta è già stata formulata da uno scrittore che nella seconda metà del novecento ha detto quasi tutto quel che c’era da dire, con parole non meno impalpabili e sfuggenti, ma destinate a lasciare il segno per sempre: Leggi il seguito di questo post »
C’è uno stridore – o un apparente stridore – che può colpire la pubblica opinione occidentale. A ricevere il Nobel per la Pace è quel Barack Obama che pochi giorni fa non ha voluto incontrare un altro Nobel per la Pace, il Dalai Lama, in visita a Washinghton. Che invece si è visto con Nancy Pelosi, deocratica, figura comunque di prestigio dell’estabilishment obamiano.
INCONTRO A DICEMBRE Sembra una beffa. In realtà, si sa, Barack Obama ha posposto il faccia a faccia con il leader tibetano a dicembre, dopo la visita che il presidente compirà in Cina dal 15 al 18 novembre prossimi. Gli incontri fra i leader dell’Occidente libero e il Dalai Lama hanno un che di rituale, ma nella scelta di Obama sembra leggersi in controluce un preciso disegno, un’accortezza che sembra rispecchiare le motivazioni del Nobel: la capacità di dare un’accelerazione innovativa alle pratiche della diplomazia. Leggi il seguito di questo post »