Una foglia d’autunno.

Sono nata qualche mese fa. Ricordo che dapprima non c’ero, e poi di colpo ci sono stata.

La prima sensazione che rammento è di tepore, qualcosa cioè di non troppo freddo né di troppo caldo, sufficiente a farmi sbocciare.
Ho visto subito la luce, ed è stata un’altra bellissima emozione.
Era la luce a darmi anche il calore, e là ho cercato, per quanto possibile, di volgere lo sguardo. Ma non mi è stato possibile più di tanto, perché la mia base era legata a qualcosa di solido e pressoché immobile.
Non mi è importato poi troppo. Ho ugualmente imparato presto che quel calore e quella luce venivano da una cosa chiamata sole, che da subito ha dato un senso cronologico alla mia vita neonata.

Un tocco gradevole, fresco, ogni tanto mi sfiorava, in un piacevole contrasto col tepore che tanto mi piaceva. Era il vento, che in seguito ho capito poteva essere brezza gentile e amica o tempesta scatenata e temibile.

Appena nata avevo sete e fame e dal basso mi arrivò subito un nutrimento eccezionale che mi fece crescere rapidamente. L’acqua per bere mi arrivò poi dal cielo, talvolta in abbondanza, talvolta invece mancava. Quella che mi dissetava davvero la ricevevo dalla base. Quando invece veniva giù mi lavava tutta, mi liberava della polvere aiutandomi a respirare meglio. Io poi la regalavo al suolo. Ogni goccia mi scivolava addosso, dopo aver percorso la mia piccola superficie, e raggiungeva il suolo sottostante. Io non ho mai trattenuto niente, non sono nata egoista. Per vivere mi è sempre bastato molto poco. Il tepore, la luce, la linfa.

All’inizio ero un po’ pallida e piccola. Il mio colore era di un verde chiarissimo e delicato, ma io non ero così fragile come apparivo. Ero tenacemente attaccata alla mia base, che poi pian piano ho scoperto essere un ramo, a sua volta attaccato a una creatura chiamata albero, che nutriva entrambi e un numero immenso di altre “cose” come me.

Foglie.

Ecco, sì, il nostro nome era questo: foglie.
Appena sbocciate eravamo tutte curiose di vita. Io in particolare, ero decisa a capire il mio ruolo, il perché ero nata, se un perché c’era. Nessuno mi avrebbe scalzata dal mio posto, se non con l’uso della forza.

La veste verdina, divisa ufficiale di noi neonate, era destinata a cambiare da lì a poco. Sarebbe diventata di un verde più scuro, relegando la sfumatura più chiara solo alla faccia inferiore. Un abito stupendo, adatto alla parte di mondo in cui vivevo. Sono sicura infatti che in precedenza, senza di me e le mie compagne, il bosco era triste e freddo.

Dopo qualche tempo, dunque, sono diventata più forte, più grande, brillante.
Ho imparato a cantare.
Non so se per questo devo ringraziare quelle creature colorate e leggere che venivano così spesso a trovarmi. Loro non erano statiche come me, potevano muoversi e restare sospese nell’aria finché volevano. Per poi ritornarmi accanto a riposare e a rallegrarmi con una voce meravigliosa.
Ecco, se una divinità esiste, io credo che dimori nella melodia di un uccello.

Certo non è stato per una voglia assurda di emulazione nei confronti di queste creature alate: eravamo, siamo, troppo diversi. Forse era semplicemente nelle mie corde: di fatto, un giorno mi sono ritrovata a cantare.

C’era il vento, e faceva caldo. Mi sentivo così bene che temevo di scoppiare dalla gioia. Il momento era perfetto. Attorno a me il silenzio. Nessuno degli abitanti del bosco, di quelli dotati di voce, si faceva sentire, forse per il caldo.
D’un tratto, d’istinto, ho provato l’impulso di lasciarmi andare, di abbandonarmi senza riserve. E l’ho fatto.
Il vento si è allora impossessato del mio piccolo corpo, mi ha accarezzato fino a farmi impazzire di piacere, abbiamo danzato insieme. E dalla nostra unione è nata la vibrazione. La musica.

La magia è accaduta anche alle altre mie compagne. Avevamo tutte una voce, ed era come se facessimo parlare il vento.
Un lungo fischio, un soffio, un sibilo, e poi la musica. Note delicate che sgorgavano dal nostro languido abbandono, singolarmente appena udibili, ma tutte insieme, nel coro, si trasformavano in un suono incantevole paragonabile al canto delle creature alate.
Nessuno nel bosco, sopra e sotto di noi, disturbava la nostra canzone. Nel silenzio più assoluto, la nostra voce ritrovata era la sola, tutti ci ascoltavano rapiti.

Infine la luce è diventata meno intensa e meno calda. Il nutrimento ha cominciato a scarseggiare in questo punto fermo che è stato tutta la mia vita.

C’è qualcosa di diverso, ora.

Ho cambiato il vestito. Neanche troppo lentamente me ne sono ritrovata addosso uno tutto giallo.
Anche le mie compagne. Qualcuna addirittura si è vestita di rosso, chi di marrone, poche conservano tenacemente, per ora, l’abito verde. Tutte insieme siamo una festa. Se la nostra voce, grazie al vento, era una melodia, la nostra nuova veste colorata fa di noi una sinfonia.
Una mescolanza di colori caldi così perfetta che non credo esista qualcuno in grado di replicarla. Ognuna di noi foglie ha un posto preciso in questa scala cromatica, il solo fatto di essere lì su quel ramo e non altrove rende lo scenario complessivo di una bellezza mozzafiato.

Forse è per questo, solo per questo, che sono nata. Per essere consapevolmente qui dove ora sono.

Il bosco cambia aspetto, è più luminoso. I rami che s’intrecciano, gialli e rossi, creano una galleria policromatica sotto la quale tutti ammutoliscono: le parole sono superflue, il sangue, in chi ce l’ha, corre più caldo sul filo dell’emozione.

A me però il nutrimento scarseggia, mi sento debole. Leggera, trasparente, impotente, ad un tratto non sono più attaccata al ramo. Sto volando!
Non lo credevo possibile, pensavo che solo gli uccelli o gli insetti, o comunque le creature dotate di ali potessero volare, invece lo sto facendo anche io. Il mio amico vento, dopo che mi ha regalato la voce, ora mi regala il volo. Per un attimo che sa d’infinito mi trascina con sé in un vortice, e io, senza forza e felice, mi lascio cullare. Mi abbandono.
Ma presto la danza finisce e tocco il suolo, senza dolore.

Che strano.

Ora guardo dal basso quella che è stata la mia casa. È così grande, il mio albero. Ma mi appare nudo e triste. Forse ha freddo, senza di noi. Io e le altre foglie, infatti, non siamo più lì a vestirlo. Abbiamo rivestito i suoi piedi e quelli di tutti gli altri alberi di un tappeto morbido.

Dopo un po’ scopro che la vita è anche sotto di me. Esseri piccolissimi e striscianti proteggono il loro nido col mio corpo. Si nascondono dai pericoli. E strane creature nascono e crescono da un momento all’altro. L’umidità che trattengo sotto di me aiuta i funghi, così si chiamano, a sbocciare dal nulla, proprio com’ero sbocciata io: poi li aiuto a nascondersi, li proteggo dalla vista dei predatori. Ma la loro vita è così breve, ancor più della mia. Quando comincio a pensare che il mio scopo in fondo è di proteggerli, è troppo tardi. Loro non ci sono più.
E mentre me ne accorgo, realizzo anche altre cose.

Che ora fa freddo, per esempio.
Che intorno al bosco le montagne sono diventate bianche. E che sto diventando sempre più rugosa, più secca.

Sento la vita che mi abbandona.
Sento che mi sto letteralmente sbriciolando, mi dissolvo nell’aria e nel suolo. Quel che resta di me si ricopre di una coltre bianca.
Sono diventata terra, polvere, molecole, atomi.
Sono diventata nutrimento.

E alla fine, forse, era questo il vero scopo della mia vita.

3 pensieri su “Una foglia d’autunno.

  1. @ Paolo: alla fin fine, è ciò che siamo… destinati a diventare humus, e dunque a nutrire noi stessi. Sarebbe il ciclo naturale della vita, in fondo.

    @ Maria Teresa: io sono sempre stata convinta che tutto e tutti, e dunque anche una foglia, abbiano uno scopo nella vita, anche se questo ci sfugge e non lo vediamo. Nei miei racconti è un tema che torna di frequente.
    Grazie di aver letto. Un saluto a te.

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