Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
L’abbiamo visto anche noi che con loro (i ragazzi che non volete) la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile. E voi ve la sentite d i fare questa parte nel mondo? Allora richiamateli, insistete, ricominciate tutto da capo all’infinito a costo di passar da pazzi. Meglio passar da pazzi che esser strumento di razzismo. (Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria editrice fiorentina 1967)
Bruciare la scuola?
I miei motivi per bruciare relativamente la scuola sono
vorrei che i nostri prof a noi adolescenti con problemi ci invogliassero a venire in un’istituzione dello stato
Alguna vez, de pronto, me despierto:
Un dolor me recorre tenazmente,
un dolor que está siempre, agazapado,
por saltar, desde adentro.
Entonces tengo miedo.
Entonces, me doy cuenta que estoy sola
frente a mí, frente a Dios, frente a un espejo
lleno de mis imágenes,
de rostros polvorientos. Leggi il seguito di questo post »
Risvolto di prima:
Campagna toscana, 1918. Per non partire soldato nella Prima guerra mondiale, un uomo nasconde suo figlio di nove anni e sua moglie in un buco scavato nel bosco. Lì dentro la famiglia passa quasi tutto il tempo, il padre esce solo per prendere l’acqua e per cacciare, ma a volte il cibo non si trova e allora bisogna affondare le dita nella terra umida per vedere se salta fuori un baco o una radice da masticare, oppure rassegnarsi a mangiare carne umana. Inizia così l’avventura di Bastiano, che cerca di riscattare la sua vita solitaria e animalesca innamorandosi di Sara, la figlia del padrone per cui va a lavorare come aiutante stalliere. Ma il fango quasi mai incontra la luce, e allora finirà per sporcarsi totalmente, uccidere colpevoli e innocenti, scappare, trasformarsi in un animale da preda, perdersi, per poi ritrovarsi anni dopo in quella tana in mezzo al bosco, la sua vera casa. I Cariolanti è un romanzo di deformazione, selvatico e rabbioso, dove la vera protagonista è la bestialità, non la bestialità malvagia e gratuita, ma quella istintiva e viscerale di chi uccide per sopravvivere. Una favola nera in tredici istantanee dove si respirano atmosfere che vanno da Truffaut a Stephen King, alle Fiabe italiane di Calvino. Leggi il seguito di questo post »
Riprendendo il nostro viaggio attraverso il “gergo linguistico” ci imbattiamo in un termine relativamente recente, coniato dall’antropologo polacco-americano B. Malinowschi (1884-19429), ‘fàtica’, con il quale si intende quella particolare funzione che talvolta presenta il linguaggio verbale, non nel comunicare e chiedere informazioni, bensí nello stabilire o mantenere un ‘contatto’ fra due persone (locutore e destinatario). Hanno tale funzione, per esempio, le frasi interrogative fàtiche (o di cortesia): “Pronto, come sta?, mi sente?, come va?” con cui si avvia una conversazione telefonica o un ‘dialogo’ in ascensore. Il termine non ha nulla che vedere con la “fatica” (latino: ‘fatíga’) vale a dire con lo ‘sforzo’ fisico o mentale che si sostiene nel compiere un lavoro e che mette a dura prova le nostre energie; la “fàtica linguistica” viene dal vecchio verbo latino ‘fari’ (parlare, pronunziare). Come abbiamo scritto piú volte molti ‘sacri testi’ ignorano il gergo linguistico che, al contrario, deve essere portato a conoscenza di tutti coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere. Leggi il seguito di questo post »
Nasreddin lavorava nella sua vigna quando una grossa spina gli entrò nel piede. “ Dio Misericordioso, ti ringrazio per non avermi fatto mettere le mie scarpe nuove”, disse Nasreddin. Leggi il seguito di questo post »
Giovanni Monasteri, Preghiere per far piovere, Starrylink
Protasis
Angelo, alleviami tu delle parole
che come angeli biechi stanno
appollaiati sul cuore. Insegna loro
il volo, in volo portale con te,
umile messo della corte dei cieli,
voce e valletto del supremo re.
Quando Gli parlo con fiducia,
distoglie da qui lo sguardo e dice a se stesso:
fiducia! parola fraudolenta
e infida, cara ai mercanti e ai baciapile. Leggi il seguito di questo post »
Il vento è penetrato nel nido
ha sparigliato fili intrecciati a conca
avanzo dentro
una deriva di steli e di stecchi
ferite a vista abrasioni
le membra sciolte e incolte
come i fondi di caffè
alla turca bevuto in Macedonia
navigazione a vista
e sempre maldestra
fra scienza e nescienza
fra il fare e il pensare. Leggi il seguito di questo post »
Purtroppo ho abbastanza anni da ricordare un vecchio televisore dei miei nonni che quando lo spegnevi l’immagine veniva risucchiata in un punto biancastro in mezzo allo schermo color muffaverde, e non è che questo punto biancastro scomparisse tutto d’un colpo, no, ci impiegava qualche secondo a dissolversi, accompagnato da uno sfrigolio elettrico tipo zanzara arrostita in sera d’estate, ma arrostita in lontananza, forse non è vero che c’era quello sfrigolio di elettrozanzara, forse ricordo male, però ricordo bene che stavo a fissare quella dissolvenza del punto centrale, poi appoggiavo la mano sul fianco del televisore a controllare che fosse ancora caldo, come per accertarmi che quella scatola avesse veramente funzionato fino a poco prima, tutto questo per dire che leggere la collezione di racconti di Enrico Piscitelli, La minima importanza, Las Vegas Edizioni, è stato per me come tornare a fissare la dissolvenza del punto bianco nello schermo del televisore, prima che scompaia dal tutto. Leggi il seguito di questo post »
Tre poesie di Dietrich Bonhoeffer
di Anna Maria Curci
Qualche giorno fa ho letto una delle preghiere che Dietrich Bonhoeffer scrisse per i compagni di prigionia. La lettura mi ha dato lo spunto per rileggere le poesie di Bonhoeffer nel testo originale, limpido e insieme profondo. Ho provato a rendere limpidezza e profondità anche nella lingua italiana.
La prima delle tre poesie proposte è diventata anche una canzone.
Dietrich Bonhoeffer scrisse questi versi nel carcere militare di Tegel, a Berlino. Li accluse a una lettera all’amico Eberhard Bethge dell’8 luglio 1944.
Chi sono?
Chi sono? Spesso mi dicono
che esco dalla mia cella
sciolto e sereno e saldo
come un signore dal suo castello
Chi sono? Spesso mi dicono
che parlo con i sorveglianti
libero e cordiale e franco
come se avessi da comandare.
Chi sono? Mi dicono anche
che i giorni porto della malasorte
imperturbabile, sorridente e fiero,
come chi è uso alle vittorie. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da giovannichoukhadarian su marzo 12, 2010
Al quarto romanzo, l’inviato speciale Massimo Lugli alza il tiro. Esaurita infatti la fortunata ministerie del Lupo, entra ora in scena l’aspirante cronista e voce narrante Marco Corvino, che se non è un alter ego del narratore gli somiglia tuttavia molto. I fatti si svolgono nella redazione di un quotidiano romano, sezione cronaca nera, e nelle strade di una Roma travolta da una serie di delitti sempre più efferati, di cui Corvino è chiamato a dare conto. Ogni capitolo è però preceduto da un testo in corsivo, in cui una seconda voce narrante (il Carezzevole, appunto) descrive con tono mellifluo delitti ben più cruenti, condotti sul filo di un sadismo anche troppo esplicito. Lugli racconta il male attraverso la luce deformata di de Sade; prendendone le distanze come può fare un laico romano disincantato, senza celarne tuttavia il fascino perverso. Leggi il seguito di questo post »
Navigazione tranquilla, oggi. Le correnti mi hanno portato verso il sole che sorge, verso est. Il mare era calmo, solo qualche lieve e monotona ondulazione mi levava e mi abbassava. Sono incappato in un branco di sardine. O forse erano acciughe? Mai riuscito a distinguerle bene. Mi hanno avvolto come una nuvola, una frenetica nebbia. Le ho guardate da vicino, argento vivo, a migliaia; poi, ad un tratto, sono scappate via. Forse un pesce più grande le inseguiva? O un richiamo a me incomprensibile le ha attirate altrove? Non so: non ho visto nulla, nessun pesce grande, nessun inseguitore. Sono sparite e mi sono ritrovato di nuovo nel blu senza fine. Nient’altro da segnalare. Leggi il seguito di questo post »
“Ora dovrò metterci la faccia“: della serie, come continuare a difendere l’indifendibile. Leggi ad personam, attacchi alle istituzioni (Capo dello Stato, Magistratura, Corte costituzionale, CSM, Pubblica amministrazione), abuso di decretazione d’urgenza con svilimento del ruolo del Parlamento (la cui imprescindibile dialettica interna, per trenta provvedimenti sui quali è stata posta la fiducia, è stata impedita), emorragie di denaro pubblico a vantaggio di una ristretta élite di imprenditori e di categorie sociali, scelte politiche ed economiche fortemente contestate da una parte considerevole di cittadini (su scuola, giustizia, energie alternative, lavoro, emigrazione, ordine pubblico e sicurezza), schiacciante controllo sull’informazione privata (essendo il premier proprietario, direttamente o indirettamente, di emittenti televisive e testate giornalistiche) e pubblica, ridotta a una funzione di normalizzazione e giustificazione dell’inaudito. Leggi il seguito di questo post »
Viviamo oramai tutti (o quasi) vite random: le cose non ci accadono perché le scegliamo, ma perché ci capitano addosso. Mentre facciamo una cosa, ce ne capita un’altra.
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
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di Giuseppe Panella
Brevi flashes da altroquando. Nunzio Festa, Dieci brevissime apparizioni (brevi prosepoetiche), Faloppio (CO), LietoColle, 2009
Pur essendo giovanissimo (è nato a Matera nel 1981), Nunzio Festa ha già alle spalle una raccolta di poesie nel 2004 (E una euna, Montedit di Melegnano (MI)) e un volume di racconti (Sempre dipingo e mi dipingo. Storie di vita ballate e condite con musica, Associazione Culturale Il Foglio, Piombino (LI), 2005) e una notevole attività editoriale con la sua Edizioni Altri Media.
Molti anni fa, ne Lo spazio letterario, il critico e teorico della letteratura Maurice Blanchot, sottesa l’equivalenza di arte e immaginario, o meglio, assunto il secondo come il luogo in cui, soltanto, l’arte è possibile, e opponendolo alla realtà irriducibile delle ‘cose’, mostrava come un singolare percorso di allontanamento da essa, ed esperienza creativa dell’immaginario insieme, si compisse in modo esemplare nell’ opera di Franz Kafka. Leggi il seguito di questo post »
La recentissima iniziativa, affrontata dalla label indipendente Testament (www.testament.co.uk) in collaborazione con la Rundfunk Berlin-Brandeburg e in accordo con gli eredi del maestro, di pubblicare tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010 ben 9 compact disc dedicati alla collaborazione tra i Berliner Philharmoniker e il compianto direttore d’orchestra Carlo Maria Giulini, è destinata a gettare sicuramente una nuova luce sul cammino artistico del maestro scomparso il 14 giugno 2005, attraverso le registrazioni dei concerti tenuti alla Philharmonie di Berlino in un arco di tempo che si estende dal febbraio 1969 al febbraio 1984. Leggi il seguito di questo post »
“Nino Orsini – fissa Pietro Mazzamuto nella sua relazione al Convegno tenutosi a Palermo il 30 Novembre 1995 – ebbe coscienza per tutta la vita di essere poeta e scrisse, attingendo alla sua condizione di uomo e di siciliano, sempre versi in dialetto.”
Giusto a partire da questa enunciazione intendiamo rievocare, a oltre venticinque anni dalla morte, la figura e l’opera di Nino Orsini (Palermo 1908-1982).
Agli inizi degli Anni Trenta, Nino Orsini frequenta Ugo Ammannato, Emilio Ruisi, Pietro Tamburello. Il GIORNALE DI POESIA SICILIANA, nel numero di Giugno 1988, propone, a firma di Pietro Tamburello, un ricordo di Vito Mercadante: “Tra le mie cose più care conservo uno foto (del 1933, riprodotta in calce all’articolo) in cui, con Nino Orsini e altri amici, ci stringiamo intorno al suo sorriso nel giardino della sua casa. Qualche anno ancora e la poesia siciliana avrebbe perduto la dolcezza di quel sorriso.” Leggi il seguito di questo post »