Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Pubblicato da giuseppepanella su dicembre 21, 2009
Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fineStoria contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporaneaquesta mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)
L’umanoide e la ragazzina. Francesco Verso, E-Doll, Milano, Mondadori, 2009 (Premio Urania 2009)
Nel 2053, a Mosca, viene ritrovato il “cadavere” di un e-Doll finito in una toilette per signore della Silitron, la ditta che li produce in massima parte. Parlare di “cadavere” è effettivamente improprio dato che gli e-doll, esseri sintetici ma perfettamente imitanti i corpi umani, non possono morire se non vengono “terminati” in maniera radicale strappandogli dalla profondità concava del loro petto un tubo di plastica che funge loro da pompa cardiaca. L’inizio parrebbe tipico di un noir della buona vecchia hard-boiled school (o forse di un neo-noir – come si preferisce classificare i romanzi di ambientazione futura che presenta storie poliziesche al loro interno). Ma siamo in presenza di qualcosa di più e, soprattutto, di qualcosa di molto diverso. Anche se il romanzo di Francesco Verso segue le linee principali dell’inchiesta e si sofferma a lungo anche sulla vita privata dell’investigatore, il tenente Igor Gankin, un uomo solitario abbandonato dalla moglie Ksenia e invaghito della meccanica amatoria dell’ e-Doll Shanna, non è certo l’agente di polizia moscovita il protagonista di questo secondo, folgorante romanzo di Francesco Verso, autore romano alla prova dell’iterazione del successo di una sua proposta narrativa (la prima era stata, appena lo scorso anno, l’inquietante Antidoti umani, pubblicato in prima edizione dalla Giovane Holden di Massarosa (Lucca) e in seconda edizione dalla EDS – Edizioni Diversa Sintonia).
Pubblicato da linnioaccorroni su dicembre 21, 2009
Come dopo un viaggio inconcludente e pericoloso. Come dopo un incontro che ci lascia perplessi, che ci spalanca più interrogativi che risposte: ecco ciò che si prova, dopo la lettura di una qualsiasi delle storie di Alice Munro. Alla fine di quelle pagine ci si ritrova con una manciata di polvere nelle mani, si rimane delusi e spiazzati. Leggi il seguito di questo post »
Igor Man è morto. E’ un dolore
sia professsionale che umano.
Era un grande giornalista, un uomo che ha incontrato i potenti della terra, un testimone del Novecento che ha scritto tante pagine indimenticabili.
E soprattutto, per quello che mi riguarda, era una persona per bene,
un gentiluomo.
Ho avuto la fortuna di conoscerlo, di ascoltarlo. Gli devo parecchio, dal punto di vista professionale: mi ha aiutato, praticamente senza conoscermi, quando gli ho mandato il mio primo libro, e anche dopo.
L’ha fatto semplicemente per stima, immagino, perché lui stava a Roma, era una grande firma, e io un semplice redattore che curava la rubrica di Oreste del Buono (altro intellettuale che ci manca tantissimo) nella redazione culturale de La Stampa. Leggi il seguito di questo post »
Lasciate che i bambini vengano a me. C’è tanto da fare in questo posto, chi meglio di un bambino può maneggiare un’arma, ammazzare senza chiedersi perché. Sono i soldati migliori, senza mogli né figli, non hanno da perdere se non la vita grama che li aspetta. Ma cos’è la loro vita di fronte a un nemico finalmente morto? Venite bambini, lasciatevi fare una carezza, e poi via, dove vi dico: ricordatevi di premere forte sul grilletto.
Se chi parla non è uno, ma una molteplicità in rapporto di esteriorità e contingenza (G. Deleuze/E. Glissant), e l’Io in quanto individuo (atomo) non ha, quindi, un rapporto con un sé sempre identico (immutabile), ma con una rete di relazioni storicamente determinate, che si realizzano come singolarità plurale – e ibrida per l’intreccio delle relazioni che ne passano lo stato dal virtuale all’attualità –, allora non è impossibile pensare e criticare l’economia poetica del tradizionale Io umanistico come una persistente feticizzazione che investe il soggetto e l’oggetto poetico.
Non mi pare una cattiva idea: calcolare lo stipendio sul contributo reale alla società civile. Scopriremmo che certi ingaggi sono un’escrescenza anomala che prescinde da ogni incidenza nella realtà del paese. Sarebbero a rischio presentatori, calciatori, politici, veline. Si capirebbe chi lavora perché riconosce dignità all’operare umano e chi cerca una scorciatoia per paradisi contraffatti e artificiali.
<È dai particolari che si vede l’artista, dicono. E io curo i particolari>.
Così era solito vantarsi, quello scrittore che sulle sue capacità letterarie accettava di buon grado qualunque sfida non temendo mai il confronto con chicchessia. Perché lui, nel confronto, si esaltava.
1.
C’è qualcosa.
Qualcosa di buono e confuso.
Mentre si stringono sul divano. Fuori fa freddo, in molti dormono. Molti che non sono loro.
C’è appena una lampada accesa, in un angolo.
Il ticchettio ovattato di un orologio che da un’altra stanza insiste.
Il calore tra loro potrebbe espandersi.
Ma non si muovono.
Nessuno dei due accenna, agisce su muscoli, ossa e dita.
Nessuno dei due si decide a mutare ciò che c’è tra loro, ciò che sono. Leggi il seguito di questo post »
Per noi è un giallo, magari avvincente: chi sarà stato? Quali prove fanno propendere per l’una o l’altra soluzione? Siamo in attesa della novità, del dettaglio che poteva essere sfuggito, quello che incastra una volta per tutte il colpevole di turno. Un gioco. E’ la tensione che fonda il successo del thriller, anche quello nobile, come Il nome della rosa, uno sguardo ludico sulle geometrie brillanti del delitto. Ma dalla parte della storia la vista è diversa, si affaccia sull’angolo oscuro dei rifiuti, il tanfo dei residui rancidi, l’angoscia senza nome, che della rosa non ha più le tracce del profumo che fu, ma soltanto le spine.
“L’inquieto vivere segreto” (Transeuropa, 2009) si sostanzia di un surrealismo che mette insieme atmosfere alla Alberto Savinio con un sordo pessimismo di stampo bernhardiano, in una sintesi tutta personale che avvicina il grido disperato del romanzo di Krauspenhaar “Le cose come stanno” (2003) con l’analisi del rapporto padre-figlio di “Era mio padre” (2008) rovesciando il tutto specularmente, tentando così di andare all’osso di quel fenomeno di incubo illusionistico che è spesso la vita.
“L’inquieto vivere segreto” (Transeuropa, 2009), due aggettivi che rimandano a due condizioni, l’inquietudine e la segretezza. Ti chiediamo di spiegarci in che senso il vivere è segreto, nell’esistenza fittizia dei protagonisti narrativi e in quella reale da cui la narrazione prende avvio. Leggi il seguito di questo post »
Dalle discussioni in rete di questi ultimi giorni sui principali siti e blog sono emerse in particolare due indicazioni che reputo importanti: la necessità di riconoscersi (come intellettuali e cittadini) in un’etica comune partendo da valori, posizioni (non scrivere, nel caso specifico, su giornali di destra) e analisi condivise, e di iniziare a pensare ad un progetto comune di cambiamento. E’ un dato di fatto, al di là dei sondaggi e della retorica, che in tanti ci si senta rappresentati poco o nulla dagli attuali schieramenti politici, di governo e di opposizione, pur ritenendosi fondamentale la difesa dei principi scritti nella Costituzione. Leggi il seguito di questo post »
Ci sono giorni che non c’è da mangiare. Non tutti sono disposti a un digiuno d’avvento, soprattutto se la vita è una penitenza continua. Allora ti tocca decidere: trasgredire il settimo comandamento, la legge umana, la buona educazione, l’immagine sociale; o morire di fame, tu e i tuoi, l’unico possesso che rimane, l’unico peso che grava sul cuore.
Pubblicato da giuseppepanella su dicembre 17, 2009
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
«Tessendo, neppure con troppa partecipazione del resto, l’elogio necessario della frivolezza, che è stata sempre la virtù dei grandi ingegni. Per pronunciare davvero il sublime, penso che occorra partire dal calco, dall’orma, da una traccia sottile. Per una legge dell’inversamente proporzionale: quanto più è basso il tono, tanto più alto è l’effetto. Non è che intenda, per carità, rinunciare alla “grandezza” delle cose. Ma trovo giusto rilevarla nella loro “piccolezza”. E mi piace soffiarci dentro quell’arietta frizzante che fa, del castello di Atlante, l’attracco delle astronavi per il resto dell’universo» (Paolo Ruffilli, Appunti per una ipotesi di poetica).
Largo se le hace el día a quien no ama
y él lo sabe. Y él oye ese tañido
corto y curo del cuerpo, su cascada
canción, siempre sonando a lejanía.
Cierra su puerta y queda bien cerrada;
sale y, por un momento, sus rodillas
se le van hacia el suelo. Pero el alba,
con peligrosa generosidad,
le refresca y le yergue. Está muy clara
su calle, y la pasea con pie oscuro,
y cojea en seguida porque anda
sólo con su fatiga. Y dice aire:
palabras muertas con su boca viva.
Prisionero por no querer, abraza
su propia soledad. Y está seguro,
más seguro que nadie porque nada
poseerá; y él bien sabe que nunca
vivirá aquí, en la tierra. A quien no ama,
¿cómo podemos conocer o cómo
perdonar? Día largo y aún más larga
la noche. Mentirá al sacar la llave.
Entrará. Y nunca habitará su casa. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da fabriziofalconi su dicembre 16, 2009
Passiamo tutta la vita a ricercare quei momenti – quanti sono, due, tre, quattro, in una intera vita ? – nei quali sentiamo che il mondo si ferma. Noi ci fermiamo al centro, e noi siamo al centro. Una specie di lenta benedizione scende su di noi. Ogni nostra percezione appare amplificata, e non ci sentiamo più divisi. In quei rari momenti non c’è più il me che vive e il me che mi guarda vivere. Sono soltanto io, al centro dell’universo.
E’ un momento rapido e sfuggente, in cui è come se avessimo percezione di un oltre. Di qualcosa oltre l’apparenza, che ci osserva e ci contiene. Dura poco. E più lo cerchiamo con volontà, più non ritorna. Leggi il seguito di questo post »
Sulla libertà si condensano le opinioni più diverse: difficile che un militare e un anarchico la pensino allo stesso modo. Quando poi bisogna decidere per tutti, la questione si fa ancora più spinosa: come distinguere tra repressione e garanzia del vivere civile? Da quale parte sbilanciarsi? Da quella del divieto, che rischia di soffocare la libera espressione nel suo nascere, o della fiducia, col dubbio che venga tradita in modi intollerabili? Per me la libertà è adesione al bene e alla giustizia: ma abbiamo tutti la stessa idea di bene e di giustizia in questo mondo?