Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Non dissipare il cerchio del vapore
che lentamente disegna intorno a te
un bersaglio, non preservare le prove
non aspettare che il fiore cada
dai capelli, che il miscuglio di tenerezza
e ostentazione avvampi sul ciglio del tuo volto. Leggi il seguito di questo post »
L’aria è fresca ai 2.000 metri di Cima Marta, ed il Caporale Antonio Lanteri, di Briga, guarda il cielo stellato di inizio estate, disteso nella buca che il Tenente chiama pomposamente “avamposto”.
“Domani sarà una bella giornata di sole”, pensa Antonio, “se il Tenente è di buon umore mi faccio mandare in pattugliamento. Voglio arrivare fin giù, al torrente, dove andavo per anguille con nonno Tugnin.”.
Alle quattro di notte arriva il cambio e, tornato in camerata, si butta sulla branda, bello vestito, pensando alle sguscianti anguille, alle piccole ma combattive trote fario, che prendeva con le mani, cingendo i levigati massi del fondo del laghetto…
E’ l’alba del 10 di giugno del 1940, il tempo è splendido, il sole inizia ad asciugare l’erba bagnata dei pascoli di Marta. Il Tenente sta sorseggiando il caffé, e offre un po’ di cioccolata (tutto rigorosamente autarchico) ai suoi soldati, scherzando, in dialetto, con il cuoco. Leggi il seguito di questo post »
Le storie di Raul Montanari sono congegni raffinati, esperti, molto prossimi alla perfezione. Non è una novità, del resto: dopo nove romanzi pubblicati e una quantità impressionante di racconti sparsi fra riviste, quotidiani, antologie, e ovviamente raccolte in volume (Un bacio al mondo e È di moda la morte) l’abilità affabulatrice nell’intessere trame degne di questo nome animandole con personaggi quasi sempre memorabili sembra ormai un dato di fatto incontestabile (e, c’è da sospettarlo, incontrovertibile) se ci riferiamo a uno degli attuali maestri del noir italiano. Leggi il seguito di questo post »
davvero ci vuole quello che io non ho, ci vuole pelo sullo stomaco [ho solo l’esofago a fiamma e più di un’ulcera e no!, lo so che non bastano]. Il problema è che non lo voglio. Non più. È sempre una questione di pelo. E nugoli di discussioni/dibattiti «De Videocracy» [hanno scoperto che tettEculi muovono marEmonti? Complimentoni! Non ce ne eravamo maimai accorti!] e cercare di muovere passi senza prostituire né corpo né credo – sapevo, l’ho sempre saputo, non sarebbe stata impresa facile… E sì che tu [me] lo canti da sempre: «le regole sono così / è la vita! ed è ora che CRESCI! / devi prenderla così… ». E sì che ti re-cito da sempre: «Sì, stupendo! Mi viene il vomito!». Leggi il seguito di questo post »
Inattesa la decisione del Nobel per la letteratura di quest’anno. E’ stata premiata la scrittrice e poetessa
Herta Muller, nata e cresciuta in Romania – dove si è anche laureata, a Timisoara -, ma trasferitasi in Germania più di vent’anni fa con il marito (lo scrittore Richard Wagner). Ha pubblicato il suo primo libro nel 1982, ma è stata colpita dalla censura del regime comunista rumeno di Nicolae Ceauşescu, con il quale ha rifiutato di collaborare.
Questa la motivazione dell’assegnazione da parte dell’Accademia di Svezia: «Con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa ha rappresentato il mondo dei diseredati». Tema di grande spessore, nell’orizzonte di una realtà poco conosciuta, come altre analoghe dell’Est europeo. Una designazione inaspettata, dunque, anche se in America era sta indicata come favorita. Tra i candidati c’erano Amos Oz e Philip Roth, ma il premio è andato a un’autrice “minore”. Poco conosciuta in Italia, la sua ultima uscita, Il paese delle prugne verdi, del 2008, la si deve a un piccolo editore, Keller. In precedenza, erano stati pubblicati in italiano nel 1987 i racconti della raccolta Bassure (Editori Riuniti) e nel 1992 il romanzo breve In viaggio su una gamba sola (Marsilio). E’ confortante notare come le logiche connesse al massimo riconoscimento letterario mondiale non seguano necessariamente quelle del mercato. E che i valori umani che sottendono all’arte trovino, talvolta, un riconoscimento.
Nessuno è innocente. Partire da qui per fare il punto, sempre provvisorio. Da una parte, strappare la maschera a chi parla dalla cattedra di scriba e fariseo, svelare le intenzioni falsamente trasparenti; disarmare, dall’altra, l’avidità insaziabile di denaro e potere, la ricerca di un’immunità infinita. Immaginare un orizzonte in cui passo dopo passo si possano mettere sul tavolo le carte, senza più barare. Sputare sul nemico o vivere alla giornata cercando di arraffare il più possibile senza un progetto a lungo termine, che cambi radicalmente gli elementi in gioco, sono analoghe forme di suicidio. C’è un altro stile, un altro ritmo, un altro modo di ballare questa vita. Un tango rischioso e irresistibile.
Ultimo appuntamento con “Deragliate”: questo pezzo di Carmine Vitale pur essendo leggermente fuori tema ha preso in pieno la dolente femminile tonalità emotiva che sottende e ispira questo ciclo di racconti. Grazie per un contributo così speciale.
Litoranea di Carmine Vitale
Andata
Chilometro due
(una storia così)
Il cielo è pieno di nuvole gonfie di pioggia lontana sul mare, lungo la strada, un cane giace solitario in una netta striscia di sole. Si sente forte l’odore della morte mentre il giorno ruba spazio all’alba.
L’azzurro sbiadito diventa grigio nello specchio delle pozzanghere.
Ogni mattina, entrano come in una rotazione geometrica, nella mia vita piccole figure sfreccianti con i loro colori sgargianti, i ceppi ancora fumanti di una notte passata.
Nessuna di loro è in viaggio premio. Nessuna di loro ha pagato un biglietto o svenduto i propri sogni.
Sono semplicemente svaniti insieme. Leggi il seguito di questo post »
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
Siamo in attesa che arrivi il futuro… Antonino Contiliano, Tempo spaginato. Chi-asmo, Firenze, Polistampa, 2007
E’ indubbio che la poesia e il fantastico siano da sempre stati in stretta correlazione a partire dalle Lyrical Ballads di Wordsworth e Coleridge in poi. La poesia lirica attinge all’universo dell’immaginario più estremo per raccontare le vicende del presente di una soggettività linguistica messa in crisi dal suo stesso bisogno di esprimersi e di esporsi in tutte le sue contraddizioni.
Non sempre questo discorso ha avuto valore per la fantascienza e non molti testi poetici sono scaturiti dall’esplorazione del futuro (anche se prossimo venturo).
Il caso della scrittura poetica di Antonino Contiliano contenuta in questo libro è, allora, esemplare: i suoi versi, pur dedicati alla e proiettati verso la critica spietata del presente, sono tutti rivolti all’attesa del futuro che attende l’umanità e alla descrizione dell’intreccio che collega passato e avvenire in un chiasmo che li allaccia e li riconnette alle pur vistose aberrazioni della realtà vigente.
(articolo già apparso su GQ del dicembre 2007 col titolo Sapessi com’è strano…; la versione inglese è disponibile su Words Without Borders)
Sette e trenta del mattino. Il cuore d’autunno è ancora lento. Io e Franco ci prepariamo in silenzio il lungo cammino. Controllo zaini: ci deve essere tutto – o solamente – quello che serve per la spedizione Milano. La giornata sarà lunga, oltre quaranta chilometri davanti ai piedi sono fuori ad aspettarci. L’ultimo attimo è dedicato a ciò che dobbiamo non avere: sul tavolo restano soldi, cellulare, mappe. Nel taccuino c’è un biglietto dell’ATM: l’unico legame con la civiltà urbana che dovrà ricondurci qui a fine cavalcata verso la vetta. Leggi il seguito di questo post »
Sabato 10 ottobre, la Casa della Poesia di Vercelli partecipa alla IV edizione del Festival Torino Poesia, che quest’anno gode del patrocinio del MiBAC (Ministero per i Beni Artistici e Culturali), con un evento a cura della poetessa Francesca Tini Brunozzi, fondatrice della Casa della Poesia e collaboratrice di Torino Poesia.
Si tratta dell’incontro dal titolo “iPop ultima generazione – Il podcasting radio-televisivo pop nella poesia italiana contemporanea”, una conversazione tra il sociologo, originario di Vercelli, Ugo Ceria e lo scrittore milanese Franz Krauspenhaar sull’immaginario pop – ossia ‘popular’- nella poesia italiana contemporanea, con particolare riguardo alla tradizione orale di testi canzone e di spot e jingle pubbilicitari.
Gli autori (entrambi in uscita con una raccolta di liriche per le Edizioni Torino Poesia) interverranno con esempi e letture dalle loro stesse liriche e si rapporteranno al tema del pop come fenomeno letterario, entrando nel vivo della propria esperienza professionale rispettivamente di pubblicitario (Ceria) e di critico-blogger (Krauspenhaar).
La conversazione, a cui prenderanno parte anche il giornalista Guido Michelone nello specifico della musica e dei mass-media, lo studioso Enrico Terrone nello specifico del cinema, e il poeta Tiziano Fratus (direttore artistico di Torino Poesia) sarà estesa anche al pubblico.
Per l’occasione, verranno presentati per la prima volta al pubblico le raccolte di poesia “Il cartografo” di Ugo Ceria (Edizioni Torino Poesia, 2009) e “Franzwolf” di Franz Krauspenhaar (Edizioni Torino Poesia, 2009).
L’appuntamento, a ingresso libero, è per sabato 10 ottobre alle ore 17 nella nuova sede della Casa della Poesia presso Santa Chiara, in corso Libertà 300 a Vercelli. Leggi il seguito di questo post »
Fandango Libri ha appena pubblicato il primo volume delle interviste della rivista Paris Review, che dal 1953 interroga i più importanti autori sul mestiere di scrivere: «a oggi vanta più di trecento interviste fra le quali sono state selezionate quelle presenti in questo volume». (pag.9)
Questa rivista da decenni tenta di ricavare dalla riflessione sui fatti letterari e artistici le coordinate essenziali di un discorso culturale più ampio. Ogni intervista di Paris Review è frutto della stretta collaborazione fra scrittore e intervistatore. Spesso gli scrittori hanno rielaborato le bozze dell’intervista, lavorando di lima fino all’ultimo.
Tutti si chiedono quali siano le ragioni autentiche. Cosa ci sia dietro le manovre di attacco e di difesa, in margine a privilegi e garanzie. Siamo in attesa di un responso che dovrebbe decidere il presente, dare un’idea del futuro che ci aspetta. Ma resta un dubbio insuperabile: quali sono le vere forze in campo, chi sarebbe il vincitore in caso di bocciatura o approvazione? Che c’entra questo con la gente che dispera di giungere alla fine del mese con quello che guadagna? Tutto fa pensare a una guerra tra ricchi, all’ultimo duello fra potenti che hanno deciso di distruggersi a vicenda a colpi di giornali e di Tv. C’era una volta una città, di nome Meghiddo, venti volte rasa al suolo e venti volte risorta. Arroccata su un colle – in ebraico ar -, divenne l’emblema degli scontri finali, di tutte le battaglie decisive. Come questa.
Ecco il terzo e il quarto contributo per “Deragliate”: due storie dove l’ospedale diventa un approdo perdente e annichilimento per le protagoniste. Comincia Nina Maroccolo con La Senzanome, e conclude Silvia Ancordi con “Dal sei al tre”: anche la sua protagonista non ha un nome ma è solo un numero. Per entrambe,con una femminilità dolorosa e scarnificata, in balia di chi non sa ascoltare, aiutare, sentire, esercitando invece che assistenza un involontario sopruso.
La Senzanome di Nina Maroccolo
I
Il treno deragliò.
Deragliamento a perdersi – come il suo, che intonando una canzone a episodi proclamava un “Ahi” onomatopeico di complessa interpretazione.
Così lamentò la senzanome:
“Sì, ch’io vorrei morire… Amore, la bella bocca del mio amato core.
Ahi, cara e dolce lingua, datemi tanto umore, che di dolcezza in questo sen m’estingua!” *
Incombeva la puzza nel retrotreno, l’odore stantio d’un molteplice atto urinario imploso da un’autografia senza bio-antisettico. Usare il germicida era troppo…
“Ahi, vita mia, a questo bianco seno deh, stringetemi fin ch’io venga meno.
Ahi bocca, ahi baci, ahi lingua, i’ torna’a dire sì, ch’io vorrei morire” *
… Contusioni, ossa incrinate, guasti mentali da emendare?
Quant’era bella la senzanome amorosa! E quell’“Ahi” magistralmente stonato, sembrava concederle un respiro celeste dal puro accento erotico. Reduce incandescenza tra ebbri umori memoriali, vita intima – intimamente annunciata senza pudore.
Arrivò l’autoambulanza, e una lettiga a forma di baldacchino.
“Dio, che odore… Guarda, sei pure incinta…”
“Oh! Ahi! M’uccide il duolo vostro, ahi!”
La senzanome fu portata all’ospedale, reparto neonatologia. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da robertorossitesta su ottobre 7, 2009
«Una finestra è una finestra in quanto attraverso essa si diffonde il dominio della luce, e allora la stessa finestra che ci dà luce è luce, non è somigliante alla luce, non è collegata per un’associazione soggettiva a una nozione di luce soggettivamente escogitata, ma è la luce stessa nella sua identità ontologica, quella stessa luce indivisibile in sé e non divisibile dal sole che splende nel nostro spazio. Ma in se stessa, fuor dal rapporto con la luce, fuor dalla sua funzione, la finestra è come inesistente, morta».
(Pavel Florenskji, Le porte regali, Milano 1977, p. 34) Leggi il seguito di questo post »
Lo faccio per te, Mario. A volte ho la nausea. La gente chiede e devi dare, comunque sia, in qualunque condizioni versi. Versi il sangue. Mi sta bene, l’ha fatto qualcun altro, l’hai fatto pure tu. Tra qualche giorno andrò in pellegrinaggio alla tua tomba con le signore anziane del mercoledì. Ne parlavamo insieme: non eri per questo genere di visite, la presenza, convenivamo, è altrove. Le donne alla tomba mi ricordano sempre qualcos’altro, un tentativo patetico di onorare un morto che non c’è. A volte penso che la mia paura sia diventare una pia donna, andare a piangere sul tumulo di un amico vivo.
Sono cinque i pezzi che ho scelto di pubblicare dopo aver lanciato l’idea qui. Sono questi che ho scelto per aprire lo sguardo. Le prime due uscite sono a coppie, così si fanno compagnia: il cammino è duro. L’ultima esce da sola, un contributo maschile di Carmine Vitale, che anche se non è perfettamente in tema mi ha commossa per il suo splendido sguardo.
Comincio quindi oggi con Mariastella Eisenberg, teneramente breve, e Anna Costalonga con un doloroso disagio così a portata di mano, riconoscibile. Gli altri tre li vedrete domani e dopodomani.
Primo pezzo, di Mariastella Eisenberg
Poggiava il pezzetto di sapone sul bordo della carrozzina traboccante di buste dopo essersi strofinata vigorosamente, e si risciacquava alla fontanella della stazione: i gesti svelti non svelavano un centimetro di pelle, la indovinavi rotonda sotto l’ampia veste, e soda per i suoi capelli
tutti grigi stretti in un grosso nodo. “Ciao Maria!” la salutavano i ferrovieri passando, qualcuno le offriva una sigaretta, qualcuno dei biscotti; lei ringraziava timida, con un pudore antico che la strada non le aveva tolto.
Secondo pezzo, di Anna Costalonga
“Daaaai!Uno! Due! Tre! Hop! Hop!Hop!”
“Ma chi è quella? Cosa sta facendo, aerobica?”
Impossibile non notarla, nella pista da ballo improvvisata, sotto gli ippocastani del parco. L’unica che si dimena con tutta la forza che ha addosso, più che ballare pare che faccia ginnastica.
Sono felice di comunicarvi che, sul mio blog, potete trovare un frammento filmato di un mio intervento al College of Charleston, negli Stati Uniti, dove qualche mese fa ho parlato di La Poesia e lo Spirito e Nazione Indiana, svolgendo una riflessione sui blog letterari italiani e sulla strada per diventare scrittori in Italia, oggi.
Sullo stesso blog, potrete trovare altre clip sulle mie conferenze tolkieniane tenute in terra americana (presso la Penn State University e la Mount St. Mary’s University), nelle quali ho effettuato numerosi confronti tra passi del Professore di Oxford e brani di autori classici, anche italiani (Dante su tutti). E’ disponibile anche il testo italiano di riferimento. Leggi il seguito di questo post »
(Prefazione di Marco Grassano al libro di Dino Molinari “Il luogo il nome”, in uscita a dicembre con sei disegni di Enrico Colombotto Rosso e dieci incisioni di Pietrino Villa)
I nomi sono parole, certo. E il nome – la parola – che cuce saldamente fra loro queste pagine è senz’altro Fruges, nominativo e accusativo plurale di frux-frugis (frutto, messe, raccolto, produzione…). Parola eminentemente virgiliana, ma consona al Virgilio “mite” delle Georgiche. Ricorre infatti, variamente declinata, quattro volte nelle Bucoliche e nell’Eneide, e ben tredici nel poema dei campi. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da robertorossitesta su ottobre 6, 2009
Quando lessi “Ama il prossimo tuo” di Remarque avevo undici anni.
Giungendo al punto in cui uno dei personaggi, ubriaco, va con una donna di strada e la chiama con il nome dell’amata lontana (lasciata nel tentativo di salvarsi e salvarla dai nazisti che danno loro la caccia), avvertii stordimento e nausea, e quel che restava della fanciullezza mi abbandonò d’un tratto. Leggi il seguito di questo post »