Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Comprendo la lotta: la mia vita è così, non si sa mai come andrà, un momento dopo. Sher Khan ha combattuto con l’anima fra i denti, anche al fianco di Di Liegro, un santo, per me, al pari di don Mario. Sher Khan: cinquantacinque anni di stenti e sacrifici, per diffondere la voce degli ultimi, dei disperati che nessuno ascolta. Nessuno? Vorrei lasciare a te, morto di freddo, le parole di Isaia: che ti siano di conforto. Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna; perché egli ha abbattuto coloro che abitavano in alto; la città eccelsa l’ha rovesciata, rovesciata fino a terra, l’ha rasa al suolo. I piedi la calpestano, i piedi degli oppressi, i passi dei poveri.
Pubblicato da giuseppepanella su dicembre 10, 2009
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
Alla ricerca di poeti dimenticati. Il satori sulla spiaggia. Luigi Fallacara, Spiaggia di Shelley e altri inediti, premessa e cura di Fabio Flego, con un saggio di Gaetano Chiappini, Viareggio (LU), Pezzini Editore, 2002
Scrive Gaetano Chiappini nel saggio (Cercando il fiore nell’ombra) che inaugura questo volumetto di inediti di Luigi Fallacara, un poeta forse fondamentale per il Novecento toscano ed italiano, oggi assai poco ricordato e spesso dimenticato senza pietà quando di essi si parla in chiave storico-critica:
«”Inventerà così le profezie / della forma che eternamente dura / esatte d’una esatta geometria // inventerà dentro il commosso mare / dell’esistere un fondo in cui lasciare / quell’ultima dolcezza della vita // E’ questo il gesto di sempre della poesia fallacariana, un’esperienza intensa, sensibile e mentale di simbolizzazione, che, se non elimina la realtà immediata, la supera e la rende eterna come punto fermo della vita e del suo mutare nei tempi e negli spazi. E’ come un incline prodigarsi della carezza della mano e dell’occhio, che scruta scrupolosamente il reale nella “presenza vegetale” e di tutto il certo e stabile del visibile, almeno per un istante, saldo ed immobile. Che poi sarà affidato alla paziente rassegnazione a cui ci richiama l’eterno della natura – la certezza del ciclo – che vive e continua a vivere mentre noi la lasciamo con un sospiro alle nostre spalle» (p.14).
La nitidezza del paesaggiola trasparenza, la profondità e il miracolo di quell’incontro dell’acqua, della pietra e della luce… ecco la sola conoscenza, la prima morale. Questa armonia non è illusoria. È reale, e davanti a lei sento la necessità della parola. Andreï Makine
I fiumi sono strade che camminano. Blaise Pascal
L’Aurelia attraversa la Liguria come uno zigzagante schidione. Può provocare inquietudine, incutere timore persino, con l’intensità del suo traffico, oppressivamente rumoroso di giorno e sciabolante di fari la notte. Era diverso, nell’infanzia, quando l’emozione della Riviera consisteva, per me, nell’odore della salsedine, in una fila di palme e in un inedito schieramento di negozi che esponevano canotti, remi, salvagente, pinne, sacchetti di conchiglie. Sulla spiaggia giacevano, leggermente obliqui, magnetici barconi neri listati di bianco. Leggi il seguito di questo post »
Di retorica su Chet Baker se n’è fatta e ancora se ne farà, a non finire. Il James Dean del jazz, il maudit, la sofferenza, la sublimazione, il romanticismo, amore e morte.
Tutto vero, per carità. Ma in tutto ciò si perde un’informazione fondamentale: che Chet era un grande musicista. Grande, intendo, anche dal punto di vista tecnico (almeno da giovane, prima che gli stravizi cominciassero a rovinargli voce e imboccatura).
Se guardo il cielo, opera delle tue dita,
la luna e le stelle, che tu hai fissato,
che cos’è l’uomo, perché te ne curi,
il figlio dell’uomo perché te ne dia pensiero?
Un punto appena visibile, un insetto, una formica, una materia senza peso destinata a una discesa inevitabile verso la rovina.
Eppure l’hai fatto poco meno di un Dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.
Che ne pensi, don Claudio, del salmo che fa piangere ogni sacerdote? Dov’è la commozione dentro l’ultimo fotogramma oscuro della massa assassina e immacolata?
Io sono un componente.
Non servo quasi a niente
da solo
ma mi inserisco ovunque
unisco, reggo, chiudo,
metto in moto, finisco, perfeziono. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da robertorossitesta su dicembre 9, 2009
Le nostre esistenze si svolgono su mappe in scala 1:1. Su mappe siffatte i confini non si vedono; è principalmente per questo che alcuni di noi li superano. Leggi il seguito di questo post »
Il primo innesto di un ramo dell’albero di castagno che Anna Frank guardava dalla sua finestra è avvenuto in un parco cittadino di Amsterdam. Il castagno sta morendo e gli innesti serviranno a far crescere altri alberi. Altri 150 rami verranno piantati in diversi paesi del mondo in omaggio alla memoria di una ragazzina ebrea morta in un campo di concentramento nazista lasciando nella soffitta dove si nascondeva con la sua famiglia un diario. Quel diario ci ha raccontato la disfatta dell’umanità come pochi libri hanno potuto e saputo fare. Leggi il seguito di questo post »
Ho sempre amato vocabolari, dizionari, lessici, repertori linguistici d’ogni tipo e natura. Forse per la lettura precoce di Italo Calvino, uno che tornava su una frase, una singola parola finché la sentiva meno imperfetta possibile, meno soggetta al disordine, all’entropia che tutto inghiotte. Il finale del Barone rampante è una testimonianza impressionante del campo di battaglia che era la sua pagina; ma anche in Se una notte d’inverno un viaggiatore il confronto tra lo scrittore produttivo e lo scrittore tormentato recava il segno di una lotta senza fine per portare alla luce il nitore di un vocabolo, il riflesso semantico di un giro di frase ben tornito. Oggi mi rendo conto di quanto sia necessario un esempio come il suo, quanto la nostra lingua abbia bisogno della sua ossessione, della guerra dichiarata al caos grammaticale, che ne trascina inesorabilmente altri, nella sua rovina.
Era un’intellettuale, una mistica, una poetessa. Una donna
sensibilissima, a tutto tondo, nemica del culto della forza, proprio negli anni violenti della seconda guerra mondiale. Era una “pasionaria” animata da una fede assai concreta, una persona onesta che scriveva benissimo, perché si sforzava di pensare bene. Si mescolava alla gente, cercava di restare umile. Innamorata della Croce, diceva, ma di quella del buon ladrone.
Non voglio che finisca l’anno – nel 2009 ricorre il centenario della sua nascita – senza parlare di Simone Weil: ne abbiamo letto molto poco, su quotidiani e periodici – figuriamoci in tv – quindi cerco di mettere in ordine qualche idea, soprattutto per me stesso.
Mi sono state particolarmente care le pagine de “I catari e la civiltà mediterranea”, dedicate alla civiltà occitana e scritte a Marsiglia nei primi mesi del 1942. In esse la grande pensatrice descrive la parabola discendente dell’Europa e della civiltà occidentale, il bivio violento imboccato a partire dal Duecento, e che l’ha portata quasi a diventare “l’impero della forza”.
Analizzando la “Chanson de la croisade albigeoise” (poema epico medievale e in lingua d’Oc che descrive gli ultimi palpiti della civiltà occitana, per dirla in modo semplicistico la civiltà dei trovatori, allora in pieno sviluppo, diffusa soprattutto nel Midi Francese e in parte anche in Italia), Simone Weil spiega con lucidità le conseguenze del massacro voluto con la crociata contro gli Albigesi dalla Chiesa e dal re di Francia. Leggi il seguito di questo post »
Per chi vede la faccenda in questo modo, non c’è altro da dire. Eppure è un fatto che, periodicamente, gli scrittori si sentono soffocare in una camicia di forza e, di solito, la identificano nel genere letterario imperante. È così che sono nati il romanzo senza trama, il romanzo-saggio, il romanzo-in-cui-non-succede-niente, ecc. ecc. Ma è stato come fuggire da Scilla e andare a sbattere in Cariddi: cambiare genere significa evitare le caratteristiche formali di un cliché. Se però la sostanza è la stessa, a che serve vestirla di nero, di giallo o di rosa?
Uno scrittore che riflette su ciò che scrive vorrebbe raccontare storie che, invece di stare in piedi a base di metafore, siano esse stesse grandi metafore inspiegabili, come è senza spiegazioni la vita. Ma un romanzo non nasce da una scelta razionale: chi ha una storia in testa deve buttarla giù e finché non lo fa non può pensare ad altro. Solo più tardi, quando si rilegge, capisce di aver applicato questo o quello schema, e allora si guarda allo specchio e si domanda: sono contento di aver scritto un giallo (o un noir, un rosa, un romanzo storico, una tragedia borghese, un vaudeville…)? È davvero questo ciò che volevo scrivere? Leggi il seguito di questo post »
Prima o poi finisce male. Conosco l’amarezza della critica, il bruciore del disprezzo. Vabbe’, andiamo a sentire ‘sta messa comunista, detto alla moglie che insiste per entrare. In realtà si parla d’altro, anzi, dell’altro: la ricerca di un rispetto perduto, di una dignità dimenticata. Si rischia, è vero, ma la fede non è stata un rifugio per nessuno, la nostra è cominciata con uno ammazzato sul patibolo. Mi stupisce chi vorrebbe conciliare cristianesimo e tranquillità. Cristo non è un sedativo per dormire meglio, è un eccitante per rimanere svegli, per difendere l’ultima trincea dell’esserci.
Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fineStoria contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporaneaquesta mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)
Periodicamente il mistero Majorana ritorna ad occupare le pagine culturali dei giornali e (meno spesso) gli scaffali delle biblioteche. Ma che cosa è successo veramente al geniale fisico siciliano di Catania? E’ quello che probabilmente nessuno, nonostante le ipotesi più fantasiose, saprà mai.
Il libro di Leandro Castellani cerca di rispondere a questa domanda partendo dai dati noti. Lo stesso aveva provato a fare l’attento e ben filologicamente accurato volume di Erasmo Recami ormai giunto ala sua quinta edizione (Il caso Majorana: epistolario, documenti, testimonianze, Roma, Di Renzo, 2008). Stesso scopo aveva avuto il romanzo “storico” di Leonardo Sciascia (La scomparsa di Majorana, Torino, Einaudi, 1975) da cui ha ripreso vigore l’interesse di molti lettori anche non addetti ai lavori (quale era lo stesso Recami all’epoca, che Sciascia, nel suo libro, definisce giovane ricercatore e che oggi, invece, risulta insigne fisico teorico professore presso l’Università di Bergamo) ma puri appassionati all’enigma rappresentato dalla scomparsa dello studioso siciliano. Tra di essi c’è stato probabilmente anche il grande economista Federico Caffè che proprio al testo sciasciano sembra essersi ispirato per mettere in scena la propria scomparsa personale (è quello che sostiene Ermanno Rea nel suo L’ultima lezione, Torino, Einaudi, 20002, p. 18, dedicato per l’appunto alla scomparsa di Caffè; dal libro è stato tratto anche un film dallo stesso titolo, diretto da Massimo Martella e Fabio Rosi, ma non particolarmente riuscito).
A man is only as good
as what he says to a dog
when he has to get up out of bed
in the middle of a wintry night
because some damned dog has been barking;
and he goes and opens the door
in his vest and boxer shorts
and there on the pock-marked wasteground
called a playing field out front
he finds the mutt with one paw
raised in expectation
and an expression that says Thank God
for a minute there I thought
there was no one awake but me
in this goddamned town. Leggi il seguito di questo post »
Il 9 dicembre 2009 (ore 17,30-21, Sala del Grechetto di Palazzo Sormani, Corso di Porta Vittoria 6 – Milano), L’Associazione Milanocosa presenta, a cura di Adam Vaccaro, il convegno Il giardiniere contro il becchino – Memoria e (ri)scoperta di Antonio Porta, Con interventi di: Gio Ferri, Gilberto Finzi, Milli Graffi, Niva Lorenzini, Maria Pia Quintavalla, John Picchione, Italo Testa, Gianni Turchetta, Adam Vaccaro, Patrizia Valduga, e la partecipazione di Rosemary Liedl Porta.
A venti anni dalla scomparsa e alla pubblicazione del libro Tutte le poesie (1956-1989), Garzanti, il convegno – che avrà anche un intermezzo al pianoforte di Giuliano Zosi – intende offrire contributi critici e testimonianze, relativi a “un poeta e una presenza culturale che vogliamo ricordare per i molteplici sensi ancora attuali della sua eredità”.
Info: Associazione Culturale Milanocosa – c/o Adam Vaccaro, Via Lambro 1 – 20090 Trezzano S/N
e-mail: info@milanocosa.it;
Il 10 dicembre 2009 (ore 9-19, alla Università Statale di Milano, Sala Napoleonica – via Sant’Antonio) Giornata di studio “Mettersi a bottega”: Antonio Porta e i mestieri della letteratura, organizzata dal Dipartimento di Filologia moderna, Centro APICE, a cura di Gianni Turchetta, con Umberto Eco, Niva Lorenzini, Enrico Testa, Paolo Giovanetti, Maria Carla Papini, Giancarlo Majorino, Stefano Raimondi, Alessandro Terreni, Arturo Schwarz, Carlo Formenti, Aldo Tagliaferri, Maurizio Cucchi.
Il convegno intende ricordare Leo Paolazzi-Antonio Porta a vent’anni dalla prematura scomparsa, attraverso testimonianze, riflessioni e discussioni. La giornata si propone di evidenziare i molteplici aspetti della personalità di Porta: poeta, manager editoriale, organizzatore culturale. L’evento, pertanto, vuole costituirsi anche come omaggio a una figura centrale per la cultura cittadina, e si chiuderà con una tavola rotonda, in omaggio al dialogo e al confronto intellettuale, che sempre hanno caratterizzato il lavoro di Porta.
Info: Gianni Turchetta giovanni.turchetta@unimi.it ; Alessandro Terreni alessandro.terreni@unimi.it
In questi giorni si è discusso animatamente – e probabilmente ancora si discute – su Lpels, di Darwin ed evoluzionismo. Difficile accordarsi sui presupposti e lo svolgimento scientifico della teoria e di tutti i corollari che comporta. Al termine evoluzionismo preferisco la parola evoluzione, perché porta il segno di una crescita, di un superamento. Potrei fare mille esempi; il primo che mi viene sotto mano è questo.
di Georg Wilhelm Friedrich Hegel
Wolfram Von Eschembach
Giuseppe Segato
**Presentazione**
Ci sono stati anche in passato dei tentativi del Fumetto a invadere lo spazio della Filosofia, ma non essendo ritenuto un mezzo di comunicazione adatto ad argomenti impegnativi e culturali, i risultati non hanno avuto larga risonanza e queste sono rimaste edizioni del tutto sporadiche.
Per lo più si era cercato di rendere i concetti filosofici per immagini, restando sempre comunque nell’ambito di una scrittura filosofica.
Invece a ben pensarci, liberando la mente da pregiudizi scolastici e accademici, la faticosa esplorazione mentale di un filosofo nel vasto e in gran parte inesplorato campo della conoscenza può ben a diritto essere paragonata a un difficile e periglioso cammino in uno sterminato spazio sconosciuto irto di ostacoli logici e di imprevisti congetturali.
Intraprendere la costruzione di un sistema filosofico è un’avventura umana non dissimile, così per dire, dalla conquista del Messico fatta da Cortez o dalla Crociata di Goffredo di Buglione per liberare il Santo Sepolcro in quanto a difficoltà, contrattempi, risultati, sia nei successi che nella sconfitte. Pertanto qui si è raccontata la filosofia non come “Filosofia”, ma come un’avvincente storia di avventura paragonando il sistema filosofico di Hegel a un romanzo cavalleresco ove si descrivono intrecciati parallelamente e simultaneamente l’alternarsi delle Tesi, delle Antitesi e delle Sintesi con i vari e successivi episodi dell’eroica impresa. Leggi il seguito di questo post »
Di ritorno da un pellegrinaggio, un uomo acquista in città uno specchio, oggetto a lui ignoto. Crede di riconoscere nello specchio il volto del padre e, al colmo della gioia, lo porta con sé.
A casa, lo ripone in una cassapanca, non ne fa parola con la moglie e, di tanto in tanto, quando si sente triste e solo, va «a trovare suo padre». E dopo, ogni volta, la moglie nota in lui un’aria strana. Così lo spia, e un giorno lo vede aprire la cassapanca e restarvi chino a lungo. Leggi il seguito di questo post »
María del Socorro Vicente González, indicata dalla stampa internazionale come la madre del sub comandante Marcos, è morta il 2 dicembre all’aeroporto di Città del Messico a causa di un infarto, mentre era in attesa dell’imbarco per il volo che doveva portarla a Tampico. Una donna di una certa età muore in un aeroporto e ci dicono che ha un figlio che è il simbolo del più strano esercito apparso negli ultimi decenni in un paese dove i diseredati sono milioni e dove i discendenti dei Maya hanno osato alzare la testa dopo qualche centinaio di anni per dire quanto sono stanchi di oppressione, dolore, miseria, morte e violenza. Leggi il seguito di questo post »