Magnificat. Poesie di Cristina Annino
Pubblicato da nadiaagustoni su gennaio 7, 2010
(Com’eravamo. 2002 Cristina Annino)
Magnificat
Tinto fino alle gambe d’un
combusto odore di gas, l’occhio
sinistro rigido di pensiero
mescolato a formiche.
E’ tanto
sfatto di sé, pieno, vuoto
stanco con
spartiti nello spazio
minimo. Vorrebbe
farla finita, ma prende in
mano- biglietto d’ingresso
o tessera del pane- il
talento che ha e lo
mostra nell’intento
carnivoro di mangiare. Mangia.
Ché
di più credendo, con
barbara fedeltà al
l’ Altezza,
qualità dei reni o
massa musicale, a quanti
ottoni ancora lo
percuotono dentro come
tegami di casa sua. Con tale
elastica facoltà da
pompiere senza
pompa, anche non volendo
lo fa (ma chi tira le
redini qui?) vola lui su con
l’asta, poi entra- nota per
nota- nel
magnificat stato della
mente. Lo vede. Si
scuote insieme ogni
stanza, suola in su, che
nuota senza rete anche
l’acqua. Tale
fascia sonora, ossessione! la
ferma inutilmente per un
po’ con le mani. Poi indietro,
lui casca.
Corale
Abbiamo preso le vostre
scorie, abbiamo sofferto per
farcele
entrare dentro; c’avete fatto più
male di quanto credete. Lo
dicono gli
alberi, mica noi. Eppure questo
panorama scortese, coi
gradini da un lato, mostra a
voi fermi, il Transito. Con
salto strusceremo la
terra. Siamo
stati quel che si poteva.
Soli, nel
senso magari di vera
fagocità; ci s’è
scappati di mano, può
darsi, per ansito forte
di sogni. Ora,
lividi di lingua, zitti, si
siede sopra noi come
tromba, l’aria e lo spazio.
Kancro
Qui giace per killer, una
persona. Lei sta sulla
riva, lui ormai non sente le
pedate che da, bacino
ondulante d’uccelli. C’è
intorno
processo di cavallette; tanto
bella parrebbe la vita! Bon-
Bon ce la mise
tutta, con pillole, erba, sedie,
la riva eran ciglia quel giorno, e
la stanza li piglia come pianta
carnivora. Non
poteva di più, sarebbe stato
cine, una storia finta. Così
anche viveva il pianeta. Gambe
a cadere bonificando, ma lui
si turbò, si mise in piedi e
ascoltava. Chi? Dio
falconiere, voce grigio
porosa da
marmo di scarto, che fa pipì nel
secchio che trova, vola via e
chi l’ha
visto, ora sul serio lo vede. Un
anno, ti do
diceva –t’ascolto- perciò piano
col vostro calore! Ti do
proporzionalmente il peso d’un
chilo di piume al piombo, palla
che passa quel solo
millimetro dal filotto. Poi
basta. Bon-Bon
di vainiglia, bollente la
faccia e sotto, sirena,
s’attorcigliò invano alla
canna del killer.
Il Macché
Rideva male e sparì. Prima,
soffiando dall’otre eventi
su quella croce di sedia,
sembrava chissacché o un
abate. Religioso sempre, afoso
di santità, che la
carne è sacra come l’oro, da
rispettare. Lui brillava di
“macché” calando con
loro nella fossa.
“Non risponde nessuno!” diceva
imbecille “il mare è frullato!”.
Era un essere troppo
sporco, troppo
malato, poco girato sul
tronco, poco buffo. E
opprimente
non rompesse il muro del
suono. Così, fantasticando,
crepò, ma come si
deve, con grazia. Com’un
animale. Ritrasse gli arti
principali al bacino, gli
altri in fondo alla
sacca; infine soffiò
sulla
macchia di sé, giacché
era stato di carne e anche
straccio divino, ma aveva
abitato la vita ignorante.
Onore all’ignoto
Cresce dal vuoto, muto; il
taglio forte d’uccello lo
brucia. Si solleva
così, fischiando perché visse.
“Che faccio del
corpo rigirato in avanti?
Dove
sta il bottone d’una nota,
comando, oltre il muro triste
della corteccia? Rigido in modo
servile, volendomi nitrire un
suono e basta.” Soffia, e
con la mente preme il tasto
sbagliato dell’ossigeno. E’ il
modo in cui respira che lo
rende muto, ma così lui
si lagna. “Chi l’ha messo
quaggiù? S’aprirebbe un
poema a fare questa
domanda, ché strappa la
natura a manciate, pota
via il pino di sé, finché
rivà fin dove
non parla –suolo in giù-. Gli
nitrisce la cima.
Dentro l’urna
La pena serpente gli
stacca ogni giorno un pezzo di sé
che distende per aria. Eccola
lì, la sua
carne al vento vescovile. Va
sempre a nanna così, col quarto
di bue. Transita i suoi
chili romantici. Mica bene,
ossigeno puro ammoniaca
distanza! “ Ma non c’è sul
serio un posto dove nasconderci
in quest’odore uguale di tutte le
lingue, le tristi membra alcoliche,
d’acqua, i nodi delle varici coi
nomi latini di botanica?”
Souvenir della Sfinge
Poderosa quanto
pesa un quintale, ecco si gira
in forse; ferma alle quattro
zampe che intravede più
del cielo sopra. Con
coscienza
mortale dell’evento, e che
niente può più
succedere d’ordinato. Tra i
suoi miti d’ alberi, ogni
frase cadendole dal
fondo nel respirare (musica
solvente!) ridà, come
manna, altro suono uguale
a sé. Mettendo fine
ubiquamente di nuovo
allo stanco vocabolario
del mondo.
Nota di Nadia Agustoni
Magnificat (1969-2009) puntoacapo Editrice a cura di Luca Benassi e con una nota critica di Stefano Guglielmin, raccoglie l’opera poetica di Cristina Annino, voce tra le più singolari e autentiche della poesia italiana fin dagli esordi nel 1969. La poesia di Annino ha nella potenza della propria visione la capacità di spaesarci, come nei testi qui proposti . In questo addensarsi di voci, estratto dalla parte finale della raccolta Magnificat, c’è il quasi toccarsi dei vivi e dei morti, la loro non lontananza e la soglia dove chi transita sembra sussurrare e dire una verità, che se in un primo momento sentiamo come la loro verità, a un secondo ascolto comprendiamo che è invece anche nostra: “ abbiamo preso le vostre scorie,/ abbiamo sofferto per farcele/ entrare dentro; / c’avete fatto più male di quanto credete./ Lo dicono gli alberi/ mica noi. “ Mondi che non hanno confine preciso: umano e animale e vegetale intrecciati in un’umile, ma pur sempre splendente vitalità. E intrisi anche dello stesso mistero che le parole ci rimandano, mostrandoci nel laggiù d’ogni esistenza, il suo essere alto e basso, cima, radice e corteccia e infine o forse fin dal principio, ariosa, quasi beffarda e tragica, presenza.
NOTA BIOGRAFICA
Cristina Annino nata ad Arezzo vive e lavora a Roma. Si laurea in Lettere moderne a Firenze dove svolge un breve assistentato. Scrive già nella prima infanzia e anche allora in maniera “pubblica”, suscitando la stima dell’allora vecchissimo Corrado Govoni e di Giuseppe Ungaretti. A Firenze frequenta i caffè letterari Pavskoski e il caffè San Marco sede allora dei giovani del Gruppo 70, entra in contatto con Franco Fortini, Giovanni Roboni, Elio Pagliarani e altri. Esordisce nel 1969 pubblicando da allora 10 raccolte poetiche e un romanzo, oltre a numerose plaquette, tradotte anche all’estero. Pur mantenendo sempre attivo il filo della vena creativa, la sua produzione editoriale e la presenza nel mondo delle lettere è stata discontinua, per scelta e per motivi privati. È presente in numerose antologie, sia italiane tra le quali l’ultima Variazioni di rotta con nota introduttiva di Stefano Guglielmin, che straniere. Collabora con diverse riviste in Italia e all’estero soprattutto tedesche, spagnole, messicane. Da alcuni anni si dedica anche alla pittura ed ha al suo attivo mostre significative, personali e collettive. Fa parte dell’agenzia d’arte spagnola Artelista.















viola detto
grande Annino, piena di energia nei suoni e soprattutto nell’*intelletto*, V.
nadia agustoni detto
Quella di Cristina Annino è una ricerca poetica singolarissima. Ogni volta che la leggo riesce a far apparire un mondo.
La ringrazio per averci dato questi testi.
Grazie a Viola, ai lettori e a chi interverrà.
renatamorresi detto
mi piace molto questa poesia, annino mi suona come una jolanda insana del centro italia, con quella forza materica e la mistica da monasterium femminile e controculturale – mi piace questa voce oracolare mescolata all’ironia colloquiale, un commentario implacabile che aspira all’esattezza e all’insondabile distanza dell’affresco – mi piace anche la scelta di andare e tornare dalla poesia senza l’ansia della presenza ad ogni costo -
grazie dunque, nadia, per questa silloge e per la nota, e grazie a cristina annino, naturalmente
un saluto caro,
r
cristina annino detto
Nadia prima di tutto: grazie per la bella ospitalità, e per la nota degna di questo blog. Un saluto molto caro a Viola che interviene con la solita efficece eleganza che ormai conosco e stimo.
Renata,a parte i complimenti per i quali ti ringrazio, il tuo intervento, per quanto mi riguarda, è interessante,ma non sempre “in tema”, se posso permettermi. Il problema del “monasterium femminile” ad esempio, va contro ogni pur fantasiosa idea sulla mia poetica. L’”anticulturalismo” poi (è stato anche discusso tra noi in privato),non mi trova d’accordo. Comunque grazie dell’intervento perchè ha una sua corposa maturità. Meriterebbe un seminario su cosa è e non è poesia. Mica scherzo!
Cristina Annino.
Mariella Bettarini detto
Grazie, cara Nadia, per averci dato modo di leggere questi forti testi di Cristina Annino, un’autrice che ho conosciuto personalmente a Firenze, tanti anni fa. Un’autrice autentica,ricca di una scabra ed insieme vigorosissima poesia.
Grazie e un saluto da
Mariella B.
renatamorresi detto
ciao cristina, certo che puoi permetterti, anzi è un piacere, e poi sono io che mi sono permessa queste due, tre pennellate un po’ vaghe, da approfondire e spiegare ovviamente, ma ci sarà tempo e modo, spero (per ‘monasterium’, per citare viola, intendevo un po’ quella separatezza della mente della pizia…)
un saluto caro
r
cristina annino detto
Ciao, Mariella, sai quanto tra noi la stima sia reciproca, grazie dell’intervento, e forte è la nostalgia dei tempi di Firenze!
Ci sarà modo, Renata, di parlarci e sarà un piacere. Trovo sia interessante magari fraintenderci per poi chiarirsi, allunga l’interesse, rendendolo più coinvolgente. A presto, dunque, Cristina!
giampaolo detto
stanco vocabolario del mondo: la Annino sembra voler smentire questo suo verso, o poterlo fare in aiuto al mondo, magari. mettendolo in salvo, forse. per far sì che la stanchezza non ceda il posto a una stanchezza ultima. ho letto ancora poche poesie sue – aspetto di ricevere il libro – e quel che ho letto mi ha fatto saltare sulla sedia, questo non perché “l’originalità”, e neppure perché “il forte impatto”, probabilmente il verso prende e fa ruotare, anche un po’ girare la testa, come perdersi come ritrovarsi un’ora dopo, un po’ illuminati. la poesia che ti porta in direzione altra facendo la medesima strada, o che non ti porta ma si lascia portare, si fa strada essa stessa. e la ruota dei sentimenti, l’animo acceso, un sentiero precipizio arcobaleno, triangolo scaleno che se non ricordo male tra tutti era il più insolito, o strano, fa così: c’è geometria in questa poesia? forse potrebbe rispondere la parola stessa con le sue “quattro zampe”. ciao. giampaolo – scusate l’ora tarda, cioè scusate dove “esagero”, magari (di)vagando magari no
Pietro Roversi detto
Cari tutti che leggete qui,
premesso che l’ultima cosa che uno vuol fare dopo aver letto Cristina Annino e’ scrivere o anche solo parlare (a me fa solo venire voglia di rileggerla, ogni suo testo una droga – o forse e’ per via che e’ come trovare la finestra e respirare una boccata d’aria in una stanza d’aria viziata, uno ne vuole ancora e ancora e ancora) aggiungo anche io qualche riga da lettore di questi testi. Se non altro come ringraziamento per chi li ha messi online, che si e’ messo a servizio di tutti. E anche come espressione delle gioia immensa che leggere queste cose mi da’ ogni volta: e allora diventa anche un grazie a Cristina. In fondo capire d’aver scritto un testo che da’ gioia deve essere una gran soddisfazione. Ma veniamo ai dunque.
Queste poesie sfibrano la parte del cervello asfittica (e da qui sgorga mi pare il morso atroce o almeno il lieve mal di testa, la vertigine che danno) e al tempo stesso ossigenano il meglio di noi. Rivelano com’e’ meraviglioso il mondo, quali tesori nasconda, o anche no, quali tesori abbia pronti per chi voglia notarli. Penso soprattutto alla lingua italiana, penso a come se mai in futuro pensero’ all’italiano come una lingua frusta o letteraria o peggio centrata sulla RAI, poi sapro’ andando a rileggere la Annino che invece no, e’ una lingua immensa, come tutte le lingue forse? quelle degli altri non le sappiamo mai apprezzare fino in fondo. Mi fa sorridere che la Annino sia toscana! c’e’ un cortocircuito qui tra Dante e la Annino. Aiuto! non saranno queste le ultime poesie italiane? l’omega delle patrie lettere? chiudono il cerchio, le chiameremo la Annina Commedia. Qualcuno dovrebbe studiare quest’idea e fare del lavoro esegetico, io per fortuna sono solo un lettore dilettante e senza competenze letterarie.
Poi, veniamo al fatto nuovo e portentoso che si tratta qui di una nuova raccolta! ma sono pochi mesi che ho iniziato a leggere le poesie piu’ vecchie, e mi pare che per capire dove siano situate quelle di Magnificat rispetto a quelle precedenti, debbo leggere annotare e rileggere. Non diro’ allora molto. Cosi’ a occhio pero’ vedo una vena (che forse avrei indovinato visto che arrivano dopo 40 anni dalle prime – allora sto barando?) che attraversa sparizione, trasformazione, concentrazione (il (k)cancro, il Veterano, l’urna, la solitudine eterna, la morte delle passioni, la mamma da vecchia …). Ma anche in questi paraggi potenzialmente parziali, la realta’ che esce intatta e ricchissima in questi versi. La cosa straordinaria e’ che allora quando anche per noi queste cose importeranno (quando saremo piu’ vecchi spero) potremo pensarle in questi termini cosi’ privi di malinconie, di sguardi al passato. Si risolve tutto nella meraviglia e nella lode – una lode moderna al mondo anche se non ci ascolta, ci ascoltiamo a vicenda. Come un segno zodiacale, non e’ che il grado 29 dell’Ariete sia meno Ariete, e’ vita fino in fondo, fino alla cuspide.
E poi, il poeta magari sono 40 anni che scrive, ma siccome qui si tocca con mano una persona (la persona rarissima che sa e vuole esprimersi) in realta’ scopriamo (come sospettavamo guardando in noi stessi) che il poeta dopo 40 anni e’ persona viva piena piu’ che mai presente. Alla faccia del giovanilismo, della senescenza, dell’insulsaggine dell’immaturita’ e del degrado naturale del corpo che invecchia: qui ci sono una mente e un cuore che sfolgorano! Anche troppo, a volte dopo aver letto questi testi uno si sente come se avesse guardato negli occhi la Gorgona …
Chissa’ come fa a scriverle queste cose. Dev’essere una via di mezzo tra la chirurgia e la disattenzione.
OK ora sto zitto, grazie a tutti dell’attenzione
Pietro
nadia agustoni detto
Benvenuti anche a Giampaolo e a Pietro.
“Chissa’ come fa a scriverle queste cose. Dev’essere una via di mezzo tra la chirurgia e la disattenzione.”
Pietro, vorrei rubartela questa frase.
So che Cristina ne sarà felice leggendo.
Un saluto
cristina annino detto
Sì, Nadia,è una frase di profonda definizione. Grazie, Pietro, hai detto cose al di là di ogni ragionevole dubbio. Cioè,
obblighi a pensare molto e questo mostra che altezza felice può raggiungere una certa classe di lettura o di lettore.
Parlo anche del commento di Giampaolo, che ha una freschezza assordante. Grazie!
Francesca detto
Felice di trovare qui Cristina, ringrazio Nadia!
Queste sono le sorprese del web per iniziare bene l’anno. Mi leggo tutto e i commenti che mi sembrano assai interessanti e torno presto. Nel frattempo un abbraccio a voi!
Francesca detto
Ecco – non ho molto di nuovo da aggiungere – vi linko alcuni post su Cristina sia su Nazione Indiana che sul sito di Stefano Guglielmin che su Rebstein per approfondire:
http://www.nazioneindiana.com/2009/12/11/magnificat-1969-2009-antologia-poetica/
http://golfedombre.blogspot.com/2009/11/cristina-annino-magnificat-poesie-1969.html
http://rebstein.wordpress.com/2008/09/28/accordando-luce-con-vertebre-cristina-annino/
e anch’io ringrazio Nadia.
Due considerazioni: la prima, che se il web serve a qualcosa è proprio questo – non smarrire voci poetiche incomprensibilmente lasciate in disparte nel mondo delle patrie lettere, dove al di là delle buone intenzioni di tutti, si finisce per leggere “chi” e non “cosa”, coloro che conosciamo personalmente invece che i libri, indipendentemente dalle sembianze, dalla realtà, dalla presunta esistenza dell’autore.
La seconda, riallacciandomi a Pietro Roversi e al “chissà come fa a scriverle queste cose”, che mi capita sempre di pensare leggendo Annino – una cosa straordinaria è appunto la vitalità, la freschezza ancora di questa poesia. Ci sono moltissimi grandi autori che raggiungono un climax nella loro produzione e poi iniziano a ripetersi, a perdere mordente … credo sia una cosa normale. Poi ci sono quelle rare perle per cui il passare del tempo è come una ripetuta giovinezza – a volte penso che Cristina sia come la fenice, capace di raccontare del solito mondo, delle sue quattro ossa poetiche con una nuova pelle ogni volta, così che al lettore quasi non resta che dire: ma come, non ci aveva detto tutto su questo argomento? no, non tutto, c’è ancora una fessura, uno sbrego, un po’ di luce, la tana di un topo, per entrarci dentro e ricominciare.
Leopoldo Attolico detto
I versi di Cristina confermano la misura “critica” della sua poesia, una poesia che spiega nega denuncia riassume, antilirica nella misura di una espressività scabra ed essenziale volta ad assediare il referente e la problematicità del suo esistere .
Colpisce soprattutto, di questi versi, la puntigliosa passione nella ricerca di una “verità” allarmata, inquieta, e ( forse ) mai pacificata .
leopoldo attolico