Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Responsabile di tutto. C’è chi darebbe chissà cosa per esserlo. Per me è una pressione continua, a volte insopportabile. Potrei dire al cardinale: vorrei andare a Loreto, farò il predicatore, il direttore d’anime. Starei su un colle incantato affacciato sul Conero e l’Adriatico, le case senza tempo di Recanati, Osimo, Castelfidardo. Passeggerei sotto il portico del Palazzo apostolico, davanti alla splendida facciata del santuario, di Bramante e Sangallo. Dimenticherei l’affanno della periferia romana, l’assedio dei poveri, le infinite beghe pastorali. Le meschinità quotidiane sarebbero un’immagine sbiadita, il dolore svanirebbe in un dolce e meritato riposo. Ho deciso: resto qui. La storia corre dalla parte delle piaghe, dei colpi, delle imprecazioni. Gesù s’incontra solo in una delle quattordici stazioni da cui parte ogni giorno, alla stessa ora. Responsabile di tutto.
«L’Italia ha la forza lavoro più anziana tra i paesi Talis», dice l’Ocse. Il 52 % degli insegnanti è ultra 50enne e solo un 3 % è under 30, quota che è 5 volte tanto nella media internazionale. In compenso l’investimento sui giovani in Italia è tra i peggiori nella Ue. E la situazione peggiora con la finanziaria 2010.
Condensare in un post l’efflorescenza di spunti emersi nell’incontro di venerdì scorso a Cuneo, per Scrittorincittà, con Giorgio Falco e Antonio Scurati (Giorgio Vasta a moderare), è impresa fuori dalla mia portata.
Certamente è stata l’occasione ideale per focalizzare il filo conduttore dell’intera manifestazione di quest’anno, dedicata alle Luci nel buio, partendo proprio dagli aspetti più cupi emersi negli ultimi anni, dove si è estesa quella “tenebra etica, sociale e culturale” evidenziata da Vasta nell’introduzione agli eventi.
A partire dalla sentenza di Johann Wolfgang Goethe, come prolegomeno dell’incontro: “Dove c’è molta luce, l’ombra è più nera”.
Bene ha fatto Giorgio Vasta a citare in apertura Walter Benjamin, a proposito della necessità di carezzare la storia contropelo. Ci sono scrittori che lisciano il pelo all’esistente, che assecondano gli eventi, altri invece, come Falco e Scurati, agiscono in senso contrario, con narrazioni che scoprono nervi e zone d’ombra, e creano disagio.
Non potendo riprendere tutti i temi affrontati, come dicevo, preferisco concentrarmi su un aspetto che mi è sembrato trasversale a tutto quello che si è detto. Questo argomento è ciò che definisco- con termine senz’altro inappropriato, ma altri non ne ho- la letteratura del prendere atto. Leggi il seguito di questo post »
“Via del Campo”, di Fabio Beccacini, ed. Frilli (ISBN 978-88-7563-503-9)
Intervista a cura di Marino Magliani
HO INIZIATO A SCRIVERE PERCHE’ IN ITALIA NON FUNZIONANO I TRASPORTI
D: Perchè ha iniziato a scrivere?
R: Ho iniziato a scrivere perchè in Italia non funzionano i trasporti. Era il primo anno universitario ed ero uno studente fuorisede. Prendevo la corriera e non arrivavo mai. Prendevo il treno e non arrivavo più. Andavo a piedi e mi perdevo. Alla fine ho iniziato a scrivere. Prima le indicazioni stradali, la strada giusta. Se no, non tornavo a casa. Poi i nomi dei bar che incontravo per la strada. C’erano un sacco di feste a quel tempo. E continuavo a non tornare a casa. Poi ho scritto poesie, lettere d’amore, bestiari. Tutto nel cassetto. Alla fine ho iniziato a scrivere romanzi e a tirarli fuori dal cassetto. Comunque i treni continuano ad arrivare in ritardo. Non è servito a niente. C’è un detto che dice “nei manicomi ci sono due categorie di matti. Quelli che pensano di essere Napoleone e quelli che vogliono risanare le Ferrovie dello Stato”. A proposito i taxi come sono messi?
Qualcuno dice che l’inferno non esiste. Si spera sia vuoto: se Dio ama come può volerlo? E’ l’uomo che decide di restare solo, rinunciando anche all’ultimo abbraccio. Si può arrivare a rifiutare l’estrema parvenza di dialogo, quando l’odio non ha freni e il potere è un guizzo superstite di gioia maligna. Ne sono convinto: Dio non vuole l’inferno. Solo l’uomo può crearlo, farne il suo pane quotidiano, frutta, verdura, e stridore di denti.
«Era una giornata afosissima. Stavamo morendo di caldo mentre aspettavamo l’apparizione della diva. Qualcuno cominciava a insinuare che Theda si fosse liquefatta con il bistrò che le impastava le ciglia. Si aprì una porta e apparve ai nostri occhi la regina delle sirene bardata di pellicce fino ai denti. “Miss Bara — disse l’agente con una voce da imbonitore da circo — è nata all’ombra della Sfinge. Laggiù fa molto, molto caldo e lei qui ha freddo». Leggi il seguito di questo post »
Mariano Sabatini, autore e giornalista per la carta stampata, la radio e la televisione ha pubblicato, di recente, per i tipi di Aliberti, un libro rivolto al mondo del giornalismo. Il titolo è piuttosto evocativo: “Ci metto la firma! – La gavetta dei giornalisti famosi”. Propongo, di seguito, la recensione e intervista realizzate da Maria Lucia Riccioli. (Massimo Maugeri)
—————–
Recensione e intervista di Maria Lucia Riccioli
Ci metto la firma! – La gavetta dei giornalisti famosi (Aliberti editore) È la nuova fatica di Mariano Sabatini, autore e giornalista per la carta stampata, la radio e la televisione. Una serie di interviste a nomi “eccellenti” del giornalismo italiano, dai “grandi vecchi” come Zucconi e la Cambria alle nuove leve che saranno i punti di riferimento per i giornalisti di domani, dai cronisti sportivi a quelli che ci raccontano i cambiamenti di costume e le trame della politica. Editoriali e inchieste, scoop e rubriche…
Un libro che si legge con curiosità e che potrebbe essere un ottimo aiuto per approcciarsi ad un mondo spesso mitizzato, ad una figura che il cinema e i romanzi ci hanno presentato di volta in volta come eroica o cinica e disincantata. Mariano Sabatini fa sfilare davanti ai nostri occhi i nomi e le esperienze di uomini e donne accomunati da un mestiere affascinante. Riusciamo quasi a vederli, dal loro primo giorno tra titoli, occhielli e sommari, alle loro giornate attuali, divise tra computer, riunioni, incontri, conferenze. Leggi il seguito di questo post »
Il mondo comincia a perdersi nel magma delle lingue, delle culture, delle fedi. Se non so chi sono divento pavido o aggressivo, dipendo dagli altri, cerco nel clan o nel nemico di legittimare la mia vita. E’ difficile pronunciare una parola vera, persino il nascere di un pensiero sincero è messo in discussione. Da dove vengo, dove sono diretto, in quale città mi riconosco? Quale strada sento come mia, riconoscendone ogni svolta, identificandone agilmente sapori e odori, e soprattutto progettando un itinerario possibile, custode delle tracce di un futuro? Se non so chi sono me lo deve dire un altro; che lo possa scoprire attraverso un’analisi affidabile. Che la mia anima viva almeno tra le pareti asettiche di un laboratorio.
Allan Gurganus, Santo mostro, Playground, Traduzione di Maria Baiocchi, € 16, pp 224
Quando, nel gennaio del 1991, uscì anche in Italia L’ultima vedova sudista vuota il sacco (presso l’editore Leonardo, con una delle prime, strabilianti traduzioni di Raul Montanari), furono relativamente in pochi ad accorgersene, e all’enorme successo che appena un anno prima aveva accompagnato negli Stati Uniti la pubblicazione di questo a dir poco fluviale romanzo (oltre 1170 fittissime pagine premiate, tra l’altro, con il “Sue Kaufman Prize” e con la diffusione in ben dodici lingue, per un totale di oltre due milioni di copie vendute) non corrispose, dalle nostre parti, un altrettanto meritato clamore. Leggi il seguito di questo post »
Un’emozione profonda sostenuta da centinaia di inquadrature, di soluzioni molto coraggiose nel campo della grafica, dell’animazione, della musica, una vicenda drammatica raccontata con uno stile e un equilibrio rari nella cinematografia di oggi: è il docu-film di Fredo Valla “Medusa. Storie di uomini sul fondo” – storia di un sommergibile italiano affondato nel mare di Pola durante la II Guerra mondiale, per giorni e giorni 14 uomini rimasero intrappolati sul fondale, e infine morirono nonostante il tentativo di soccorrerli – che viene presentato domani alla scuola di animazione del Centro Sperimentale di Cinematografia di Chieri.
Fredo Valla, regista che aveva firmato il soggetto e con Giorgio Diritti la sceneggiatura de “Il vento fa il suo giro”, film sulle valli occitane divenuto un caso cinematografico (grazie al tam tam del pubblico di tutta Italia, e a tanti riconoscimenti internazionali, compresa la candidatura al David di Donatello) dalle 14 alle 16.30 terrà un seminario per gli studenti con Francesco Vecchi, che ha frequentato il corso e che ha realizzato le animazioni di “Medusa”
Era Yom Kippur, giorno considerato il più sacro e solenne del calendario ebraico, totalmente dedicato alla preghiera e alla penitenza. In questo giorno molto importante, un rabbino, mentre celebrava la festività, guardava la Torah, la sacra Torah esposta nella sinagoga. A un tratto lo prese un’ispirazione …
Testo e foto di Giovanni Agnoloni (già pubblicati su AlibiOnline)
Ho realizzato questo viaggio, queste foto e questi filmati con Agnieszka Moroz, che oggi non è più fisicamente con me, ma continua e continuerà sempre ad accompagnarmi. Tutto quello che scrivo, da oggi, è anche e soprattutto per lei.
Quando atterrammo a Charleston, South Carolina, ci accorgemmo subito che il tempo era tutta un’altra cosa, rispetto al Maryland e alla Pennsylvania, da cui arrivavamo. Se lì la primavera era appena agli inizi, qui era quasi sfacciata. Massimo Maggiari, scrittore e docente di Studi Italiani al College of Charleston, ci aspettava nella sala degli arrivi. Era la prima volta che ci incontravamo, dopo numerosi scambi di e-mail e varie chiacchierate via Skype. Avevo letto il suo Dalle terre del Nord (ed. Vivalda), un bel libro sulle solitudini sub-polari e alpine, e lui era rimasto incuriosito dalle mie ricerche tolkieniane e dalle mie attività letterarie su internet e non. Così mi aveva invitato a parlare ai suoi studenti, non solo di fantasy, ma anche del mestiere di scrittore in Italia, oggi. Leggi il seguito di questo post »
Sembra che tutto frani: una reazione a catena, un domino di crolli assassini, falle improvvise si spalancano inghiottendo vite umane, animali, vegetali e minerali. Facciamo da soli: incriniamo i meccanismi naturali, provocando disastri, e celebriamo composti funerali di stato. Dovremmo organizzare cerimonie previe per i travolti dalla prossima catastrofe, annunciata, come sempre. Ci occuperemmo una volta al mese delle vedove e degli orfani, della fragilità umana di cui dovremo rendere finalmente conto, prima o poi.
Nei primi mesi del 1916 Ludwig Wittgenstein, volontario nell’ esercito austriaco, si trovava in Galizia sul fronte orientale col reggimento impegnato a sostenere il più grande attacco nemico, la cosiddetta Offensiva Brusilov. In mezzoa perdite altissime la sua azione dovette essere di un certo rilievo visto che il 1° giugno venne promosso caporale e il 4 decorato al valor militare. Pochi giorni dopo, l’ 11 giugno, colui che diventerà uno dei più grandi logici e filosofi del Novecento, annota sul suo quaderno: «Il senso della vita, cioè il senso del mondo, possiamo chiamarlo Dio. Pregare è pensare al senso della vita». Io penso che per ogni essere umano la vecchiaia sia paragonabile a una trincea della Prima guerra mondiale. Sono finite le cerimonie, le marce, le sfilate, gli inni, le retoriche che fanno da preambolo non solo alla vita militare delle retrovie, ma anche alla vita quotidiana nella gran parte dei suoi momenti. Giunge il momento del redde rationem, il leopardiano «apparir del vero». Chi arriva alla vecchiaia non ha più nessuno davanti, è in prima linea sul fronte dell’ essere o del nulla. E penso sia naturale in questa stagione dell’ esistenza guardare al senso complessivo della vita, della propria e di tutti gli amici che si sono visti cadere, con un’ intensità esistenziale paragonabile a quella di un soldato in trincea. Leggi il seguito di questo post »
Io. L’io… io! Il più lurido di tutti i pronomi!
Io cammino e la strada mi è amica.
Mi torna in mente mentre mi riapproprio di me stessa, mi torna in mente questo pidocchio schifoso di pronome. Io.
Il mio corpo respira, ogni poro della mia pelle si dilata ad accogliere il suo tempo e il suo spazio. Vado a fare la mia terapia settimanale. La mia gamba sinistra ha ancora bisogno di cure. Il lato sinistro del mio corpo è sempre stato il più fragile: devo proteggerlo, difenderlo, rinforzarlo.
Quando cammino mi sento intera. Non più fratturata: l’abisso tra corpo e mente si colma della materia di cui è fatta la vita. Di tanto in tanto mi accorgo che è la gamba destra a determinare l’andatura e a trascinare con sé l’altra, ma questa consapevolezza non mi ferma. Il mio ritmo è costante. Quando cammino a Roma capisco, mi rivelo a me stessa. Epifania.
Ia. Sei riuscita a spezzarti tutto il possibile dal ginocchio in giù, mi aveva detto il chirurgo durante l’operazione. Il piede non aveva trovato l’appoggio giusto scendendo da uno scalino. Uno scalino di pochi centimetri. Io avevo cercato di rispondere a tono, di sorridere persino, anche se non ne avevo per niente voglia. L’epidurale mi aveva staccato mezzo corpo. Ero viva solo dal torace in su. Il resto di me in-esisteva. Leggi il seguito di questo post »
Mi sono sempre chiesto perché si diventi prete in sette anni e sposi in sette incontri. Eppure, forse, è più difficile essere moglie, marito, durare una vita con la medesima persona. Avrei un progetto articolato per sensibilizzare alla complementarità, la gratuità, la crescita, la libertà, l’accoglienza, l’universalità. Il matrimonio è un abisso che si spalanca oltre la scenografia di fiori immersa nella musica di arpe e violoncelli. Trasmetterei l’entusiasmo della lotta quotidiana, la passione di una conoscenza mai conclusa, la resistenza alle mille insidie dell’amore. Ma che ne posso sapere? Sono soltanto un prete. Fortunatamente, vedo qualcosa che si muove; dopotutto, c’è qualcun altro che ci pensa.
Pubblicato da giuseppepanella su novembre 12, 2009
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
Il tempo si deve fermare. Mario Sodi, Ho spento gli orologi, con le immagini fotografiche di Vittore Tappari, Firenze, Florence Art Edizioni, 2008
Time must have a stop, citando il titolo originale di un famoso romanzo di Aldous Huxley del 1944, sembrano dire all’unisono le belle immagini fotografiche di Vittore Tappari e i versi di Mario Sodi che le commentano e le affiancano. Le ambizioni poetiche di Sodi, tuttavia, non si esauriscono nell’appoggiarsi alle visioni dell’occhio lungimirante di Tappari. Nella sua parte di introduzione al volume, infatti, esse vengono spiegate così:
«Quando Vittore Tappari mi mostrò le sue foto, provai un’intensa emozione. Tutto – paesaggi, case, persone, animali – mi rivelò il suo partecipe amore per la Natura. Fra le molte immagini, una in particolare mi colpì, misteriosa, austera ed insieme tenerissima: fra monti sfumati di nebbia la casa raccolta, quasi rannicchiata nella sua ombra segreta. Ed io rividi nel silenzio dei lunghi inverni il mio corpo bambino accolto da quello di mia madre; e nello stesso istante sentii il fuoco e la voce di una donna, simile a me, che mi porgeva vino e melagrana. Il passato divenne d’un tratto presente. Il mio spirito era penetrato nel cuore dell’immagine ed aveva fermato il tempo. Questo avvenne anche per le altre figure, perché avevo lasciato la mia corsa fissando il mio occhio segreto su ogni creatura accolta dal desiderio di Conoscenza. Avevo spento i miei orologi: udivo solo parole che scaturivano nel silenzio, gocce che lentamente scendevano dalla Caverna a formare, senza rumore, la nuova roccia» (p. 5).
Giorgia Lepore vive in Puglia, a Martina Franca. È archeologa e insegnante di storia dell’arte nelle scuole superiori. Ha al suo attivo varie coordinazioni di scavi in siti archeologici di tutta Italia e pubblicazioni in riviste specializzate e atti di convegni. Con la pubblicazione del romanzo “L’abitudine al sangue” (Fazi), esordisce anche come romanziera.
Si tratta di un romanzo storico dove protagonista è Giuliano, figlio dell’imperatore di Bisanzio, posto dal padre a capo dell’esercito suo malgrado. Il giovane non riesce a sopportare l’idea della perdita di vite umane, la vista e l’odore del sangue. Con l’aiuto dell’amata Eucheria trova il coraggio di ribellarsi al ruolo impostogli, ma subisce la dura e impietosa vendetta paterna. “L’abitudine al sangue” – romanzo ben scritto, avvincente, dolente e capace di indurre alla riflessione – approfondisce, tra le altre cose, il difficile percorso interiore del protagonista.
Ho avuto modo di discuterne con l’autrice. Leggi il seguito di questo post »
Carissima poesia siciliana, spero che tu riesca a sentirmi, distesa in quel lettino bianco, magra, emaciata, piena di tubi e tubicini e con tanti farmaci che ti vengono iniettati da pochi, ma volenterosi infermieri, motivati dal detto “spes ultima dea”. Ti parlo e cerco di presentarmi; è educato farlo anche con un malato grave, che sembra non sentire. Leggi il seguito di questo post »