Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Gli scemi del villaggio. I folli. Gli alieni. Le maschere. I fiori del deserto, i cactus. E una postafazione per i racconti di Salvatore Giampino: Fiori di Cactus (Racconti), Navarra editore, Marsala, 2009. € 8,00.
Schizzi veloci come tante pennellate per raccordare i tanti punti di una costellazione fatta di figure particolari. Una rete che mette a punto una testualità unitaria come un affresco che rappresenta e significa un ambiente soggettivizzato e la sua temporalità: Fiori di cactus. Fiori di cactus è l’ultima prova letteraria, in ordine di tempo, con cui Salatore Giarnpino si misura e ritorna a Marsala. Il tracciato miscela in unico tessuto il vissuto proprio e quello di tante “apparizioni” che hanno materializzato il quotidiano e l’altro della vita antropologica, sociologica e culturale di questa città.
Avendo questo lavoro fra le mani, non si può fare a meno di vedere una certa continuità tematica fantastico-memoriale con gli altri suoi due lavori precedenti, Case verdi, Case Gialle (2005) e Cercando Misaki (2008).
Due uomini, due padri, uno tedesco, uno italiano, ma di un’Italia lontana, di confine. Non oserei dire di frontiera.
Dal saggio Confine o frontiera? di Giorgio Bertone, sulla Liguria di Biamonti, il confine è una «situazione geoculturale ben delimitata da una linea che marca più o meno nettamente la divisione tra “dentro” e “fuori” , e con “frontiera” una fascia mobile che pulsa…» Le cose nette, dentro o fuori, sono le cose del padre italiano. Leggi il seguito di questo post »
Ci si doveva arrivare, prima o poi. Martin Buber ha scritto un libro intitolato Il cammino dell’uomo, sul passaggio dall’io al tu. Un percorso difficile, che comporta la vittoria, sempre parziale, sulle proprie ossessioni e compulsioni, sulla deriva della vita quando cade nelle trappole dell’egotismo. Se il cammino s’interrompe, non restano che vicoli ciechi, dove qualunque falsità si contrabbanda per esperienza umana.
Otto giorni per completare il puzzle. E’ questo l’arco temporale sul quale procede la progressione di Corpi estranei (Perdisa Pop, 2009), romanzo di Paola Ronco, scrittrice torinese di 33 anni che vive a Genova. All’inizio sorge il pensiero che si tratti di un testo cosiddetto generazionale, cioè il classico “una di noi e per noi”, il precariato, il moderno no future di tanti giovani che non solo soffrono e lottano contro le promesse non mantenute dei loro genitori, ma non conoscono neanche il significato delle promesse. Ma l’equivoco viene immediatamente chiarito. Non è un testo che si fa ingabbiare facilmente in un genere. Compreso il noir, dove, forse, potremmo collocarlo. E’ una storia a incastro parziale, sostenuta da tre personaggi narranti, con tre registri narrativi diversi eppure complementari: una terza persona dolente, con tratti di scrittura oggettiva, che viaggia sul personaggio dell’agente di polizia Cabras, un ex celerino finito in ufficio a occuparsi di fotocopie, reso invalido da un grave evento che gli è capitato mentre era in servizio; una terza persona più dinamica, veicolata da Silvia, addetta stampa e p.r., fidanzata sofferente del bel Luciano, poliziotto “armato” collega di Cabras, col quale sta per andare a vivere, come spinta da un triste destino cui non si sa opporre; una prima persona che forse raccoglie tracce autobiografiche, Alessia, studentessa universitaria con un trauma alle spalle che affiora nella schiuma della sua vita insicura, rarefatta, fotografata in un presente che sembra immobile, ostaggio del passato. Leggi il seguito di questo post »
Ogni giorno c’è un’offesa alla ragione. Basta vedere come la ministra progetta l’integrazione o cos’ha da proporre un viceministro all’insegnante precaria Barbara Evola. Oppure questa scuola. O questa Italia e questa. Siamo lontani da un’etica dell’amore, dell’accoglienza e del dono… Donato Salzarulo, ieri insegnante oggi dirigente scolastico, saluta gli allievi delle classi di quinta elementare della sua scuola spiegando una poesia di Franco Fortini. Poi mette per iscritto e dà loro il testo della lezione, stampato in un simpatico libretto. “Vi farà compagnia nella vita” dice.Mi sembra di buon auspicio presentare questa lezione. Con l’augurio di un buon anno alla scuola italiana e a tutti.
I lampi della magnolia
di Donato Salzarulo
In questi giorni sto girando le classi quinte di scuola elementare del mio Circolo con questa poesia di Franco Fortini Leggi il seguito di questo post »
Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fineStoria contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporaneaquesta mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)
La virtù dell’attesa. Alessandro Franci, La pena uguale, Firenze, Gazebo, 2009
“Un picciolo libro tutto fatto di cose proprie” – esortava a scrivere Giambattista Vico piuttosto che grossi tomi tutti infarciti di nozioni e di teorie altrui. Alessandro Franci sembra averlo preso in parola in questo suo La pena uguale.
Libro di aforismi e di brevi prose, ma non solo. Libro di riflessioni e di sogni, ma non solo. Libro di premonizioni e di trasalimenti, ma non solo. Libro che aspira alla totalità e che sa che non potrà raggiungerla mai. Un’epigrafe (tra le tante), quella di Elias Canetti a p. 41, dovrebbe servire a chiarire il proposito e il progetto attuato dall’autore:
“Oggi il fascismo significa, come ha scritto qualcuno, che alla fine vincono solo le parole. Parole orfane di fatti, svuotate di senso: basta pensare alla parola “libertà”, triturata nella casa, o nel polo, omonimo. Ma è il caso anche della parola “riformismo”, e degli aggettivi ad essa correlati, che riempie le bocche e i discorsi di Berlusconi e dei suoi portavoce: loro sono i riformisti; coloro che si oppongono sono i conservatori…” (mio articolo su l’Unità, 12 maggio 2002).
Leggo oggi su Repubblica che Ilvo Diamanti, nella sua rubrica “Bussole”, scrive che “riformismo” è una parola vecchia, anzi perduta. Io lo avevo scritto nel 2002, ecco, quanto sia e fosse vacua e priva di significato, cioè da buttare. E citando – questo lo avevo dimenticato – il “manifesto” politico – “comunista e consevatore” – del grande Antonio Delfini. Oggi, mi sembra vacuo perfino parlarne, di riformismo, nella voragine di senso che ogni giorno si allarga… (Partito dell’amore? Ci sarebbe da scendere in piazza solo per difendere questa parola).
Una storia dove si perde facilmente il filo, in cui convergono nodi inestricabili: la miseria, i conflitti sociali e religiosi, lo sfruttamento e il razzismo, la malavita e il ruolo opaco delle istituzioni. Sullo stesso palmo di terra si accavallano azioni e reazioni di Stato e ‘ndrangheta, associazioni a delinquere e gruppi che promuovono una cultura della legalità. Chi vincerà? Per ora i più deboli si sottomettono ai più forti, come sempre.
Il massacro dimenticato.
intervista a Gérard Noiriel, a cura di Fabio Gambaro
in “la Repubblica” del 7 gennaio 2010
«Il più grande pogrom della storia francese contemporanea. Un emblema della xenofobia di tutti i tempi». E’ in questi termini che Gérard Noiriel presenta «il massacro degli italiani», vale a dire la
terribile caccia all’uomo che il 17 agosto del 1893 si abbatté sui nostri immigrati impiegati nelle saline d’Aigues-Mortes, in Provenza. Una giornata di follia collettiva e di violenza feroce che fece 9
morti accertati, oltre cinquanta feriti e una quindicina di dispersi i cui corpi non vennero mai ritrovati. Leggi il seguito di questo post »
La messa è finita, andate in pace. All’uscita una raffica di colpi. Avrebbero fatto meglio a stare dentro, a rifugiarsi nel rito che anticipa l’eterno. Gli orientali definiscono la liturgia il cielo sulla terra. In cielo non si muore, Dio ti concede il privilegio di vivere per sempre. Quaggiù è diverso: quando lasci il cielo sulla terra devi andare in pace, pronto a farti massacrare.
Oggi c’è una luce incompresa socchiusa fra le nubi. Si muove
in un cielo stropicciato che non promette niente di buono.
Gli uccelli sono gocce in un volo all’incontrario. Gabbiani in cerchi lenti.]
- Pioverà prima o poi – mi hai detto
- Prima o poi… – ti ho detto
Ed è già come se piovesse
mentre mi chiedo dove sia finito il tempo per vedere
se la pioggia arriverà veramente
Perché è così, l’amore: Idea
una la scrissi
ancora prima di conoscerti
affiorò
in versi carsici,
mentre lavavo il pavimento
me l’appuntai
senza neanche togliere i guanti
venne di getto,
come acqua strizzata da uno straccio,
una parola dopo un’altra,
con quell’idea di amore
così vaga e inquieta
così come a volte guardando uno sconosciuto
affiora incontrollata
e astratta l’idea di un figlio
Ciao Francesca,
di seguito nel testo trovi 3 domande che mi sono venute in mente dopo aver assistito al tuo reading del 15 ottobre all’Arci Turro. Non te le ho poste in quella sede perché, alla fine di un impegno durato tra una cosa e l’altra più di un’ora, mi è sembrato che avessi voglia di rilassarti più che di parlare (ancora e ancora) della tua arte. E poi per il motivo che porre domande scritte permette a me di essere più preciso e profondo, e a te di rispondere in maniera più pensata.
L’elemento notevole delle tue poesie, e che mi sembra interessante al punto da parlarne su LaPoesiaELoSpirito, è che alcune di esse raccontano storie. E queste mi sono sembrate le più riuscite. Altre, invece, descrivono sensazioni, e quelle mi sono sembrate più convenzionali…
…Ehm, forse è meglio che io faccia un passo indietro. Leggi il seguito di questo post »
Fa uno strano effetto, come tutte le direttive che toccano diritti inalienabili. Immagino le coppie che si abbracciano con l’idea della corte marziale, m’interrogo su quanto una visione di giudici arcigni possa avere risvolti afrodisiaci. Ma è il lavoro, lo stipendio, la vita, anche se il rischio di lasciarla lì è forse pari a quello di rimanere incinta.
Pubblicato da robertorossitesta su gennaio 8, 2010
Il nostro sodale Franz Krauspenhaar ha recentemente pubblicato il libro di poesia “Franzwolf” con la piccola e interessante realtà editoriale Manifatturatorinopoesia.
Tale casa editrice caratterizza le sue pubblicazioni con note biobibliografiche degli autori perfino sovrabbondanti, ma con presentazioni dei testi medesimi al limite dell’afasia. Nel caso di specie, il libro di FK ha il sottotitolo “(un’autobiografia in versi)”, e molti libri possono essere letti come un’autobiografia dei loro autori, ciò che nel caso di FK riesce ancor meno disagevole del solito; in quarta di copertina il libro viene poi mandato per il mondo con la formula “I pensieri in versi di un lupo metropolitano”. Ora, la definizione di “lupo metropolitano” nel biglietto da visita FK è proprio andato a cercarsela, e sarebbe certo più facile criticarla per la sua ovvietà che trovarne una migliore. Leggi il seguito di questo post »
Difficile indovinare le ragioni del successo. Originali, certo, con un linguaggio disinvolto e sfuggente a ogni sorta di censura; il tratto umano e alieno nello stesso tempo, con l’improbabile colore giallo, onnipresente; gli sguardi assorti ed ebeti, corrucciati e malinconici, sinceri fino alla provocazione intollerabile. Cosa avranno i Simpson per essere la leggenda incontrastata che trionfa da vent’anni? Evocano i fantasmi dell’inconscio o riproducono solo fedelmente ciò che siamo diventati?
Questo piccolo romanzo di Amélie Nothomb del 2000 oltre che essere un capolavoro di grazia crudele, utile quindi ad orientarsi in tempi terrificanti come i nostri, ha l’indubbio pregio di non essere rivolto a nessuno in particolare. Ed è appunto questa sua natura aperta e universale a renderlo un prezioso strumento di pedagogia negativa. Leggi il seguito di questo post »
Il tempo passa, le strutture culturali diventano obsolete se non si aprono alle coordinate ultime, la tradizione rischia di ammuffire e ridursi a materiale da museo. Anche l’inossidabile presepe potrebbe trasformarsi in un cimelio del passato se non si spalancasse all’avanzare del presente, alle ansie, alle attese, agli strati ultimi dei fatti. Guai se Betlehem, la città del pane, diventasse una scorza rafferma e inacidita. Sarebbe una scomunica late sententiae, lanciata dalla vita, l’unica gerarchia che non ammette repliche.