Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
L’edicola di Alberto sta davanti alla parrocchia. Si rischia, ad arrivarci, perché bisogna attraversare la via di svincolo di tutto il quartiere. La mattina presto le auto sfrecciano come in autostrada. Così, con Alberto, siamo rimasti d’accordo che quando arriva il giornale fa uno squillo. E’ la campana laica, annuncia la notizia che il mondo diffonde di se stesso. Poco dopo, suona l’altra campana, la notizia portata da Dio, dal suo vangelo. I due messaggi s’inseguono, non possono fare a meno di cercarsi. Sono divisi, a volte, dal traffico nevrotico dei giorni ingolfati, in cui due metri d’asfalto diventano un sistema solare, una galassia, l’universo intero.
Dopo i campi di sterminio nazifascisti e i gulag sovietici del XX secolo, il mondo aveva creduto che nessun campo di concentramento e dell’orrore, votato al genocidio o alla tortura, avrebbe più macchiato la civiltà. Si era creduto anche che la stessa poesia dopo Auschwitz fosse impossibile. Era impensabile che la poesia potesse ri-fiorire o avere ragioni per continuare ad essere.
Ma, ancora una volta, il XXI secolo, il tempo che ha conosciuto la fine dei totalitarismi e delle guerre fredde, il crollo dei muri e dei blocchi contrapposti, convogliando il mondo nel liberismo della sicurezza e del terrorismo ideologico e globale, ha generato le nuove guerre “asimmetriche”, quelle del genocidio sistematico e i nuovi campi di detenzione e tortura (Guantánamo et similia) nel mare di Cuba e nei paesi alleati delle guerre preventive. E ancora una volta, in mezzo alle torture e ai suicidi-omicidi, la voce della poesia rispunta, e testimonia la crudeltà e le vergogne della civiltà liberale e democratica dell’Occidente e dell’America. Parafrasando la poesia “Se questo è un uomo” di Levi, si potrebbe dire: e questa che crea Guantánamo è una civiltà?
A un mese dalla sua scomparsa gli amici di Milanocosa, La Mosca di Milano, Casa della Poesia al Trotter, Libreria Popolare Tadino, Associazione Bibliolavoro, Associazione Comunità e Lavoro, Salotto Caracci, Libreria eQuilibri invitano a una serata dedicata a Beno Fignon con testimonianze e letture di suoi testi. Il 6 ottobre alle ore 18 presso la sede della Cisl di Milano, in via Tadino 23 (MM Venezia-Lima). Leggi il seguito di questo post »
Siamo Giovanni e Francesco, genitori di Mario e Michele, ragazzi disabili iscritti alla scuola primaria, con grande sofferenza abbiamo deciso di scrivere questa lettera. Leggi il seguito di questo post »
È il numero dei chilometri che separano Auckland, Nuova Zelanda, dall’Isola di Pasqua (o Rapa Nui), attualmente parte dello stato cileno. Settemila chilometri e sessantaquattro centimetri di sola acqua, acqua, acqua.
L’anno scorso ho preso un aereo che ha solcato l’Atlantico e mi ha portata in Cile; dopo una settimana un altro volo mi ha tenuta sospesa su quattromila chilometri di immenso blu per depositarmi in un aeroporto su un’isola sperduta in mezzo al nulla: la terra più vicina quella da dove ero partita. Un’isola a forma di boomerang il cui periplo è fattibile a piedi in un giorno. Da tenere sul palmo di una mano, con tutti i suoi misteri.
Ma non sono le statue, i moai neri che danno le spalle al mare, non sono gli altari su cui sono poggiate o su cui giacciono infrante, e neanche quel meteorite lucido la cui frequenza energetica ha mandato in cortocircuito la mia: non sono i misteri, i sacrifici orrendi, gli assassinî delle faide tribali, le lotte di potere tra aristoi e plebe, le grotte buie o l’oceano pieno di squali che l’anno scorso mi hanno risucchiata nell’emozione, a Rapa Nui. Leggi il seguito di questo post »
Parlerò bene di uno scrittore famoso. E’ un impresa titanica, in genere. Mandi messaggi e non rispondono; tocchi con mano il non essere come categoria esistenziale, non solo filosofica. Con *** niente di tutto questo. Ti accoglie, aiuta, consiglia. Mi chiedo se lo faccia con me, esclusivamente. Mi piacerebbe pensarlo: sono un tipo speciale, mi dico, è giusto che mi trattino bene. Ma rinuncio alla versione narcisista: *** è gentile e disponibile a prescindere. Che gli scrittori famosi non siano tutti pessimi soggetti? Finché *** esiste, la letteratura non è una élite di snob insopportabili. Ciò mi costringe a rivedere le mie idee. Mi complica la vita, esalta sfumature impercettibili, insinua il dubbio, mi impone la fatica del pensiero.
***, fammi un favore: non rispondermi più, ignorami, lasciami il gusto acre della malevolenza.
Dura la vita dopo l’apocalisse. Dura, ma ancora possibile. Per arrivare dalle parti del mare, bisogna incrociare città, campagne, centri commerciali, boschi, periferie e paesi. Sulla strada di nuovo? Può darsi. C’era una pista felice che attraversava tutta la terra e, se guardi bene, c’è anche adesso.
Un uomo e un bambino la percorrono con un carrello pieno di barattoli, coperte e teli di plastica. Leggi il seguito di questo post »
Dopo la visita alla 19ª edizione di «Parole nel tempo», piccoli editori in mostra al Castello di Belgioioso (PV)
La piccola editoria italiana sta morendo. O magari stanno morendo soltanto i piccoli editori che da 19 anni hanno fatto di Belgioioso un appuntamento fisso di fine estate – e che per questa edizione hanno scelto di non esserci. Alcuni di loro, probabilmente, erano a Torino per i «Portici di carta», altra fiera della piccola editoria programmata negli stessi giorni, sabato 26 e domenica 27 settembre. Se hai un’azienda formata da poche persone e con un magazzino minimo, o sei di qua o sei di là. Sta di fatto che qua c’erano visibilmente parecchi stand in meno rispetto al passato.
Quest’anno, però, a Belgioioso è mancato anche il pubblico. Io ho assistito in prima persona a una decina di «Parole nel tempo» e ricordo edizioni (anche quella dell’anno scorso, 2008) in cui il pubblico era tanto che non c’era verso di spostarsi con efficacia tra i vari stand e le varie stanze del castello. Ci si pestava i piedi, ci si doveva contorcere tra braccia/gambe/teste per vedere bene un libro o anche leggere un certo titolo potenzialmente interessante. E non c’era verso di scegliere un orario migliore di un altro (tipo: vado la domenica all’ora di pranzo così i primi visitatori se ne sono già andati e gli ultimi verranno dopo mangiato) perché c’era sempre pieno. Leggi il seguito di questo post »
Un mare di fango: espressione logora, retoricamente debole. Un fiume di fango: più realistica, ma stantia. Una catastrofe: vero, ma giornalistico, superficiale. E’ un’offesa ai morti non trovare le parole, non cogliere anche linguisticamente la drammaticità irripetibile di quanto accade. Le facce, le interviste alla Tv sono artefatte, costruite, per le formule ripetitive, la preoccupazione di collocarsi in una griglia, la ricerca di un’approvazione che rivela l’insicurezza di un linguaggio inadeguato. Si poteva prevedere: non ci sono parole per esprimerlo. Certe storie non chiedono parole, solo fatti.
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. (Art. 21 Cost.)
La parola è suono, la parola è ritmo, la parola è sguardo, la parola è storia, la parola è stato d’animo, e può esprimere verità o menzogna, bellezza o abbrutimento, nobiltà o volgarità, originalità o omologazione, intelligenza o stupidità. La parola sancisce l’unicità e l’irripetibilità di una vita. E’ un diritto che nessuno può toglierci, perché è voce che esce dal grembo della terra, dal diaframma del nulla, è, insomma, diritto stesso alla vita; Leggi il seguito di questo post »
A noi poveri mortali basta poco: un blog, un minimo di tempo per scrivere un articolo, una mente il più possibile libera dai condizionamenti. Con questi mezzi semplici si raggiungono notevoli obiettivi. Contrastare, per esempio, l’informazione ufficiale, legata a miriadi di interessi personali e di partito, con un pensiero trasparente in grado di prendersi le responsabilità del caso, convinto che la rete coinvolga potenzialmente tutte le persone del pianeta con un pc e una connessione internet. E’ precisamente questo che turba il sistema, come, a suo tempo, l’annuncio della nascita del Cristo turbò Erode e tutta la città. Paragone esagerato? Eppure anche Gesù proponeva un mondo libero dal potere terreno, dalle catene economiche e sociali, e per questo fu soppresso. Voleva connettere il cielo e la terra, ma fu oscurato un fatale pomeriggio di duemila anni fa. Tutto l’orizzonte si oscurò con lui. La luce, però, trovò il modo di riaccendersi. Non lasciamola spegnere. Resistiamo insieme.
Per conoscere lo stato delle ‘magnifiche sorti e progressive’ in cui versa una parte della nostra critica, consiglio di recuperare e leggere la pagina della Cultura del Corriere della Sera di martedì 23 settembre. 6 colonne 6 firmate da Antonio D’Orrico, uno dei più noti giornalisti del quotidiano di via Solforino. L’articolo si occupava dei motivi per cui editori, più o meno celebri, avevano rifiutato la stampa di opere diventate poi, imprevedibilmente, autentici bestseller. Vexata quaestio, certamente. Leggi il seguito di questo post »
Scrivo per sopravvivere. Ho l’impressione che, come nelle Mille e una notte, se cessassi di raccontare morirei all’istante. Devo ritrovare, giorno dopo giorno, il filo interrotto il 30 dicembre, con la morte del mio amico. Da allora, la scommessa è quotidiana: continuare, fermarsi, superare ostacoli sistemati ad arte e trappole intrise di veleno, confidare in ciò che ho sempre chiamato divina provvidenza, o arrendermi al male che mi assedia. Non so come andrà a finire. Quando riesco ad accendere il computer, segno un’altra tacca di una lotta senza fine. Anche per oggi è fatta, ed è già tanto.
Nel mondo della musica classica è riemersa la febbre da recital.
Possibilmente tematico.
Dai fasti dei dischi tematici degli anni Sessanta (che resero famosi cantanti come Fritz Wunderlich o Rita Streich) si è tornati ad un’operazione similare. Con un tocco di glamour. Per una ragione di fondo: i costi troppo alti per registrare in studio un’opera lirica.
Sembra un paradosso, ma da pochi anni le major internazionali hanno praticamente dismesso la produzione in studio di opere complete, preferendo ricorrere alle registrazioni dal vivo, possibilmente in coproduzione con i network radiofonici. Qualche anno fa, la EMI registrò in studio a Londra il “Tristan und Isolde” di Wagner con Placido Domingo e l’orchestra del Covent Garden: eppure l’investimento fu possibile per merito della donazione di un mecenate. Durante l’estate del 2008, invece, ha annunciato il “Die Presse”, è stata messa in produzione una nuova registrazione del “Ring des Nibelungen” di Wagner, direttamente dal festival di Bayreuth, destinata per la pubblicazione su cd. Ovviamente con lo zampino della Radio Bavarese, da molti anni partner di quasi tutte le etichette discografiche, e solo da pochi mesi messasi in proprio con una propria etichetta, pronta ad attingere dal suo incredibile archivio. Leggi il seguito di questo post »
C’è stato un periodo in cui ero convinto di essere Bill Evans.
Nel senso che dire “mi piaceva Bill Evans” è troppo poco. Innanzi tutto, la scoperta della sua musica, per me, ha in pratica coinciso con la scoperta del jazz; in secondo luogo, l’ascolto della sua musica è stato un’esplorazione di territori psichici che non ero del tutto cosciente di possedere. Leggi il seguito di questo post »
Absolute [YOUNG] Poetry 2009
Cantieri Internazionali di Poesia
&
Udinetraduce
Monfalcone-Udine
5-10 Ottobre 2009
Direzione artistica: Lello Voce
Udinetraduce
dedicata al quadricentenario della pubblicazione dei sonetti di Shakespeare
Udine, 5-7 ottobre
Domenica 4 ottobre [Aspettando Udinetraduce]
Libreria Feltrinelli, ore 17
Presentazione della traduzione di Secondo Natura di W.G. Sebald (Adelphi) con la traduttrice Ada Vigliani Leggi il seguito di questo post »
I miei occhi sono due sassolini neri, ma a volte è come se fossero più neri e così brillano. Io li lascio brillare perché vedono di più, guardano le cose come a farle diventare trasparenti e le vedono al centro come quando si guarda un cuore fino in fondo. Quando di notte vado in giro arrivo al mare. Il mare è grande e profondo e non lo vedi tutto e certi colori del mare sono ombre e le ombre sono i mostri marini. Dal mare vengono fenomeni strani e si chiamano onde. Le onde sono più piccole del mare, ma si muovono nell’acqua, si alzano e con la schiuma sbattono contro le case: è tutto un trac alle finestre e un cric e c’è un rumore che è diverso dai rumori che si conoscono ed è il mare. Leggi il seguito di questo post »
Ogni tanto risuscitano gli zombie. C’è un momento in cui gli eventi scavano voragini nell’anima, l’alcol e la disperazione ti scortano all’inferno senza che nessuno possa dirti una parola, o compiere un gesto per salvarti. E’ allora che si apre la porta che sembra prometterti ristoro, una pausa al dolore, un lenimento effimero all’angoscia insostenibile. Quando tutto ritorna a un’improbabile normalità devi scegliere con chi confidarti. Ma non ti salvi mai dagli sciacalli che vivono di gossip e si nutrono di chiacchiere come i vampiri si saziano di sangue. Ogni tanto si riaffacciano, fanno l’occhiolino: ho saputo certe cose. Lo zombie ha la faccia sempre uguale, la stessa bava gli scende dalla bocca.
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
La ruggine e la polvere dei sentimenti del passato. Francesca Pellegrino, Dimentico sempre di dare l’acquaai sogni, con una Prefazione di Raimondo Venturiello e Una nota di lettura di Alfredo De Palchi, Patti (ME), Casa editrice Kimerick, 2009)
Albedo De Palchi è certamente un poeta non facile agli entusiasmi e alle parole di lode nei confronti degli autori a lui contemporanei – eppure ha voluto preporre al breve mannello di liriche di Francesca Pellegrino una breve nota di lettura in cui ne considera essenziale la freschezza e l’originalità, la capacità visionaria e la semplicità espressiva.
«Mi capita spesso di ricevere una raccolta di “poesie” in cui ritrovo l’abituale andazzo della mediocrità o peggio. Probabilmente una volta all’anno mi succede di leggere qualcosa di migliore in cui mi accorgo che l’autore non ha usato la fretta. E ogni dieci anni un autore sconosciuto brilla con un’opera che cattura subito la mia attenzione, che alle prime prove è di dare acqua alla siccità del mondo della poesia. Argomento di sempre del sottoscritto – difficile d’accontentare come lettore e autore – sulla situazione che l’esercito di parolieri presenta» (p. 11).
Biancamaria Frabotta (nella foto) una delle più importanti voci poetiche contemporanee, in Quartetto per masse e voce sola (Donzelli, 2009) traccia un bilancio raccontando cinquant’anni di esperienze, memorie, riflessioni, di una donna poeta.
Chiunque voglia accostarsi per la prima volta alla poesia di Biancamaria Frabotta non potrà prescindere da questo piccolo libro, un autoritratto che scandisce il mondo interiore della poetessa attraversando anche la Storia d’Italia del secondo Novecento: il Sessantotto, gli anni del femminismo, la poesia plurale, la crisi politica e culturale. Biancamaria Frabotta nel suo autoritratto mette isieme le due facce: l’eternamente presente e l’eternamente fuggito, che costituiscono il volto della poesia.
Intervista di Luigia Sorrentino (Roma, 28 settembre 2009)
Nella sinfonietta “Quartetto per masse e voce sola” si incontrano quelli che lei definisce “volti senza padrone”. Una galleria di confessioni rubate e trasferite in una profondissima emozione lirica che fotografa e fissa in una istantanea il passato e il presente. Autoritratto, dunque, doppio, plurimo, spennellate rapide, del tempo che ci scivola accanto in un ingorgo tra pubblico e privato tutto proiettato verso Il tempo a venire. Parliamo del titolo, che non è un vezzo estetizzante…Leggi il seguito di questo post »