Una scrittrice autentica (questa nota è priva di comparativi e superlativi. Ci se ne scusa coi gentili lettori)
Pubblicato da giovannichoukhadarian su marzo 23, 2010
(Ju Amoruso, in foto adèspota tratta da bacheca Facebook)
Il libro è Ju Amoruso, Mi chiamo Scrivo (benvenuti nella mia testa), Roma, Eliot, 2010, pagg. 122, 12,50 euri; caruccio, ma ben stampato e ben rilegato. L’autrice, effigiata nella foto sopra, dichiara in risvolto di copertina 19 anni ed è al suo esordio letterario. Il manifesto del romanzo – più propriamente un racconto lungo - si trova all’ottavo capoverso: “Perché nelle mie vene non scorre sangue, nelle mie vene scorre inchiostro“. Goffa epanalessi a parte, gli intenti sono chiari. Anche la storia è semplice. Scrivo è una ragazza che si sveglia in ospedale, dopo un coma durato 2 anni. E’ costretta a seguire una terapia di gruppo: 12 storie di dolore differente, che lei trascrive per liberarsi del dolore suo proprio. Il finale è a sorpresa. E’ più sorprendente che una persona di 19 anni sia così a suo agio nel racconto delle sofferenze; e stupisce la disinvoltura con che calibra spavento, attrazione, timidezza e impudenza. C’è anche, per chi è tuttora interessato all’argomento, la questione del corpo, e del corpo di donna; ma Amoruso è scaltra e, ancora in principio di racconta, la definisce così: “Il corpo umano non è unico umeccanismo. E’ semplicemente un concatenarsi di eventi fisiologici per i quali siamo al mondo e respiriamo. Ognuno respira ciò che gli pare. Io respiro parole”. Massimiliano Governi, romanziere di suo e direttore di collana dell’Amoruso, dice che questo sarebbe un esordio alla Palahniuk. Può essere. Mi chiamo scrivo è un testo autentico, sobrio senza menarne vanto, sopratutto onesto, come a 19 anni si può ancora essere.














Shin Beth detto
tocca fornire i superlativi, esplicitamente mancanti,sulla fiducia e in virtù di una personale attrazione per il tema della sofferenza.
non è affatto sorprendente, però, che una diciannovenne si misuri con essa in quanto non esiste età più inconsapevole dell’adolescenza della possibilità di essere felici per il solo fatto di essere vivi.
choukhadarian detto
Ehm,
Dr. Shin Beth (any relationship?),
non pare che il post susciti tali e tanti interessi da giustificare aggiunte del genere cui fa riferimento.
Dubito peraltro che l’adolescente soffra dolori paragonabili a quelli raccontati da Amoruso nel suo gradevole racconto lungo (morti, separazioni da persone etc)
Annalisa detto
Il post non suscita interesse in quanto privo di diminutivi e vezzeggiativi che da queste parti sembrano attrarre molta più attenzione delle sue recensioni. Ma le assicuro che ci sono adolescenti che hanno vissuto molti dei dolori qui citati, e forse anche peggiori. Ed è vero che è un’età in cui si è inconsapevoli della possibilità di essere felici per il solo fatto di essere vivi. Soprattutto quando la vita ti mette di fronte troppo presto a grandi sofferenze.
marta campi detto
tutte le età possono contenere questa incosapevolezza. e poi non capisco il collegamento tra il solo fatto di essere vivi e la felicità. la respirazione diaframmatica?!?!
Annalisa detto
Shin Beth parlava della “possibilità” di essere felici. Non sarebbe bello poterlo essere? Voglio dire, essere felici solo perchè si è vivi? Ed è vero che tutte le età possono contenere questa inconsapevolezza, ma di certo l’adolescenza, per definizione, è l’età dell’infelicità più nera…
marta campi detto
la consapevolezza fischia.