La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.

FRANZWOLF

Pubblicato da robertorossitesta su gennaio 8, 2010

Il nostro sodale Franz Krauspenhaar ha recentemente pubblicato il libro di poesia “Franzwolf” con la piccola e interessante realtà editoriale Manifatturatorinopoesia.
Tale casa editrice caratterizza le sue pubblicazioni con note biobibliografiche degli autori perfino sovrabbondanti, ma con presentazioni dei testi medesimi al limite dell’afasia. Nel caso di specie, il libro di FK ha il sottotitolo “(un’autobiografia in versi)”, e molti libri possono essere letti come un’autobiografia dei loro autori, ciò che nel caso di FK riesce ancor meno disagevole del solito; in quarta di copertina il libro viene poi mandato per il mondo con la formula “I pensieri in versi di un lupo metropolitano”. Ora, la definizione di “lupo metropolitano” nel biglietto da visita FK è proprio andato a cercarsela, e sarebbe certo più facile criticarla per la sua ovvietà che trovarne una migliore.

Ma soffermiamoci per un istante sulla prima parte della formuletta, “pensieri in versi”, che dopo la lettura del testo (o anche prima, per chi conosca un poco FK) non svela appieno le proprie intenzioni: ovvero se intenda definire icasticamente il libro, oppure, vedi mai, prendere le distanze da esso.
Nel libro, in effetti (come capita sovente, ma qui più sovente che altrove), si trovano pensieri che non sono pensieri, bensì stringhe sintattico-grammaticali in fuga da o in cammino verso un pensiero; e parimenti si trovano versi che versi nella vecchia o novissima accezione non sono, se non per il fatto di andare a capo prima che la riga tipografica termini.
Questo però, anche se lo noto per un mio vezzo di cui mi scuso, non costituisce più un problema per nessuno, l’arte contemporanea ci ha abituati a ben altro. Il problema vero è invece se i pezzi funzionino, e se l’operazione montata su di essi stia in piedi. Da amico dell’autore potrei dire senz’altro che sì, e buonanotte; ma sarei amico a mezzo, o per una frazione anche inferiore, se non circostanziassi e distinguessi.
Intanto, perché funzionino, bisogna accettarne i presupposti, il gioco che mostrano di voler giocare: quello di un autobiografismo patetico così esibito da essere di primo acchito sospetto, ma che alla fine forse (e dico forse) si rivela per essere esattamente quello che sembra. Il gioco quindi è questo, quelli a cui non piace ne trovino un altro, nella fiera letteraria non è la varietà a fare difetto.
Ho parlato, con formula forse poco tecnica ma sicuramente non denigratoria, di “autobiografismo patetico”, ovvero di una messa in gioco in prima persona dell’autore spericolata, magari a tratti quasi indecente ma comunque generosa (siamo perciò, direi, all’esatto contrario di quel “lialismo” di cui qualcuno ha sorprendentemente accusato FK). E non è cosa da poco, perché la “messa in gioco in prima persona” costringe ad affrontare il rischio che, dietro, la persona non ci sia, o non riesca a venir fuori. Siamo allo scoglio più arduo, allo snodo cruciale: perché se per “persona” possiamo novecentescamente e post-novecentescamente anche intendere “gruccia per traumi e tabi, persistenti e mutevoli al tempo stesso”, qui la persona eccome se c’é, eccome se vien fuori. E sia ben chiaro che non lo dico da distaccato censore, ma da fratello, al più da cugino.
La persona c’é e vien fuori, tanto è vero che il baricentro del libro è la sempre ribattuta fedeltà di FK alla sua storia familiare e al suo destino: ai suoi amori, ai suoi morti, alla sua Heimat. Costi quello che costi: e non costa poco, dove la rimozione collettiva passa anche, se non soprattutto, per l’adulterazione dell’elemento individuale. È così che, per reazione uguale e contraria a delle azioni sciagurate, in disperata lotta contro il politicamente corretto FK diventa scorrettissimo, facendosi lupo nei confronti di uomini la cui patente, appunto, di uomini andrebbe quantomeno soggetta a revisione severa.
La persona, dunque, c’é e vien fuori: bene, se non altro al lettore viene dato qualcosa di sodo da mordere, e non aria fritta. Potrebbe già bastare; ma non a noi, che vogliamo renderci conto se l’operazione sia stata condotta in modo coerente e con strumenti idonei.
Ora, il montaggio è funzionale e il linguaggio pure: programmaticamente “sporcato”, compromesso con la quotidianità più cruda, senza tentativi di farne scaturire risonanze metafisiche o mistiche. Il fatto è, e non me ne voglia FK per la mia affettuosa sincerità, che tale “sporcatura” poteva avvenire in direzioni più efficaci e proficue. In altre parole, il tour de force comunicativo e mediatico cui FK si è costretto negli ultimi anni (non a caso criticamente citato in un testo del libro, “Il dire”) ha un poco ingessato il suo linguaggio in una maniera figlia, oltretutto, proprio di quelli che più combatte, ed in cliché ironici di non sempre ottima lega. Del resto, rinverginare sguardo e linguaggio, dire nel modo appropriato tutto e solo ciò che va detto, è il problema per antonomasia; e, se sapessimo risolverlo, invece di star qui a manovrare matite rosse e blu, correremmo tutti a scrivere il capolavoro della nostra vita per i secoli a venire.
Detto questo per dovere di critica e amicizia, va peraltro segnalato, e lo faccio con particolare piacere, che nel libro ci sono anche poesie in cui FK sembra smemorarsi per un attimo di se stesso e della propria missione, o immergersi e immergerla in una luce diversa, d’incantamento; e allora ci regala versi assorti e provvisoriamente pacati, che a me ricordano quelli, si parva licet, dell’ultimo Rimbaud, come ad esempio i seguenti:

Sensibilità

Come una radio, notturna
che trasmette mille cose
in mille lingue, capto le onde
disturbanti, le emissioni
del cuore e del vangelo
del rosso. Il mio gigantesco
azzurro chiama. Il nero della
notte è una collina di chiodi
infissi nelle pareti bianche.
Non le vedo, come un cieco.
Come una radio, notturna
mille voci si calpestano, onde
che svariano e allungano
le lingue di suono. Nel sonno
le recupero, tra i sogni.

Franz Krauspenhaar, “Franzwolf”,
Manifatturatorinopoesia, Torino 2009,
Euro 10,00.

13 Risposte to “FRANZWOLF”

  1. nadia agustoni detto

    “Costi quello che costi: e non costa poco, dove la rimozione collettiva passa anche, se non soprattutto, per l’adulterazione dell’elemento individuale.”

    Recensione che porta molto su cui riflettere.
    Altrove ho letto testi tratti dal libro è mi hanno colpito anche per quella ” messa in gioco in prima persona dell’autore spericolata”.

    Grazie.

  2. Alessandro Ansuini detto

    Che il poeta, o lo scrittore, che lo scrivente insomma sia paragonato a una radio è un concetto che amo molto.

  3. robertorossitesta detto

    Cara Nadia,
    ti ringrazio per darmi modo di parlare (scusandomi in anticipo per le banalità che dirò) di un problema generale che mi sta molto a cuore.
    Quand’ero (assai più) giovane manovravo senza criterio alcuni “ismi” del Novecento, che mi portavano a separare completamente l’opera dalla biografia dell’autore.
    La riflessione e l’esperienza mi hanno in seguito riportato indietro, a capire che, se non è la biografia a influenzare l’opera, è (e non sembri una semplice battuta)l’opera a influenzare la biografia; e che comunque, potendo, le due vanno prese in considerazione unitamente: sia nei casi di autori “cinetici” come Franz, sia, nello stesso identico modo, di autori almeno all’apparenza più… “catastematici”.
    Grazie ancora e un caro saluto,
    Roberto

  4. robertorossitesta detto

    Caro Alessandro,
    sono d’accordo con te: un artista (e ce ne sono) che non ritenga di poter trarre tutto da sé e dal demone che lo abita, deve saper molto vedere/guardare e udire/ascoltare: onde poter restituire, ovviamente filtrando.
    Un caro saluto,
    Roberto

  5. Alessandro Ansuini detto

    Una volta vidi un programma dove compariva stockhausen, era scalzo tipo, su un divano, e a una domanda dell’intervistatore che non ricordo lui rispose che non componeva, ma semplicemente la musica era dappertutto, lui era solo una radio che prendeva e riemmeteva i suoni, filtrati. mi impressionò molto e per quanto riguarda me mi sento proprio come descrive franz nella poesia. una radio.

  6. robertorossitesta detto

    Caro Alessandro,
    stanno emergendo aspetti credo interessanti per tutti.
    C’è magari chi mette in maggiore risalto la funzione di ricevitore-ripetitore, e chi quella di filtro, corrispondente alla consapevolezza ed alla responsabilità dell’artista…
    Personalmente ritengo che a seconda delle circostanze ci possa essere la prevalenza dell’uno o dell’altro elemento, ma che alla lunga dovrebbero tendere a pareggiarsi.
    Ancora grazie e ciao,
    Roberto

  7. Rorote ha centrato il punto: FK è tutto nella sua capacità di mettersi a nudo con sincerità e pathos. E non è mica poco.

  8. A me il solo titolo, se mai è possibile dirlo tale, fa ridere. D’amarezza. Ricorda molto certi b-movie degli anni 80 con dei licantropi infoiati. Poi quella specificazione “un’autobiografia in versi” è davvero presuntuosa. Insopportabile, manco l’autore fosse Joyce. Sia chiaro, un libro così lo scarterei a prescindere dal suo autore.

    Quella postata è tutto tranne una poesia. Giusto per mettere i puntini sulle “i”.

  9. robertorossitesta detto

    Caro Riccardo,
    certo, non è poco, e tuttavia c’è dell’altro. Quando un profeta si straccia le vesti mettendosi a nudo non lo fa perché sente caldo ma compie un’azione che si riferisce a un contesto e che segnala delle differenze, sperando o disperando in alcuni cambiamenti. E questo non per dire che Franz è un profeta, ma che è una persona che, essendosi guardata dentro, riesce a confessare al alta voce se stessa parlando nel contempo di molto altro.
    Grazie e ciao,
    Roberto

  10. robertorossitesta detto

    Caro Giuseppe,
    pur non essendo sempre attento a quanto avviene sul blog, cosa di cui mi scuso, mi pare di avere già notato alcune tue espressioni di sgradimento nei confronti del lavoro di Franz. Pertanto la tua posizione in merito è nota. Non voglio, ci mancherebbe, comprimere la libertà di espressione di nessuno, ma penso che a questo punto sarebbe il caso di passare a cantare cose più alte, o almeno diverse.
    Aggiungo, per non avere l’aria di nascondermi dietro a un qualsivoglia dito, che trovo molte delle tue affermazioni che mi capita di leggere, prese singolarmente, del tutto condivisibili. Ma è anche vero che che esercitare gli strumenti della critica sui contemporanei e per di più vicini è cosa difficilissima, che espone alle cantonate più madornali, e per nulla ripagante. Prova ne sia che i critici “veri” ed il pubblico “vero” di certi ambiti si disinteressano olimpicamente, lasciandovi a scannarsi tra loro i soliti, incorreggibili dilettanti.
    Ciò detto: buon lavoro e i più cordiali saluti,
    Roberto

  11. Caro Roberto, ho solo fatto una considerazione sul titolo e il sottotitolo.

    L’articolo è in bella evidenza, per cui in virtù della libertà di espressione non vedo perché non estrinsecare le mie impressioni critiche su titolo e sottotitolo.

    Il web, volenti o no, trascina la critica e la dispone in bene o in male. Se un libro vende, un buon 50% è grazie alla rete, ai blogger, ai critici che la bazzicano spesse volte turandosi il naso. Dan Brown ad esempio deve moltissimo alla rete, ai blogger, a quei critici che bene o male hanno detto dei suoi libri. Senza la rete, probabile che oggi Dan Brown non sarebbe il GIGANTE che è, indipendentemente dal valore letterario dei suoi lavori. Quindi una critica, seppur negativa, nei confronti di un qualsivoglia libro, anche se viene da una mezzacalzetta, è tutto grasso colato, perché se non altro c’è dibattito.

    Ma forse, a ben pensarci, hai ragione. Meglio guardare ad altri autori, che sanno apprezzare le critiche siano esse positive o negative. Meglio guardare a quegli autori che sono grandi perché capaci di ascoltare invece di lagnarsi a ogni critica o appuntino negativo. E FK quanto si lamenta, e quante ne ha dette e con toni non riferibili.

    Anch’io non amo nascondermi dietro un dito, per cui non ho problemi a dire che FK è molto tirato per i capelli da due o tre lit-blog, che ne dicono tutto il bene possibile giusto perché è loro amico. Ed è vero che operare critica sui contemporanei è un rischio madornale: la storia è ricca di idioti che hanno stroncato CAPOLAVORI ASSOLUTI, basti citare Il Gattopardo di G. Tomasi di Lampedusa. Ma FK non è Joyce né G.T. di Lampedusa. E’ FK, “Era mio padre” è illeggibile: molto meglio Liala, e non scherzo, e per stile e per contenuti. Le presunte poesie che ho letto in rete di F non sono poesie e non c’è poeticità soprattutto ed è questa la gravità: gli scritti di F mancano di qualsivoglia poeticità. Non basta che degli amici lo dicano bravo. I giudizi degli amici non sono mai veritieri.

    Io non sono amico di F. Non sono suo nemico. A volte mi fa sorridere, d’amarezza, perché lui al pari di tantissimi altri mi dimostra come anche la piccola editoria è al collasso. I piccoli editori dovrebbero stare molto ma molto più attenti: se manca la qualità, il libro non vende. La qualità manca sempre più spesso. Si cerca di allinearsi ai grandi editori che propongono titoli roboanti e che in virtù del loro potere bene o male vendono o perlomeno si rifanno delle spese. Ma un piccolo editore che mi strombazza un titolo impossibile come Franzwolf, con arroganza “un’autobiografia in versi”, che immagine puo’ mai restituire all’eventuale lettore? Io come lettore sentendo Franzwolf non posso fare a meno di pensare a un filmaccio degli anni Ottanta con un licantropo pazzoide infoiato e assassino.

    Specifico: non conosco bene l’editore ma non penso che in catalogo abbia tutti titoli così, come questo.

    Di piccoli editori ne ho visti fallire: e a mio avviso il perché è sempre da ricercarsi *** anche *** nella qualità dei titoli proposti. Un piccolo editore, un qualunque piccolo editore non è sinonimo di qualità. Uguale discorso per i grandi editori: in mezzo a tante cavolate, ci sono anche dei veri Capolavori, spesse volte promossi poco o niente dall’editore stesso il cui solo interesse è limitato ad avere nomi di pregio in catalogo, perché sarebbe tutto da ridere un catalogo con Fabio Folo, Moccia e morta lì. Allora ci mettono i nomi degli scrittori veri, li pubblicano e non li promuovono, perché devono promuovere Moccia o un altro così. E’ come con i cinepanettoni.

    La chiudo qui, tranquillo. Non ho davvero altro da aggiungere. E poi ho altre cosa a cui guardare. ;-)

    ciao

  12. robertorossitesta detto

    Cari amici,
    resterò scollegato per qualche giorno, perciò la risposta a eventuali nuovi commenti potrà tardare.
    Un saluto a tutti

    @ Giuseppe
    Ovviamente confermo quello che ho detto e prendo atto di ciò che hai detto tu, e che su alcune questioni generali posso anche condividere. Del resto quello che mi interessa non è tanto convincere di alcunché, quanto riuscire ad avere un confronto chiaro e corretto.

  13. grazie a roberto per questa accurata e bella recensione, e a tutti i commentatori. il titolo e il sottotitolo , preciso, sono opera mia e li ho voluti perchè il libro – come ho confessato all’editore tiziano fratus in una intervista che si può leggere sul sito di torino poesia http://www.torinopoesia.org – è una prosecuzione “con altri mezzi” del romanzo autobiografico “era mio padre”. un libro non sarebbe nato senza l’altro.

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