Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Era una città di freddo. I muri, le strade, i binari del tram, gli interstizi sbilenchi che si piegavano sulla superficie dei marciapiedi, le teste dei passanti, perfino le ali dei colombi in bilico sui cornicioni: tutto era abitato da un freddo bianco e truce. Lo scrittore (ma forse era un poeta, oppure un portalettere) decise di parlarne, di dare corpo a questo gelo affidandolo a qualche decorosa parola. Ma si trattava di uno scrittore (o, lo ripetiamo, di un poeta, o di un postino) molto pigro, abituato a disperdere le energie in lunghi periodi di stasi. Inutile dire che la stasi è una malattia di cui i poeti vanno piuttosto fieri, anche se produce effetti collaterali piuttosto sgradevoli, come ad esempio (in realtà soprattutto nel caso dei portalettere) il ritardo nella consegna delle raccomandate. Lo scrittore della città di freddo, però, non disponeva di pacchi da recapitare, e almeno da questo punto di vista aveva la coscienza a posto. La pigrizia, comunque, lo tenne fermo per tutto l’inverno, e per buona parte della primavera, cosicché arrivò a trovare le forze per mettersi finalmente a scrivere quando il ghiaccio si era ormai sciolto da un pezzo, sostituito dal caldo opprimente che da alcune settimane andava sbraitando grazie all’agosto più afoso del secolo (secondo alcuni, del millennio). Leggi il seguito di questo post »
Carlo Carabba, autore della raccoltaGli anni della pioggia (edita da PeQuod), “Premio Mondello per l’opera prima 2009″, scrive versi che personalmente mi viene spontaneo visualizzare musicalmente, come un successione di movimenti tra l’andante e il nostalgico.
Vi propongo qui tre suoi componimenti poetici che “risuonano” particolarmente bene, se letti in quest’ottica.
Mi hanno trasmesso sensazioni consonanti con quelle scaturitemi dalla lettura di uno dei principali poeti polacchi della nuova generazione, di cui mi sono occupato su questo blog, Tomasz Różycki. Non c’è naturalmente alcun rapporto di derivazione, ma la genuina condivisione di uno sguardo attento e sensibile sulla vita, colta nelle sue cadenze malinconiche, che sembrano alludere ad allegrie intime, nascoste nel segreto dell’animo, in un’”infanzia ideale” che continua a vivere in ognuno di noi, prima ancora dell’insorgere del linguaggio – territorio di percezioni immediate, di odori e sapori, e soprattutto di suoni e bagliori inattesi.
Vuote la buca delle lettere, la segreteria telefonica, la casella di posta elettronica. Tutto più o meno al suo posto; non un indizio, un segno. Nel rientro serale la donna non sospira neanche più, a ciglio asciutto accende il fuoco per un boccone di cena. Leggi il seguito di questo post »
Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fineStoria contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporaneaquesta mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)
Evoluzione della bellezza e analisi dell’Altro. Letizia Lanza, Mirabile bruttezza, premessa di Armando Pajalich, Padova, Studio Editoriale Gordini, 2008
Dalla Grecia arcaica alla letteratura di anticipazione, l’evoluzione del concetto di Bello e la consentanea capacità ad esso di apprezzare la bellezza vengono letti attraverso l’evoluzione del Brutto passando attraverso il Mostruoso, il Terribile, l’Orroroso – tutte quelle categorie che risultano essere l’Altro rispetto a quel concetto di Armonia che, per questo motivo, esse infrangono e che per i Greci, invece, era la dimostrazione della contiguità e coincidenza di Buono e, appunto, di Bello (la kalocagathia – come voleva Platone, ad esempio). L’Armonia è la sintesi di etica ed estetica che l’avvento di qualcosa di totalmente diverso sembrano rimettere ogni volta in discussione.
Il nostro è un lavoro che consente, più di tanti altri, di conoscere donne in gamba. Da anni non sono più un’appassionata di 8 marzo, soprattutto da quando questa data – come tante altre – ha assunto una valenza esclusivamente mercantile, svuotandosi del significato che ha avuto nella storia del progresso umano. Questo articolo è dedicato a tutte le donne, tante, che – a volte con molta minore visibilità rispetto a Simonetta Salacone – hanno come lei il coraggio etico, politico, civile di continuare quotidianamente a difendere le proprie idee e la scuola della Costituzione. (Marina Boscaino)
Sono belle le parole che Simonetta Salacone ha scritto sul Manifestoqualche giorno fa. Per i pochi che non lo sapessero, Simonetta è il dirigente scolastico della Iqbal Masih Leggi il seguito di questo post »
E’ una strada breve, dalla parrocchia al giornalaio. Si fanno pochi incontri, la mattina, con le auto che corrono verso il solito destino, persone che acquistano il solito giornale, cani che fanno i soliti bisogni, poveri che aspettano la solita elemosina, le solite abitudini, i soliti imprevisti, i soliti pensieri che affollano il cervello stanco di cercare il nuovo. E’ facile ripetere, non accorgersi della differenza, in un gesto impercettibile, una parola accennata, in uno sguardo. Basterebbe un cenno d’intesa per cambiare il mondo.
A me gli animali creano sempre stupore. Gli animali sono esseri di un mondo più grande del nostro. Un mondo grande quanto il bosco più grande. Alcuni sono semplicemente animali, simpatici o meno, altri sono particolari e si distinguono perché compiono imprese eroiche. Avendo un’ampia veduta della terra circostante dall’alto tetto su cui sono di vedetta, mi capita a volte di assistere ad episodi stravaganti che hanno per protagonisti gli animali. Immagino che tutti sappiate cosa è una capra e magari sapete anche che le capre in genere sono ostinate. Diciamo che sono l’ostinazione a quattro zampe. Questa storia non è inventata, è accaduta: un fatto notturno con prove di volo. Leggi il seguito di questo post »
Estratti da Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo, opera che comprende due racconti di Marino Magliani e Vincenzo Pardini (in uscita adesso con Transeuropa)
Pubblico qui la parte iniziale dei due racconti, rispettivamente di Marino Magliani (La parte) e di Vincenzo Pardini (Broggi). Delle selezioni più ampie sono già comparse sulla rivista Nuovi argomenti(n° 49, gennaio-marzo 2010; titoloTabù – Il gioco delle parole proibite).
SE potessero parlare ci direbbero “Mi fai male”, “Sono triste”, “Sono felice di vederti”. Etologi e neurobiologi ne sono sempre più convinti: per quanto riguarda le emozioni l’unica cosa che differenzia animali e uomini è il modo in cui si esprimono. Agli animali mancano gli organi adatti per articolare il linguaggio e quindi per comunicare quel che provano, ma poiché possiedono vista, tatto, attività cerebrale e una buona porzione del Dna simili o, in alcuni casi, quasi uguali ai nostri, a scimmie, cani, corvi, polpi e perfino tartarughe e pesci è giusto attribuire la capacità di amare, soffrire, gioire. Leggi il seguito di questo post »
Michele Obit, LE PAROLE NASCONO GIA’ SPORCHE, Le Voci Della Luna, Sasso Marconi (2010).
Persona riservata ma al tempo stesso molto attiva e generosa nell’ambito della promozione del lavoro altrui, Michele Obit pone, con “Le parole nascono già sporche”, un nuovo importante tassello nella prosecuzione di un percorso poetico iniziato oltre vent’anni fa e portato avanti con coerenza e rigore in ogni occasione. A distanza di sei anni da “Mardeisargassi” (Moby Dick), questa nuova raccolta esprime il pieno della maturità di un autore che meriterebbe ben altri riconoscimenti per la qualità elevatissima della sua scrittura, riconoscimenti che mi auguro possano – finalmente – pervenire adesso.
“Le parole nascono già sporche” fornisce l’idea di un lavoro essenziale non solo per quanto riguarda il numero dei brani (una trentina), ma soprattutto per il processo di creazione che ne è alla base. Leggi il seguito di questo post »
Ho impiegato un po’ di tempo a raccogliere le idee su Amabili resti, per capire come un film girato in modo ineccepibile, con un budget stratosferico (65 milioni di dollari), con uso geniale di riprese, con attori tutti bravissimi (e un paio di fuoriclasse a nome Susan Sarandon e Stanley Tucci), con un ritmo quasi sempre sostenuto, con dialoghi e toni coerenti alla storia, con una ricostruzione impeccabile delle atmosfere del 1973 (anno in cui parte la vicenda) e con una rappresentazione di immagini oniriche degne di un Magritte digitale, insomma, per farmi un’idea del perchè da tutto questo bendidio in celluloide ne potessi ricavare un’unica finale sensazione di delusione, di fallimento della pellicola.Leggi il seguito di questo post »
È da lungo tempo che non pubblico un articolo su La poesia e lo spirito.
Ho scelto di parlare di e con Massimo Lugli, terzo classificato al premio Strega 2009, dopo aver seguito con interesse la sua partecipazione di qualche settimana fa al TG La7. In termini televisivi potrei dire che “buca lo schermo”. Mi è arrivato così nitido e intenso il suo amore per la scrittura, è così sincero e spontaneo il suo con, che non ho potuto fare a meno di mettermi in contatto con lui. Volevo conoscerlo meglio, come persona, come giornalista e come scrittore. Massimo Lugli ha appena pubblicato l’ennesimo romanzo per Newton Compton. Inquietante il titolo: Il carezzevole. L’autore me ne ha spiegato il motivo nel corso dell’intervista.
Gli ho chiesto di inviarmi qualche riga bio-bibliografica. Ed è così che si è presentato. Da parte mia posso solo ringraziarlo per l’estrema gentilezza e per la disponibilità.
Ora, però, lascio spazio alle sue parole.
«Sono nato a Roma il 9 maggio del lontano 1955. Ho iniziato a fare il giornalista a Paese Sera nel 1975 e 10 anni esatti più tardi sono entrato a Repubblica, dove lavoro ancora oggi. Ho vinto il premio nazionale “leader di cronaca” e ottenuto tre riconoscimenti al “cronista dell’anno” nelle varie edizioni. Ho scritto Roma Maledetta (1998), La legge di Lupo solitario (2007), L’istinto del Lupo (2009) e Il Carezzevole (2010). Ho praticato judo, tae kwon do, karate (1 dan), un po’ di full contact e attualmente (da 20 anni) tai ki kung e wing tsun. Le arti marziali sono la seconda grande passione della mia vita. O forse la prima». Leggi il seguito di questo post »
Il piacere di leggere ovvero la scrittura impossibile. Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino.
Pubblicato nel 1979 e presto diventato un caso letterario internazionale, il testo di Calvino non può essere facilmente definito come un romanzo in senso stretto. Sebbene il Novecento ci abbia abituato alla frammentarietà -fu la Coscienza sveviana il primo vero romanzo moderno in netto contrasto con la tradizione-, alla metaletteratura, allo sperimentalismo e al citazionismo, questo testo sembra andare oltre.
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
Scrittura lirica e scelta etica nella poesia di Renzo Ricchi. A proposito di La cetrad’oro(Poesie 1950-2005), Lanciano (CH), Rocco Carabba, 2007
Renzo Ricchi apprezza parecchio, evidentemente, la prospettiva di pubblicare proprie auto-antologie che raccolgono testi scritti in anni anche parecchio lontani dato che quest’ultima La cetra d’oro (Poesie 1950-2005) stampata per i tipi di Rocco Carabba di Lanciano nel 2007 è la sua terza pubblicazione realizzata in quest’ottica.
Con questo vento viene destino; lascia,
lascia che venga tutto ciò che preme, cieco,
di cui noi arderemo -; tutto questo.
(E resta immobile perché ci trovi).
Porta il nostro destino questo vento.
Da chi sa dove questo vento nuovo,
sbandando sotto il peso di cose senza nome,
porta sul mare quello che noi siamo.
…Oh, se lo fossimo. Saremmo a casa.
(Vedremmo scendere e salire in noi i cieli).
Ma ogni volta con questo vento passa
il destino oltre di noi immenso.