Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Le volpi hanno gli occhi d’oro e il mondo intorno a loro è d’oro e a loro sembra sempre che la notte cada lontano e che tutto brilli perché è sempre nuovo. Le volpi, anche se nessuno ci crede, sono animali sbadati e danno la caccia alle galline perché vedono miraggi non galline e non vedono uova, ma piccoli soli. Ci sono certi bambini poveri che hanno gli occhi delle volpi, ma non sono parenti. Sono bambini senza casa e i loro occhi sono gialli più che oro perchè hanno fame. La fame è un animale fantasma che gli entra nel corpo e li fa parlare a vuoto e il vuoto li fa diventare muti. Così molti credono che i bambini poveri sono degli stupidi mentre sono soltanto poveri. Nascere poveri su questo pianeta, che pure è tanto verde rispetto alle galassie, è molto comune. Si nasce bambini e si è poveri. Me lo ha spiegato uno di loro: “ nasciamo e le nostre mamme sono povere e muoiono dopo un po’ e noi diventiamo subito bambini poveri o molto poveri e ci crescono gli occhi, crescono, crescono e sembrano palloncini in volo”. Leggi il seguito di questo post »
La mia stanza è un caos. Scrivo su una tastiera di Acer appollaiata nell’angolo di un tavolino da computer, il cui piano è gremito di oggetti: una foto di don Mario sorridente, col maglione grigio e il colletto bianco da cui pende un orologio da sei euro sempre in procinto di fermarsi, l’immancabile block notes sulle gambe, sovrapposto a una borsetta in cui conserva i soldi per i poveri (poco prima di morire se la fece portar via, meritandosi un rimprovero di cui oggi mi pento amaramente); Leggi il seguito di questo post »
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
Extrema ratio. Francesco Leonetti, Poesie estreme, San Cesario di Lecce (LE), Piero Manni Editore, 2009
Ricordo bene e nitidamente Francesco Leonetti in uno degli anni Ottanta (forse il primo) mentre presentava a Pisa, con altri suoi compagni di lotta e di teorizzazione, un libro-rivista di interventi leninisti sul presente (l’editore era Feltrinelli; il libro uscì rapidamente dal suo catalogo di allora e di oggi). Leonetti aveva il volto scavato e scabro dei film girati per Pasolini e l’andatura ondeggiata; lo sguardo distratto, il pensiero rivolto non si capiva a che cosa e non fu facile portarlo al discorso che volevo fargli e devo dire che non ci riuscii certo appieno, restandone deluso… Più di vent’anni dopo, il poeta calabrese è ormai molto più anziano e più provato nella salute e dagli eventi, eppure il tono della sua poesia è pur sempre quello di quei giorni quando qualche speranza militante c’era ancora e i discorsi della politica non erano del tutto disgiunti da quelli della teoria e della letteratura.
Cume me pias el mund! L’aria, el so fiâ!
j àrbur, l’èrba, el sû, quj câ, i bèj strâd,
la lüna che se sfalsa, l’èrga tra i câ,
me pias el sals del mar, i matt cinâd,
i càlis tra i amís, i abièss nel vent,
e tücc i ròbb de Diu, anca i munâd Leggi il seguito di questo post »
A Pecorara, comune della provincia di Piacenza, luogo simbolo della Resistenza al nazifascismo, il sindaco Franco Albertini ha cancellato Piazza 25 aprile. Un affronto a quanti hanno sacrificato la loro vita per la libertà, alla Costituzione della Repubblica, nata dalla Resistenza, all’Italia tutta, che su queste radici ha costruito la democrazia. Un affronto che non ha assunto il dovuto rilievo nazionale, fatto che denunciamo con forza: è in corso un attacco senza precedenti ai valori e ai principi che fondano la nostra convivenza civile, la nostra Repubblica.
Chiudere gli occhi è irresponsabile.
L’Anpi, Associazione nazionale partigiani d’Italia, nel richiamare tutti i democratici ad associarsi alla sua denuncia e a mobilitarsi con opportune iniziative, chiede l’immediata revoca di questo vergognoso provvedimento.
Anpi – Comitato Nazionale
Anpi – Comitato Provinciale di Piacenza
Appello dell’Anpi
Reset Italia
Quattro stracci una rupia e una bambola di cartapesta (Fermenti editrice, 2009) è l’ultimo libro di Felice Muolo, scrittore di Monopoli (Bari).
In questo lungo racconto, Muolo ci propone con rigore una ricerca: scrivere una storia che sia adatta ai bambini che agli adulti. La forte concretezza del tema trattato (l’adozione di bambini non italiani) si unisce alla ricerca delle forme più semplici della fiaba. Questo intento è ben visibile nelle scelte tematiche e formali de Quattro stracci una rupia e una bambola di cartapesta. La voce narrante è quella della protagonista Pragasi, bambina indiana di sei anni adottata da genitori italiani:
Adolescente, volevo essere Benny Goodman. Il modo con cui il suo clarinetto, tra giochi ritmici e filature decorative, attaccava la Rhapsody in Blue mi dava brividi di piacere. Il disco mille volte ascoltato nutriva una mia grande ambizione: come Benny aveva introdotto il jazz nell’America bianca, io l’avrei introdotto nell’Italietta che cantava “Se potessi avere mille lire al mese” e “Pippo non lo sa”. Leggi il seguito di questo post »
Un rave party religioso. Le parole, azzardate, mi girano in testa verso la fine della giornata mentre guardo la moltitudine di ebrei che balla di fronte al muro del pianto, per l’inizio di Shabbat. Filatteri legati alle braccia, i brani della Torah inscatolati nella tefillin che portano sulla fronte. La piazza antistante il muro occidentale si riempie di gente a mano a mano che il cielo diventa scuro. Ma il rave party religioso è iniziato da stamattina: fino a qualche ora fa qui c’erano i musulmani. I muezzin hanno cominciato a chiamare i fedeli a raccolta fin dalle prime ore del mattino. La piazza che ora è affollata dagli ebrei, sinagoga a cielo aperto, era semideserta mentre gli islamici a gruppi si dirigevano verso la moschea di Omar, sulla spianata del Tempio. Il salmodiare del muezzin al mattino, le danze degli ebrei al tramonto. In mezzo, nel tardo pomeriggio, noi cristiani con i canti della via crucis. Gerusalemme, di venerdì, è un rave party religioso. Leggi il seguito di questo post »
Spendiamo tante parole inutili per definire Dio, o per definire la sua assenza. Forse, tra le meno inutili che siano state spese, ci sono queste, meravigliose, scritte da Ingmar Bergman per il suo film, “Come in uno specchio” (1960), il cui stesso titolo è tratto da un versetto della Lettera ai Corinzi (13,12:Adesso noi vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; allora vedremo faccia a faccia).
“Se Dio tenesse nella sua destra tutta la verità e nella sua sinistra il solo tendere verso la verità con la condizione di errare eternamente smarrito e mi dicesse: Scegli -, io mi precipiterei con umiltà alla sua sinistra e direi: Padre, ho scelto; la pura verità è soltanto per te”(da: Gotthold Ephraim Lessing, Eine Duplik, 1778).
Mi si stringe il cuore. Forse, anche, perché the last supper mi ricorda inevitabilmente un’altra cena, di un altro condannato a morte. Lo ius vitae ac necis è vecchio quanto il mondo: uno strano diritto che l’uomo si è arrogato sull’esistenza altrui; in casi estremi, è vero, ma ci si chiede sempre se esista un caso così estremo da giustificare un estremo come questo. A mio parere no. Nessuno può decidere quando sia giunto il turno dell’ultima cena; nemmeno Dio, che non voleva la morte di Gesù, ma solo che salvasse il mondo, come recita il suo nome.
Beppe Sebaste, Oggetti smarriti e altre apparizioni, Ed. Laterza, collana Contromano, 2009, 9,50 euro)
Pubblicato nella collana Contromano dedicata a ricognizioni geografico-antropologiche nei luoghi del nostro paese, il libro di Beppe Sebaste parla di oggetti persi, trovati e dati a pegno, di persone intraviste nello spazio di un breve incontro, nell’approssimazione di situazioni di precarietà – la strada, il campo rom, l’alloggio abusivo in mezzo a una pineta, il monte dei pegni – di tracce lasciate più o meno consapevolmente che l’autore interroga come indizi, come gusci esistenziali in cui la vita ha preso forma e poi è stata in qualche modo abbandonata, per proseguire altrove, o tramutarsi in altro. Gli oggetti smarriti sono innanzitutto sintomo, in senso psicanalitico, dello smarrimento individuale e collettivo di un Occidente oppresso da merci e ‘cose,’ raccontato con presenza critica ed emotiva, alternando scene schiettamente narrative a brani di vero e proprio réportage letterario, in un equilibrio sottile tra autoriflessività della scrittura e neutralità descrittiva. Colpiscono i dati: l’impressionante numero di carte di identità perse – che l’autore legge come desiderio di fuga e cambiamento della popolazione, il ritmo dei verbali di consegna all’ufficio oggetti smarriti di Milano, più di 1500 al mese, una cinquantina al giorno. La lettura di questi verbali e la visione degli oggetti traccia una mappa sociologica della popolazione, dei suoi costumi, della composizione demografica. Ma lo sguardo dell’autore va oltre il dato sociologico, attratto dal potere evocativo e fantasmatico di tutto ciò che si perde, o lascia traccia. Fantasma è ciò che ci manca, ciò che abbiamo intravisto e subito perso, proiezione di un’interiorità che si nutre di assenza più che di presenza. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da robertorossitesta su gennaio 19, 2010
Oggi, prima che ti portassero via, nell’androne ho firmato il registro delle condoglianze, ovviamente col mio nome ufficiale, in attesa che portino via anche me, ciò che avverrà ben presto. Leggi il seguito di questo post »
Molti pensano che il vangelo sia uno. In realtà, i vangeli canonici – riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa – sono quattro. Poi si spalanca la distesa dei vangeli apocrifi, tra cui alcuni di grande valore: si pensi a quello di Tommaso, che contiene persino alcuni detti di Gesù sfuggiti alle fonti garantite. Non basta: esistono vangeli che nessuno ha mai trovato né riconosciuto, di natura diversa dalla carta e dalle lettere, composti di materiali indefinibili; vangeli nascosti negli angoli oscuri della storia, come la grotta mai individuata in Palestina, eppure divenuta famosa in tutto il mondo.
Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fineStoria contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporaneaquesta mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)
Lezione di scrittura. Andrea Camilleri, La tripla vita di Michele Sparacino, con un’intervista di Camilleri a Francesco Piccolo, Milano, Rizzoli, 2009
Più che il breve testo romanzesco che costituisce il piatto forte di questo ennesimo libro di Andrea Camilleri, ciò che risulta veramente importante di questo volumetto è proprio l’intervista (anch’essa l’ennesima!) rilasciata a uno scrittore come Francesco Piccolo.
Anno 2010: diminuiscono i finanziamenti alla scuola pubblica (v. qui, qui e qui), aumentano quelli alla scuola privata. Nel 2009 alle scuole non statali sono stati assegnati 402 milioni, la finanziaria 2010 ne ha aggiunti 4 e il Senato ne ha aggiunti altri 4, quindi siamo arrivati a 410. Inoltre la finanziaria 2010 prevede che dai ricavati dallo scudo fiscale le scuole non statali riceveranno 130 milioni, che andranno ad aggiungersi ai 410 già stanziati. In tutto 540 milioni. E a proposito di categorie protette e privilegi: eccone uno. Importante: un invito a inviare un testo entro il 20 gennaio ai componenti dell’ufficio di presidenza e ai capigruppo delle VII Commissioni di Camera e Senato.
Dentro la scuola della libertà
di Michele Lupo
Tra vaffanculo e pezzo de merda
Immaginate di trovarvi nell’immediata periferia di Roma, in una specie di scantinato prossimo a sprofondare nell’AnieneLeggi il seguito di questo post »
Il rapporto dell’artista col tempo in cui si manifesta è
sempre contraddittorio. È contro le norme vigenti, norme
politiche per esempio, o persino schemi di pensiero,
è sempre controcorrente che l’arte cerca di operare
il suo miracolo.
J. Lacan (L’etica della psicoanalisi)
Arte e poesia possono ancora oggi contrastare l’ordine della realtà o lo stato di cose presente organizzatoci dal biopotere attorno ai suoi significati di comodo e di comando?
È la domanda, direi anche l’atto, che alimenta il discorso e l’analisi che fanno il nucleo di fuoco centrale del libro L’arte della sovversione – a cura di Marco Baravalle, manifestolibri/uninomade, Roma, 2009 – e del libro di Massimo Recalcati, Il miracolo della forma. Per un’estetica psicoanalitica – Ed. Bruno Mondatori, Milano, 2007.
Parole, parole, parole: chi l’avrebbe detto che un giorno le avremmo rimpiante di fronte all’ estinzione, alla constatazione amara che si comunica soltanto a gesti e a smorfie. Eppure la cultura continua a offrire tutto, attende con immutato desiderio lettori e ascoltatori, occhi e orecchi affamati di dettagli, di sfumature decisive. L’evoluzione prosegue il suo corso, ma si trascina dietro il suo rovescio di ignoranza e di barbarie.
Sono serbi, senegalesi, rumeni; vengono da tutto il mondo, ma la fisionomia è comune: il dolore, le privazioni, la rabbia, solcano il viso con linee omogenee, segni inferti dall’ingiustizia umana. Chiedo loro il nome, il paese d’origine, le peripezie dell’ultimo periodo; qualche notizia sui parenti, l’abitazione, se ce l’hanno: molti dormono in pineta, o all’ostello della Caritas. Li sostengo come è possibile a una parrocchia di periferia. Siamo sempre in cerca di un lavoro, ma spesso la gente è diffidente: rumeni e albanesi incutono timore, per gli africani si ha paura dell’igiene. Procediamo disperatamente, a tentoni, fiutando l’aria, informandoci nei modi più inconsueti. Anche un titolo di articolo può attirare l’attenzione, salvo accorgersi che non serve a nulla, come spesso, anzi, quasi sempre accade.