Cristina Campo traduce Emily Dickinson
Pubblicato da sparzani su dicembre 22, 2009
di Antonio Sparzani
Nel volume La tigre assenza sono raccolte molte della traduzioni che Cristina Campo, al secolo Vittoria Guerrini (1923 – 1977), pubblicò, da Friedrich Hölderlin, Eduard Möricke, Emily Dickinson, Hugo von Hofmansthal, San Juan de la Cruz e molti altri. Cristina Campo asseriva di avere l’orecchio assoluto per la letteratura. Io non so se l’avesse, so però che la sua prosa, così come la sua scrittura poetica, anche di traduzione, era inimitabile, perfetta. Una sua parola d’ordine era il sapore massimo di ogni parola, titolo del capitolo de Gli imperdonabili in cui parla di William Carlos Williams. Williams fu forse il poeta che prediligeva e che tradusse nel volume Il fiore è il nostro segno, scritto con Williams e Vanni Scheiwiller, che lo stampò nella sua straordinaria All’insegna del pesce d’oro. Qui comincio a proporre la traduzione di Cristina di quattro poesie di Emily Dickinson (1830 – 1886), tutte pubblicate in La tigre assenza.
Touch lightly Nature’s sweet Guitar
Unless thou know’st the Tune
Or every Bird will point at thee
Because a Bard too soon –
Tocca leggero la dolce
Chitarra della natura
Se non conosci ancora
La canzone.
O d’ogni uccello
Ti accuserà lo sguardo
Che ti facesti bardo
Innanzi l’ora.
What shall I do when the Summer troubles –
What, when the Rose is ripe –
What when the Eggs fly off in Music
From the Maple Keep?
What shall I do when the Skies a’chirrup
Drop a Tune on me –
When the Bee hangs all Noon in the Buttercup
What will become of me?
Oh, when the Squirrel fills His Pockets
And the Berries stare
How can I bear their jocund Faces
Thou from Here, so far?
‘Twouldn’t afflict a Robin –
All His Goods have Wings –
I — do not fly, so wherefore
My Perennial Things?
Che farò io quando turba l’estate,
quando la rosa è matura?
Quando le uova svolino in melodia
da un carcere d’acero: — che farò io?
Che farò io quando dai cieli in gorgheggio
cada su me una canzone?
Quando al ranuncolo dondoli tutto il meriggio
l’ape sospesa — che mai farò io?
E quando lo scoiattolo si colmerà le tasche
e guarderanno le bacche…
Resisterò a quelle candide facce
se tu da me sei lontano?
Al pettirosso non sarebbe gran pena:
volano tutti i suoi beni.
Io non ho ali: a che servono, dimmi,
i miei tesori perenni?
How sick — to wait — in any place — but thine –
I knew last night — when someone tried to twine –
Thinking — perhaps — that I looked tired — or alone –
Or breaking — almost — with unspoken pain –
And I turned — ducal –
That right — was thine –
One port — suffices — for a Brig — like mine –
Ours be the tossing — wild though the sea –
Rather than a Mooring — unshared by thee.
Ours be the Cargo — unladed — here –
Rather than the “spicy isles –”
And thou — not there –
Che tedio attendere
se non vicino a te,
l’ho saputo iersera
quando si volle avvincermi
forse vedendomi
affaticata o sola
o per cedere quasi
alla pena silente.
Io mi volsi, ducale —
a te solo spettava
quel gesto — un porto solo
vale a questa nave.
Nostra la ventura
per un selvaggio mare
meglio che un ancoraggio
non diviso da te.
A noi più tosto il carico
di un perenne viaggio
che le Odorose Isole
desolate di te.
I learned — at least — what Home could be –
How ignorant I had been
Of pretty ways of Covenant –
How awkward at the Hymn
Round our new Fireside — but for this –
This pattern — of the Way –
Whose Memory drowns me, like the Dip
Of a Celestial Sea –
What Mornings in our Garden — guessed –
What Bees — for us — to hum –
With only Birds to interrupt
The Ripple of our Theme –
And Task for Both –
When Play be done –
Your Problem — of the Brain –
And mine — some foolisher effect –
A Ruffle — or a Tune –
The Afternoons — Together spent –
And Twilight — in the Lanes –
Some ministry to poorer lives –
Seen poorest — thro’ our gains –
And then Return — and Night — and Home –
And then away to You to pass –
A new — diviner — care –
Till Sunrise take us back to Scene –
Transmuted — Vivider –
This seems a Home –
And Home is not –
But what that Place could be –
Afflicts me — as a Setting Sun –
Where Dawn — knows how to be -
Imparai finalmente che cosa la casa poteva essere,
come sarei stata ignorante
dei graziosi modi del costume,
come goffa all’inno
intorno al nostro nuovo focolare, se non per questo,
questa mappa del cammino
la cui memoria mi annega, come il battesimo
di un celestiale mare.
Quali mattine nel nostro giardino, immaginate,
quali api per noi a ronzare,
con solo uccelli a interrompere
il mormorio del nostro tema.
E un compito per ciascuno quando il gioco sia finito,
il tuo problema della mente,
il mio qualche effetto più frivolo,
un pizzo o una canzone.
Il pomeriggio insieme trascorso
e il crepuscolo per i sentieri
qualche soccorso a più povere vite
viste più povere attraverso i nostri doni.
E poi ritorno, e notte e casa,
una nuova e più divina cura,
finché l’aurora ci richiami in scena
trasmutati, più vividi.
Questa sembra una casa e casa non è
ma ciò che quel luogo potrebb’essere
mi affligge come un sole calante
dove l’aurora sa che cosa essere!
















carmine vitale detto
grande lavoro
grandiosa poesia
un caro saluto
c.
mariapia detto
Due meraviglie, due poetesse, una sola poesia
Maria Pia Q.
nadia agustoni detto
Molto bello questo post. Grazie
Anna Maria detto
Un dono prezioso questo post. Qualche giorno fa ho proposto una poesia di Donne nella traduzione di Cristina Campo, quella che mi sembrava cogliere più di ogni altra musicalità ed essenza dei versi di Donne.
Qui riporto le parole di Cristina Campo, che leggo nel bel saggio di Magda Indiveri, “La lentissima precipitazione” del tradurre (in La soglia sull’altro, Materiali. Bottega dell’Elefante, Bologna, dicembre 2007). Si tratta di brani dal carteggio con Leone Traverso, anche lui grande traduttore (tra gli altri, di Hölderlin):
“So già quel che vorrei dire, ma anche – ahimé – che solo Emily riuscirebbe a dirlo come desidero… Sai l’orlo della veste dell’angelo trattenuto e lasciato -”
“… fino a 3 anni fa non avevo assimilato quasi nulla di quanto avrebbe potuto servirmi come mestiere più tardi. E’ strano che per trovare nella memoria qualcosa che vi abbia decisamente gettato un seme io debba risalire ai 13 anni, quando copiai da una rivista inglese la poesia ‘A wife at daybreak’ di Emily Dickinson, allora pochissimo conosciuta in Europa (e a me totalmente ignota, si capisce)… unici semi che il mio terreno accolse completamente”.
Gena detto
Condivido, un bel post.
Cristina Campo su William Carlos Williams – Nazione Indiana detto
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