“Scrittori dell’eccesso: Pardini e Magliani”. Postfazione di Arnaldo Colasanti a “Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo” (Parte I)
Pubblicato da francesco sasso su marzo 23, 2010
[Per gentile concessione dell’autore Colasanti e dell'editore, pubblichiamo la postfazione al volume Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo di Marino Magliani e Vincenzo Pardini, Transeuropa, 2010 (f.s) ]
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di Arnaldo Colasanti
1. Sarà forse eccessivo dire che la letteratura nella sua profondità parla solo di vita e di morte, ma è un fatto che Vincenzo Pardini e Marino Magliani siano scrittori dell’eccesso. La storia di Fidelco Meroli Gregotti è una preghiera detta davanti a un lume di ceri rossi, è il rosario recitato di pomeriggio quando a casa non c’è più nessuno. In queste pagine, tuttavia, non c’è chiesa, né una nicchia dove inginocchiarsi. La voce è quella sottile e rasente dei fantasmi.
La voce passa sotto le porte chiuse. Pardini narra come se la storia avesse la penombra di una stanza abbandonata: come se questa stanza fosse la grande luce di un’alba tersa e purpurea ma sfinita. Il Nido dell’aquila è il racconto di un uomo che vuole star solo per «capire cosa fosse stata la vita». La montagna non confonde, né mescola le cose. La vita è fatta di verità mute: Dio esiste, è «un grande sì»: nient’altro da aggiungere. La mente di Fidelco è piena, anzi è stracolma. I ricordi, tuttavia, non danno tepore, sono come i lumini di plastica che freddi si struggono, quasi che il tempo non esistesse, quasi che il presente dell’alba non avesse bisogno di passato o di futuro per esistere. Cani, un gallo, il gatto assassino di cuccioli. La storia del condor sconfitto ogni volta nella pazienza sclerotica del sangue. E poi la neve, la sera che è come il mattino, le vacche, le aquile: il vento che smette all’istante «come se le nuvole lo avessero cacciato».
Aquile, appunto. Due e con le ali «piegate alla strenua di un arco». Sembra che Fidelco sappia vedere in cielo solo quelle aquile imperiali, sordide e inclementi. E pare poi che quelle aquile abbiano il nido dove nessuno è mai stato, così come Fidelco ha una stanza dentro una mente sconosciuta, in cui pensare significa non capire e cercare di sapere è sentirsi soltanto stranieri, estranei, distanti da se stessi. La storia di Fidelco (che, in definitiva, è l’ultima giornata di Fidelco) è fatta di ripetizioni e di insistenze su quello che si è. Ma per Vincenzo Pardini la ripetizione non ha nulla di filosofico: non cancella il passato per redimerlo in quello che è – che sarebbe, se fosse possibile un tenue desiderio. È invece sempre lo stesso muro di rocce e neve (il nido, la casa in montagna) la matrice terribile di un racconto abbandonato a certezze tanto vere quanto superflue.
Fidelco sa vivere in montagna. Si salverà dal ragazzo matto che è venuto ad ucciderlo. Anzi, quel ragazzo cadrà giù nella fogna come un enorme pipistrello, come un prete sporco senza speranza (i preti soli e disperati che fuggono dalle canoniche: quelli che il corpo delle donne sposate non consolano più, i preti che restano nella grande solitudine del rancore e sono volpi impazzite lungo i rigagnoli di neve).
Fidelco è un cacciatore. Ha il fucile. Potrebbe salvarsi. Potrebbe, alla fine, dire e sapere chi è. Ma «agli ultimi sprazzi di luce subentrava, improvvisa, l’oscurità». Fidelco è sempre sul punto di capire: lungo un climax tagliente e avvelenato il suo narratore lo lascia ad essiccare. Sì, «forse ogni giornata era dissimile dall’altra»: forse la vita potrebbe pure cambiare adesso che sta per finire; o forse svelarsi come una carezza di padre e madre, anche se non c’è mai stato un padre, una madre che abbiano detto al proprio figlio cosa sia la felicità, cosa occorra fare in questa vita. Fidelco è un uomo cattivo. Non possiede nulla: non ha bene. Sa che «per capirlo bisognava, però, scendere nel profondo di noi stessi; in quel profondo buio come il vuoto di una voragine». E non è possibile. Quando le aquile si tuffano per ghermire, non vincono, sono loro stesse prigioniere del cielo ghiacciato. Anche Fidelco è prigioniero del ghiaccio buio della sua mente disabitata.
Non ci sarà nient’altro fino alla malattia, al congedo: quando le ali saranno spezzate e il sangue rapprenderà nei suoi dubbi, nelle sue certezze inservibili. Nel racconto, per un attimo, appare Giovanni Pascoli: è un dio dei Lari, ma gli uomini ormai hanno smarrito lungo i deserti le statuette e quell’immagine di poeta italiano ricade a strapiombo nel nulla. Fidelco chiude gli occhi (è appena questo a concederci la memoria del cuore); lecca le lacrime («così roventi non le aveva mai sentite»). Ora e sempre Fidelco piange «su se stesso e i suoi antichi e redenti dolori»: medesimi, identici, eterni come la colpa di un inferno in cui tutto sarà tanto buio da non lasciare in luce nemmeno l’oscurità.
Se volessimo dire quale sia l’eccesso (la vita e la morte) de Il nido dell’aquila, potremmo dire che è semplicemente il veto dell’ombra in cui Vincenzo Pardini serra la storia del suo personaggio. Che vuol dire: qualsiasi cosa si faccia o accada nella vita, sarà solo un mistero ad aggiungersi ad un altro mistero. Nessuna scorciatoia in questa alba rafferma e vuota. L’eccesso è la morte del pensiero: è la letteratura intesa come una nuda umana infedeltà all’esistere.
2. Il padre all’Ermitage ha gli occhi ciechi, le mani guaste e dissimili, mentre il figlio sprofonda se stesso in quell’oscurità come se fosse un feto, l’orrore, il corpo che riempie e precipita nel corpo del vecchio. La cifra de Il ritorno del figliol prodigo rembrandtiano è la deformità, è un qualcosa di tenebroso. Perdonare significa che la realtà debba spezzarsi e che le sue regole necessarie comincino a deflagrare. Vedovanza e orfanezza coincidono. La misericordia, che è un atto d’amore, rimane insieme enigma e appello: il perdono deforma le leggi del mondo in nome di un nuovo intentato mondo.
Anche Emiliano è il figliol prodigo, ma in questa storia non c’è nulla di quella ombra, di quella cecità, di quei misteri. Magliani dichiara che il solco fra i due fratelli gemelli è che il padre li abbia fatti crescere come caino e Abele e che, dunque, a Emiliano non costerebbe nulla distruggere le terre, i muri a secco, il silenzio delle vallate di ruscus. Eppure, non è nemmeno così. Se La parte fosse il racconto della fedeltà e dell’infedeltà, se fosse la storia di un ragazzo fuggito in Germania che torna padrone di niente nella sua casa che pure non gli appartiene (perché lì c’è Dino, il figlio buono, quello con la schiena rotta dal lavoro, quello che nella vita ha solo faticato), ebbene leggeremmo una storia malinconica. In ogni interstizio, fra le sillabe, potremmo alla fine ritrovare, almeno per un istante, il lume rembrandtiano di quella cecità. Senza dubbio, Emiliano, più che a caino, rassomiglia a Ismaele, all’ègira, agli esclusi del cosmo biblico.
Ma anche questa è una rassomiglianza parziale. Se fosse completamente Ismaele, dovremmo in qualche modo riconoscere in lui la fede di Ismaele, quello che il grande Louis Massignon dichiarava la «chiusura della Rivelazione, la cessazione dell’attesa»: insomma la forza che per Ismaele è la proclamazione del Giudizio ultimo, la richiesta impaziente della sua realizzazione per tutti gli uomini.
Fondamentalmente Emiliano è diverso da qualsiasi comparazione. Non patisce alcuna deformità spirituale, è un personaggio puro. Che nella terminologia di Marino Magliani significa: Emiliano è una figura tragica, ma senza tragedia, senza, appunto, possibilità di redenzione; è un essere sospeso, un individuo increato, privo di divenire. Il paesaggio di queste terre liguri è un vecchio guscio di mandorla. Ciò che è fuori, nella fuga, non esiste: i viaggi appena accennati (la Spagna, la Germania, le pianure fino alla Danimarca) non esistono, non appartengono all’emigrazione. Nella nostra memoria di lettori, vediamo pochissimo. Tutto avviene davanti ad una porta chiusa, con un ritaglio «di cielo tra tetto e mandorlo», la gola secca per la fame e per la sete, l’acqua che non esce dal rubinetto, quel corpo derelitto per il viaggio e ora poggiato come fosse un corpo morto su un regalo sciupato, il materassino già mezzo sgonfio su cui non poter riposare.
Emiliano non è un emigrante, non conosce la malinconia. Guarda il mondo con un vecchio binocolo, ripensa all’infanzia e vede sul muro screpolato un manifesto pallido dei nuovi morti dell’anno, l’ombra nera dei vecchi sugli scalini del paese. C’è odore di fico e forse di lavanda masticata. La pietra di questo paesaggio sfarina ma sembra invincibile. L’aria è un’accetta, la terra inghiottita dai rovi non è niente, non è di nessuno, sembra appena un «buio popolato da usignoli e rane».
Ecco, questo è il vero punto tragico: la spoliazione, l’appartenere a tutto ma nelle forme di una perdita – dunque, il non possedere nulla. Ogni gesto di Emiliano è una ritualizzazionie funebre. Ma se Emiliano fosse caino e Dino Abele; se il primo che è il fallito (non è stato prete, né avvocato, non ha più «diritto di mettere al mondo del sangue») fosse l’opposto del nuovo padrone delle terre, non avremmo questa storia triste e meravigliosa. La realtà della poesia di Magliani è ancora un’altra: entrambi i fratelli sono degli esclusi; l’uno con la fuga l’altro con il lavoro. La sera e il giorno sono impazziti per entrambi. I «giorni si sdraiavano sulle cose, muri che scorticavano le stagioni». Dino che ha «sempre portato in spalla il mondo» è cacciato dalla luce quanto il gemello. «Non ho niente neanche per me», dice Emiliano ad un gatto che ha fame. Ma quella è la stessa fame di Dino, perché la sua ricchezza è fatta di rovine, di muri che nessuno rialza, di una fatica futile, senza benedizione: Dino «invecchiava per queste cose, aveva comprato troppa terra, impestato di ruscus e mimosa altre terrazze, riempito di celle frigo il mulino». Ecco, il puro tragico di questa storia è che per entrambi la vita sia «un posto a porte chiuse».
Emiliano resta solo davanti ad una porta che non può aprirsi. La sua voglia di lavarsi è un lavacro sacrificale – ricorda per un attimo (inaspettatamente) la luce screziata e acquosa di un noto racconto di cheever. Emiliano si fa una doccia, si asciuga. Basterebbe qualcosa che non arriva per cambiare le sorti di questa tragicità – si percepisce un ripensamento, un incipit di climax, il sopraggiungere. Eppure qualcosa di sicuro arriva. All’improvviso (inaspettatamente) sembra segnarsi sulla retina della scrittura un segno, quella luce, quella linea che possa dividere finalmente i beni e le terre, perché Emiliano e Dino debbono, potrebbero separarsi dal proprio destino – potrebbero cominciare a vivere, ciascuno, appunto, nella sua «parte». Ho l’impressione che per un istante lunghissimo come un capello Marino Magliani ci creda. Respira il miracolo e scrive: «il sole s’era dimenticato un colpo di luce sulle pietraie, il giorno era un ragno rannicchiato nella sella del passo dell’Arietta».
È «di un segno di colpa che tu hai bisogno»? Se ci fosse una colpa in questa ègira, in questa comune sconfitta forse gli uomini, Ismaele, Emiliano, Dino, potrebbero ricominciare il cammino. Il trench blu: «ti lavavi», ti lavavi, mentre gli altri faticavano e tuo padre se ne stava zitto, fratello e amico di suo figlio Dino. Se ci fosse da qualche parte una colpa, una luce dimenticata sulle pietraie: se ci fosse almeno un’accusa, sarebbe possibile la difesa, sarebbe possibile un urlo silenzioso. Con un moncone di tubo, si saprebbe come minacciare di rompere le valvole e «fare uno scempio del cuscus e delle vetrate». Ma non è stato possibile. È la perfetta innocenza di Emiliano e di Dino la grande, sfinita sconfitta dei due fratelli: la loro sofferenza di esclusi. Non ci può essere rancore in mezzo ai loro due corpi riuniti: il loro abbraccio non riconcilia la differenza, rende solo prigionieri (di se stessi) la medesima indelebile identità.
In questo Ismaele, Massignon non vedrebbe niente: Melville sì.
Il mondo intero ti caccia o ti lascia stare in casa – ma è sempre la medesima non appartenenza: «il cielo è tutto nero».
Basta, quell’attimo è passato. Nella veglia funebre di Emiliano non c’è posto per alcuna malinconia («da ricordare non c’era più nulla, che altro dirsi ancora»), giacché la malinconia, per essere, vuole magnanimità, riconosce il rispetto: non è vuota come adesso. Ho l’ardire di credere che Magliani quasi si incolpi di quell’attimo di luce passato via. A pensarci bene, che muoia proprio ora Duccio (il personaggio che, pur nella sua esilità narrativa, avrebbe potuto scardinare l’infetta e innocente unità dei due gemelli), la dice lunga: è una spia di quell’autopunizione a cui si sottomette il narratore.
Ora non c’è altro che fare se non chiudere questa storia. Emiliano riparte. Di quel chiarore in cui vedemmo la prima partenza (l’umorismo gioca la sua partita di rappacificazione: «una mano che teneva l’ombrello aperto anche sotto i portici, e nell’altra la valigia»), non resta più niente, perché la luce fievole ha lasciato il posto allo spavento, al silenzio delle bestie nel cimitero. Ogni «rumore laggiù si riempiva di echi diversi. Erano le cose che si sentivano dal fondo».
Ma è il silenzio estremo di questo rumore a far ragionare il protagonista: «forse succedeva lo stesso per le cose che si sentivano da bambini, da una posizione bassa, di cui crescendo ci si scordava».
Occorre muoversi e mettere a tacere per sempre quei grilli e quelle rane.
Emiliano si rivolge ai suoi morti, guarda la terra smossa della tomba di Duccio, recita il Kaddish per deporre una parola-pietra sulla loro assenza. E nessuno risorge. Non c’è spazio in questo muro di terra per il ritorno, per la ripetizione. L’eccesso sconvolgente di Marino Magliani è che le parole nude e innocenti degli uomini non servano a niente. Ecco, non resta che il loro silenzio: quel «silenzio che rane e grilli aspettavano di rompere appena fosse andato via».
(Il 26 marzo pubblicheremo la seconda parte della postfazione di Arnaldo Colasanti)














Iannozzi Giuseppe detto
Mi par ovvio, anzi naturale: se un libro non parlasse di vita o di morte, che libro sarebbe? Anche il romanzo più sgarrupato e inutile affronta o l’uno o l’altro tema o entrambi. Insomma Colasanti ha detto una ovvietà infatile grossa come una casa.
No, non sono andato oltre le prime dieci righe. Certi “attacchi” mi fanno cadere le palline. E quando mi cadono le palline, per mia esperienza, so che il resto non puo’ che essere peggiore dell’”attacco”.
girolamo buttà detto
Non capisco, è un articolo importante per un libro che sembra più che interessante.Ci sono libri che parlano d’altro. Rispetto a vita e morte. Come del coma, ecco.