Stupore nel traffico – Daniele Mencarelli
Pubblicato da lapoesiaelospirito su aprile 2, 2010
“Stupore nel traffico”
Quando appare un buon libro di poesia di una persona giovane ci si vorrebbe inginocchiare per strada, baciare il selciato dove passano tutti e dire: qualcosa di grande, di umanissimo abita ancora questa terra dura, questa gente che siamo, vile e piena di ingombri idioti. C’è aria per la nostra fame di respiro.
Questo libro piccolo per dimensioni edito dalla semplice e raffinata Nottetempo lo ha scritto, anzi composto anche procedendo da vari precedenti lavori, un poeta che stimo fin dal suo apparire manoscritto in una mia notte di quindici anni fa. È Daniele Mencarelli. Il libro Bambino Gesù è così titolato perché la più cospicua sezione di testi viene da un libro scritto quando il poeta era operaio all’ospedale romano per bambini che porta quel nome.
Un parte struggente, lieve e profonda dove lo sguardo discreto ma non reticente del poeta si posa sulla parte più fragile della nostra umanità. Una pietà senza sconti, dura, assoluta. L’impasto dello sguardo duro di Pasolini e di Giovanna Sicari. E speciali controtempi di una lingua mai artificiosa ma tesa.
Poi la parte dedicata al traffico, o meglio alla ricca serie di segni, di sovrappensieri e stupori improvvisi che lo colgono nella quotidiana fila per andare al lavoro. Infine la sezione dove appaiono i visi cari, anzi i mezzi gesti, le pieghe del volto, le consuetudini di un luogo appartato e però aperto all’universo. Una parte dove risaltano pezzi di mondo investiti da una gloria umile e alta: “il bar asilo di vecchi sfittati” o il vecchio che “soggiornava sulla porta/sempre seduto con la sigaretta appesa” e che “non s’è svegliato una mattina/proprio adesso che ristrutturano il palazzo”. Libro con momenti di forte visione, sopra i grandi elementi di sempre: la morte, il viaggio, la casa, la speranza. Ma con una nuova potenza, una nuova voce.
Davide Rondoni, il Sole 24 ore Domenica del 14-03-2010
Daniele Mencarelli, Bambino Gesù, edizioni Nottetempo, collana Gransassi
I primi orrori le facce funestate
agli inizi mi lasciavano di pietra,
gli altri operai rassicuranti:
“Pure te ci farai l’abitudine”.
Il tempo ha continuato il suo dovere
ora per i nuovi sono io l’esperto
ma non so bene come aiutarli,
forse dovrei semplicemente dirgli:
“Pure voi ci farete l’abitudine,”
vi abituerete ai piccoli malati
al pianto dei padri e delle madri
alle teste dei nati prematuri
ai corpi ordinati dentro le casse bianche.
—
Una mattina come tutte le altre
sole e piccioni freschi in cielo,
“prima o poi doveva capitarti,”
cosí gli altri operai mi dissero.
Non ho ricordi ad aiutarmi
tranne il tavolo d’acciaio bucherellato,
gli arnesi riposti nelle vetrate
l’odore pungente della formalina.
Ancora pago quell’attimo
quell’unico attimo d’innata curiosità,
ricordo barattoli e niente altro,
piú che altro niente voglio raccontarti,
se non lo specchio al lato della stanza
che rifletteva uno frenetico a spazzare
a finire il prima possibile il suo dovere,
sudato zuppo con gli occhi vitrei allucinati.
—-
Di tutti noi nessuno riesce a capire
la vostra lingua di piccoli tocchi
sulle mani e le braccia poi la fronte
che si sfiora con l’altra per assenso,
o cosí almeno mi sembra di capire.
Il portantino padre di famiglia
vi scruta ad alta voce e si domanda
come una madre resista ad una figlia
che non sente non vede non parla,
“d’eroi senza nome è piena la terra,”
gli dico mentre pulisco il davanzale
bollente per il sole a picco dell’estate.
—
A Giovanna Sicari
Roma è arterie gonfie, gente
in marcia, congestione di vita dietro vita,
e pensare che qui abbiamo amato l’infanzia
mischiati nel tempo come forestieri.
Forse, tra i banchi di piazza Vittorio
o d’estate a Ostia nel mare degli umili
io e te ci siamo visti e sfiorati
sorrisi e ringraziati, te ragazza in fiore
io bambino appena, ci siamo visti
e per un attimo amati, non importa per cosa.
—-
I mocassini erano gli stessi
stretti ai piedi di mio padre,
l’altro stava disteso sulla Tiburtina.
Solo quelli uscivano dal telo
steso bianco contro la notte.
Non dovevo guardare, no, non dovevo,
e invece non ho fatto altro,
ho disubbidito e ancora oggi pago
il castigo di chi non crede se non coi propri occhi.
Non sono invincibili gli uomini
si sdraiano lungo strade buie
smettono di vivere come fosse naturale.
—
È un punto risaputo.
Non c’è mattina del creato
che non ci trovi qui
paralizzati, a noi stessi estranei.
Sarà per consuetudine, l’umana pazienza,
ma non vedi mai nessuno tra i presenti
abbandonare l’auto e scappare via
coi propri piedi
per la campagna sovrana circostante,
non piú disposto a perdere il suo prestabilito tempo
ogni giorno allo stesso punto, senza senso.
O forse ci nascondiamo che il tempo
nasconde altro tempo,
la vita altra vita.
—
Non ti stufi di fare e disfare
ideare tramezzi e accorgimenti
per fare di questa casa in assoluto
il posto dove poter vivere in pace,
già la pace, non pensi che questa casa
un giorno la dovrai abbandonare.
Tu fai e disfi come dovessi abitarci
per un tempo sconosciuto senza morte.
—-
Quanto era bianca la neve dell’85
e fredda e sconosciuta per noi bambini
come ci trovò splendidamente impreparati
con le buste della spesa legate ai piedi
una camera d’aria per discese mozzafiato.
Qualche volta in altre terre l’ho rivista,
non ci crederai, è rimasta bianca come allora.














carmine vitale detto
Quando appare un buon libro di poesia di una persona giovane ci si vorrebbe inginocchiare per strada, baciare il selciato dove passano tutti e dire: qualcosa di grande, di umanissimo abita ancora questa terra dura
che cosa dire di più?
straordianrio e semplice
incanto e disperazione
c.
Paola detto
Questa sera in tv hanno declamato una poesia belissima: era di Daniele Mencarelli, un giovane poeta. Ho cercato in Internet altri suoi versi e li ho trovati fantastici! Arrivano dritti al cuore! Senza sbavature o parole ridondanti, le sue brevi ma intense poesie ci fanno scoprire, come semplici, ma eloquenti immagini, un messaggio che ci fa sprofondare nella vita; non in una vita particolare, ma nella vita di tutti i giorni, fatta di emozioni comuni,non sempre comprese in profondità, di comprensioni timorose e di sfuggenti spavalderie.Grandioso!Grazie. Paola