La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.

Tretìppe e martìdde, questo e quest’altro

Pubblicato da lapoesiaelospirito su aprile 29, 2010

Vincenzo Mastropirro, Tretìppe e martìdde, questo e quest’altro, Giulio Perrone, LAB.

di Pasquale Vitagliano

Stoche a pizz’, proprie a pizz’/ cume re furme stròne fatte da mamme/ pronte pe d’esse mangiate/ da vocche tercìute/ cu’ le dinde malòte (Sono a pezzi, praticamente a pezzi/ in forme strane scolpite da mia madre/ pronto per essere mangiato/ da fauci mostruose/ con denti cariati). La poesia dialettale di Vincenzo Mastropirro andrebbe ascoltata, e senza bisogno di traduzione. Se ne coglierebbe subito la prima qualità, l’essere tridimensionale, plastica, sonora, appunto. E’ dunque una poesia plurisensoriale, prima e al di là di ogni riflessione linguistica e semantica sull’uso del dialetto. Questo lo si sente subito per la sua forza di evocazione: suoni e immagini.
La pete de la poesèje/ sbatte contre ‘nu mure de plastiche/ e u ‘nzaperisce d’acqua corrìende (…) (La pietra della poesia/ sbatte contro un muro di plastica/ e lo insapora d’acqua corrente). Tretìppe e martìdde, a partire dal titolo, che trae significato dal suo stesso suono battente, i versi liberamente – ma non a caso – costruiti, le frequenti cerniere tra una strofa e l’altra, a farne anche da contrappunto, possiedono la fissità visionaria di pietre erratiche staccate da una cattedrale romanica e sparse dentro una modernità smarrita, messa in attesa: “(…) Vi consigliamo di non riagganciare/ per non perdere la priorità acquisita”. (…) Po’ nan ‘nge la fazze cchjue/ (…) e accummènze a parlò cume dich’eje (Poi non ce la faccio più/ e comincio a parlare come dico io).
La vocche de ‘nu anemòle/ se storce tùotte e me fosce sckèife (Le fauci di una belva/ fanno le boccacce e mi fanno schifo). (…) So ber’ fatte? Sicce… Assemighje/ a ‘nu quadre de chire pettòre stròne,/ chire ca pìttene facce sterciòte./ Comungh’/ meghje sterciòte ca fàtue (Sono bellissimo? Mah chissà… Somiglio/ a un quadro di quei pittori strani,/ quelli che dipingono facce mostruose./ Comunque/ meglio brutto che scemo). La poesia dialettale di Mastropirro possiede il medesimo spessore icastico delle maschere apotropaiche che continuano ad adornare ancora oggi muri e balconi della nostra Puglia petrosa. Queste non svolgono più la loro funzione di esorcizzare demoni e allontanare le energie negative; non separano più il mondo dei vivi da quello dei morti, anzi, ormai, riuniscono, riconducono la nostra liquida quotidianità dentro il seno denso della memoria e della tradizione, spesso più espressivo e dunque più vitale della nostra contemporaneità. Anche questa lingua “ruvese” riallaccia la vita alle sue fonti energetiche originarie, con ironia e commozione, lontano da intenti etnografici, immune da risvolti folkloristici.

Inde a la vèite, spisse/ s’è costrìette a fò chere ca nan’ se vole./ Cadèime sèmbe ‘ndìerre/ e n’acchiòme sotte a ‘na mundàgne/ d’umanetò inutele/ cume chera dèi/ quante m’acchjbbe ‘ngùdde/  re mone de ‘nu fandàsme/ e nan’ sapìbbe reagèje/ pe mancanze de chegghjune (Nella vita, spesso,/ si è costretti a quello che non si vuole./ Cadiamo sempre a terra/ e ci troviamo sotto una montagna/ di umanità inutile/ come quel giorno/ quando mi trovai addosso/ le mani di un fantasma/ e non seppi reagire/ per mancanza di palle). Questo poesia produce nel lettore un originale effetto sincretico: il testo dialettale suona vivo e fresco come un esperanto, mentre la traduzione rivendica la forza del passato. Lo coglie molto bene Luigi Metropoli nell’introduzione, là dove, a conferma delle qualità mimetiche e metamorfiche del dialetto, parla di “miracolo della trasformazione dovuta alla natura ancipite di questa lingua-non-lingua, a metà strada tra la parlata e il gesto, tra il pensiero e le cose, intimamente legata ad un’epoca remota, eppure tangibile, di carne”.
Tra niue/ nan ‘ngè stòte me ‘nu momènde aggarbòte./ (…) U cervìdde s’ammasse/ e criesce cume la paste de le panzerùtte./ (…) Ogne panzerùotte è agnìute de veretò/ mozzarèlle e veretò./ Mègghie mangiò/ ‘nzime au agnìute mezzicuòme velène (Tra noi/ non c’è stata mai chiarezza/ (…) Il cervello si ammassa/ e cresce come la pasta dei panzarotti/ (…) Ogni panzarotto contiene verità/ mozzarella e verità./ Meglio mangiare/ con il ripieno mastichiamo veleno). La lingua di Mastropirro – lo chiarisce Francesco Marotta, associando l’autore ad Albino Pierro, nella sua nota critica al testo – finisce per essere insieme corporea e metafisica, crea un “senza-luogo” archetipo, illumina il passato e lo re-inventa “con la sua stessa assenza”, coma una “lingua-madre, arcaica eppure “bambina”, rendendolo esemplare.
(…) La vite de ‘na fiemene/ è sèmbe ‘bbone/ senza besùgne d’iegne/ arede e inutile carte bollòte (La vita di una donna/ e ben spesa sempre/ senza bisogno di riempire/ aride ed inutili carte bollate).

2 Risposte to “Tretìppe e martìdde, questo e quest’altro”

  1. Ringrazio “La poesia e lo spirito” e Pasquale Vitagliano per l’intensa e sincera recensione al mio ultimo libro. “Hai letto al meglio il mio pensiero e gli spunti che hai preso dai testi sono quelli che leggo meno in pubblico e questo mi ha fatto piacere”.
    Un abbraccio e buona poesia a tutti
    vincenzo

  2. neobar detto

    Si tratta di un libro che si legge come una partitura. La traduzione fa un po’ da basso “ostinato”, per un lettore un po’ sperduto e non familiare con le lingue del sud; traccia un po’ la via, ma la melodia e’ nei versi in ruvese. Ci ho messo un po’ ad entrarci pur essendo pugliese anch’io (del sud) ma alla fine si resta a bocca aperta, a guardare come… De ‘nu alte bìuche senza lìusce/ addò tutte è nirue/ Pe’godè angore re meravigghje de munne./
    Abele

    P.S. Una recensione che come un cerchio concentrico ne continua la musica.

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