Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni
Emerico Giachery, scrittore e professore universitario, è autore di numerosi saggi critici che si caratterizzano per un approccio ai testi letterari non strettamente ‘accademico’. Gli anni trascorsi insegnando Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Roma-Tor Vergata e in varie città europee, tra le quali Ginevra, lo hanno visto approfondire un rapporto vivo con le opere, incentrato su valori strettamente poetici e attinenti all’anima dell’uomo.
Il bambino è incuriosito: in quel tempo ne vedeva di sangue, e una scena come questa faceva quasi ridere. Sul tavolo, gli attrezzi del mestiere: rispetto agli studi cui siamo abituati, fa rabbrividire. L’espressione del cavadenti dice tutto: ricorda il dentista sadico della Piccola bottega degli orrori; invece, forse, è solo il parossismo dello sforzo, l’acme di un impegno professionale coscienzioso. Il personaggio anziano sulla destra richiama le figure attempate della Cena di Emmaus, come fosse anche questa un’esperienza di contemplazione esterrefatta e sbigottita. Lo sguardo tendente verso il basso sembra cercare l’altro quadro, la serenità fiorita dal risorto, dopo la passione. La speranza intravede un esito felice, anche quando il dolore insopportabile grida a mano alzata contro il cielo.
Ciao, sai che i libri che compri potrebbero contenere tracce di foresta pluviale? Dal Salone Internazionale del Libro di Torino lanciamo la nuova classifica “Salvaforeste” sull’editoria italiana, che rivela come la maggior parte dei libri venduti nel nostro Paese sia una minaccia per le preziose foreste di Sumatra e gli ultimi oranghi indonesiani. L’Italia, infatti, è il più importante acquirente europeo di carta indonesiana e il maggior cliente del campione della deforestazione APP (Asia Pulp and Paper).
Al nostro questionario “Salvaforeste” la maggior parte degli editori ha risposto dimostrando trasparenza, ma ha dichiarato di non poter fornire informazioni chiare sulla propria carta e quindi non ha una politica sostenibile. In questo gruppo si trovano i principali gruppi editoriali italiani Mondadori, RCS Libri, Gruppo Giunti e Gruppo Mauri Spagnol. Leggi il seguito di questo post »
Nella nostra epoca il poeta, nel quale si incarna il tipo più puro dell’umanità dotata di un’anima, si trova preso in mezzo fra il mondo delle macchine e quello dell’attività intellettuale organizzata come in uno spazio senz’aria dov’è condannato a soffocare: giacché il poeta è appunto rappresentante e paladino di quelle forze e di quelle esigenze dell’uomo alle quali la nostra epoca ha dichiarato la più fanatica delle guerre.
Accusare di ciò la nostra epoca sarebbe una sciocchezza. Essa non è né migliore né peggiore delle altre. Per chi può condividere i suoi obiettivi e i sui ideali è un paradiso; è un inferno per chi, invece, le deve opporre resistenza. Per noi poeti è dunque un inferno. Leggi il seguito di questo post »
ATTIVITA’: Scrittore
SEGNI PARTICOLARI:Nessuno (almeno credo)
LO TROVATE SU: www.markelo.net
www.lapoesiaelospirito.wordpress.com
Cosa ti senti di essere, nella tua essenza più profonda?
Uno scrittore. Eclettico.
In quest’intervista parleremo del tuo ultimo libro, Un viaggio con Francis Bacon, uscito per Zona Editore nella collana Novevolt.Come definiresti il genere?
Un racconto-saggio. Un ibrido fra narrazione autobiografica e saggistica. In sostanza, un modo molto personale per parlare di un argomento (nel mio caso Francis Bacon). Come se avessi girato per i luoghi, le suggestioni, le parole e ovviamente le immagini di Bacon con una macchina da presa operante in soggettiva.
Attraverso le pagine compi un viaggio non solo artistico. Affronti la poetica dell’autore, penetri la scorza delle immagini ed approdi all’intimo sentire dell’uomo. E cosa trovi? Come tu scrivi: «Trovo dolore a migliaia di chilometri quadrati, deserti accesi di sole morente interi; e trovo rabbia e soprattutto disincanto, quest’ultimo nudo come un verme spellato vivo. Un disincanto, voglio dire, che non lascia nulla ai retrogusti agrodolci che restano anche nelle bocche più avvezze alla degustazione dell’amaro dell’esistenza umana. Potrei dire che il disincanto di Bacon è antecedente a qualsiasi incanto, e se lo chiamiamo così è perché, per dirla tutta, vogliamo renderlo in qualche modo meno terribile, metallico, odioso. Vogliamo nominarlo con qualcosa di diverso e meno repellente al palato dalla parola nullità.» Anche tu hai provato (o provi) lo stesso genere di disincanto?
Lo provo spesso. Il disincanto è una difesa provvisoria. Si stabilisce a seguire di una ferita, un fallimento, una disillusione. E’ una corazza che serve ai senza pelle. Ma, per quanto mi riguarda, è solo un rumore di fondo. Giusto, sano che sia tale. L’illusione, o meglio l’incanto, ricresce sempre, come la pelle nuova. Deve essere così. Leggi il seguito di questo post »
Il futuro ci sta a cuore. Il bambino sano è felice di guardare avanti, immagina il mondo ricolmo di speranza dal nucleo esplosivo di potenzialità infinite; l’adolescente nutre i primi dubbi, un moto di sfiducia, per qualche muscolo meno virile del compagno, un brufolo di troppo, un voto mediocre al compito scritto di latino. Il giovane fa i conti con la vita, lo studio universitario faticoso, il lavoro che non trova, gli screzi con la fidanzata; l’uomo maturo si adatta ormai alla vita, sa che non può esigere nulla da nessuno, e che invece deve dare; l’anziano è occupato nel bilancio, l’equilibrio sempre più arduo fra entrate e uscite, prima di rinunciare a tutto. Ma il futuro ci sta a cuore. Qualcuno si fa leggere la mano, perché domani può affacciarsi la sorpresa, il colpo di fortuna, la lotteria che gira per il verso giusto. Sta lì, con l’ansia che gli spezza il respiro in attesa del responso fortunato, e non s’accorge che il destino baro gli sta portando via il poco che gli resta, anche l’anello.
Di tanto in tanto, sulla stampa, escono nuovi casi di abusi, silenzi, ritardi, omertà. In Belgio, in Germania, in Irlanda, in Brasile.
Cosa ha fatto e cosa sta facendo la Chiesa per far fronte a questo stillicidio mortificante e apparentemente infinito di accuse? E perché sono così frequenti? E come li giustifica? Come se li spiega?
Fra parentesi: comincia la parte per me più difficile dell’inchiesta: ho come la sensazione che, a partire da ora, me la dovrò cavare da solo; lasciati i compagni di cordata all’ultimo campo-base proseguo in solitaria, senza il conforto della cronaca, delle opinioni condivise. L’ho detto sin dall’inizio: il mondo cattolico, se e quando si è espresso, lo ha quasi sempre fatto schierandosi, come in un derby, a difesa del Papa, come se fosse un referendum pro o contro Benedetto XVI (e dico “quasi” solo perché ritengo improbabile che qualche voce critica ci sia stata: io però non l’ho trovata). Ora rimango, da una parte, con la tentazione di un “noi” di cui non conosco l’estensione, di un plurale generico senza volto (“i cattolici”), della cui solidarietà implicita mi prendo la responsabilità al buio ignorandone la misura; e dall’altra con la consapevolezza di non poter contare più sulla adesione morale di chi non si sente ed effettivamente non fa parte della Chiesa e molti aspetti intrinseci all’appartenenza non può ovviamente sperimentare.
Il cardine della Deposizione è nella parte inferiore, dominata dal corpo morto di Gesù e dalla lapide massiccia del sepolcro, unanimemente riferita alla pietra angolare su cui è fondata la Chiesa. Esiste qualcosa che dà senso a tutto il resto, senza il quale gli sguardi smarriti e addolorati, stupefatti e isterici, non avrebbero alcuna consistenza, resterebbero assorti nel sentire spogliato di un centro, lanciato nel vuoto di un’entropia inarrestabile. E invece no, la causa e il fine di ogni gesto si raccolgono intorno a quel corpo, a quella pietra, lo smarrimento della Maddalena, il dolore di Nicodemo e di Maria, lo stupore di Giuseppe, ricco giovane d’Arimatea, l’isteria violenta di Maria di Cleofa sono il corollario di una morte che diventa fondamento, ragione ultima di ogni passione – da quella più matura alla più acerba– di ogni particella di materia che abbraccia finalmente un senso, un filo, la giusta direzione, perché non v’è altra logica se non quella del dare: il resto è caos, babele, sarabanda inutile di meschinità.
Niente di meglio che perdersi:
in frazioni, curve, tornanti, noi
come serpente, come corda
senza l’impiccato, come molle
per il bucato, come cioccolato.
Parlavo di manto autostradale,
dicevo di cose immense, ma tu
in effetti sei l’elastico che tende
questo momento verso l’alto;
e io non so, io non so più niente.
E’ una pagina di uno scritto in gestazione. Un modo per invitare alla conferenza che terrò a Schio il 27 maggio alle ore 20.30, nell’ambito del Festival biblico. Sarebbe bello incontrarsi.
***
L’amore è così
Don *** ricevette una telefonata dallo staff del Festival che si teneva ogni anno nella provincia di Vicenza. Gli proponevano una conferenza su un tema legato alla luce o alla parola. Lui, fino ad allora, aveva sempre rifiutato offerte simili: l’assistenza a don Mario lo impegnava al punto da rinunciare per principio a ogni occasione, suscitando la disapprovazione del malato. Leggi il seguito di questo post »
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
Dallo sguardo alla parola del poeta. Stefano Ridolfi, Cacciatore di sguardi, con una prefazione di Andrea Ulivi, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2008
«Stefano Ridolfi scandaglia il mondo fin dentro le sue particelle costitutive e da queste sue parole e immagini il valore che le rende necessarie è proprio una forma di attenzione che le avvera. Sì, due sono le caratteristiche che più colpiscono dell’opera di Ridolfi: osservazione e attenzione, cioè rapporto diretto con l’universo reale, con il mondo reale. E questo rapporto è tanto attento e affezionato al reale da trasformare il quotidiano in “prodigioso”, come già dal primo verso della prima poesia, già dalla “nascita” dell’opera. E’ interessante l’esordio della voce poetante: “Si rinnova il prodigio”. “Rinnova” e “prodigio”. Rinascita prodigiosa, rinascita sorpresa, stupore» (Andrea Ulivi, Prefazione a Cacciatore di sguardi, p. 5).
Ho vissuto in questa casa dalla seconda media all’assistentato universitario. Ora si sentono solo le voci dei nipoti e di mia madre, che cerca di intrattenerli come può. Mio padre non c’è più; le generazioni nuove richiedono attenzioni ed energie. Sulla sinistra, un deposito di libri: ogni tanto mi affaccio, per vedere se ne trovo uno da portare via. Molti sono miei, non so più dove lasciarli, perché da me c’è sempre meno posto. Dal salone, si sente la TV: si riferisce di un convento, spaccio di droga e falsi pellegrini. Tutto è cambiato, non sono mai stato più di passaggio di così. Penso sia un bene, vista l’aria che tira. Si avvicina mia madre, per dirmi che il nipotino è buono: così piccolo, non disturba mai. Aggiunge qualcosa sui falsi monaci, con saio e cocaina. Accende la radio, c’è una cronaca da Fatima, per il viaggio del papa. Arriva mia sorella, con l’altra nipote, fa le feste al piccolo, mentre mia madre le assicura che ha mangiato a sufficienza: la pasta, e molto melone. Racconta: lui dice che sono tutti brutti, tranne Gesù. E zio Fabri, com’è? gli chiede mia sorella; e il bambino: è brutto pure lui. Spengo il computer, me ne torno a casa, dall’unico bello della compagnia.
Alain Badiou, Il secolo, Feltrinelli, Milano, 2006.
Giacomo Marramao, La passione del presente, Bollati Boringhieri, Torino, 2008.
I due libri – Il secolo di Alain Badiou e La passione del presente di Giacomo Marramao – sono stati pubblicati in Italia a distanza di due anni l’uno dall’altro. I due lavori tematizzano, si può dire senza ombra di dubbio, il qui e ora, ovvero il reale e il presente del tempo storico di riferimento.
Il secolo di Alain Badiou è il XX° secolo con la sua volontà di potenza (ne fa fede la coscienza filosofica e politica che l’autore tratteggia attraverso vari documenti d’epoca: poesia, manifesti avanguardistici, opere d’arte…) come “passione del reale”, ovvero l’impegno e la lotta per la realizzazione dell’uomo e della società nuovi di cui il XIX° era stato l’anticipazione utopica o la promessa di nuova identità. Indicativo della marcia del libro può essere l’indice dei nomi che Badiou sceglie per le sue lezioni e le sue argomentazioni: questioni di metodo, la bestia, il non-riconciliato, un mondo nuovo: sì, ma quando?, passione del reale e montaggio della finzione, uno si divide in due, crisi di sesso, anabasi, sette variazioni, crudeltà, avanguardie, l’infinito, sparizioni congiunte dell’Uomo e di Dio.
Giovedì 13 maggio, alle ore 17,30, presso la Sala Torre Arsa della Biblioteca Fardelliana (tel. 0923 21506), Largo san Giacomo, Trapani, verrà presentato il volume di Licia Cardillo Di Prima Eufrosina, Carteggio d’amore tra il vicerè Marco Antonio Colonna e la giovane baronessa del Miserendino nella Palermo del ‘500.
Introdurrà Margherita Giacalone, Direttore della Biblioteca Fardelliana. Interverranno Eugenio D’Angelo, Presidente Lions Club Trapani, Marco Scalabrino, poeta e saggista, Giacomo Pilati, giornalista e scrittore. Sarà presente l’Autrice.
Francesca Giulia Marone (nella foto) racconta la notte di Yukiko ed Elena: due donne non più giovanissime, in procinto di incontrare i loro rispettivi amanti.
Yukiko ed Elena. Oriente e Occidente.
Due universi femminili diversi, forse opposti, visti nei momenti di ansiosa attesa che preludono l’incontro amoroso.
Ciò che unisce, talvolta, equivale a ciò da cui non si sfugge: il tempo impietoso che, passando, lascia segni non dissimulabili su corpi e spiriti. Massimo Maugeri
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LA NOTTE
racconto di Francesca Giulia Marone
1. Yukiko aveva terminato di sistemare i capelli. Lungamente si era dedicata alla sua tsubushi-shimada e ora rimirava lo chignon lucido torcendo il collo come un cigno.
La luce rischiarava il perimetro della piccola stanza, la lampada aveva una flebile fiammella che resisteva agli spifferi di vento che fischiavano fra il bambù all’esterno del giardino zen.
Sapeva che lui la stava aspettando impaziente. Doveva solo attraversare il giardino interno alle due case e scivolare nel buio della notte lasciando che quel manto la nascondesse agli occhi degli altri che dormivano.
Aveva quella luminosità sul viso che solo le donne nel suo stato sanno portare con grazia, consapevoli della propria femminilità. Il pallore accentuato dal trucco bianco, però, che quella notte aveva passato più di una volta sulle guance ampie, le dava le sembianze di un fantasma. Leggi il seguito di questo post »
Un’impresa metterle insieme tutte e sette: solo un genio potrebbe riuscirvi in maniera convincente, naturale, con il pezzo di cielo che cala dall’alto quasi con violenza, la Madonna e il bambino – lei premurosa/preoccupata, lui quasi sorridente – e gli angeli intrecciati a indicare la terra – luogo dove ogni storia si decide – e il regno da cui piove la luce delle membra, delle ali; il vicolo di Napoli dove tutto accade, i piedi del cadavere condotto a sepoltura, Cimone allattato in prigione dalla figlia Pero, san Martino che veste il povero e risana il malato, Sansone che beve a garganella dalla mascella d’asino, san Giacomo di Compostela, cui qualcuno offre un ricovero. Tutto in un punto, come se l’amore potesse esistere soltanto intero e non nella finzione del compartimento stagno, nella buona azione quotidiana incorniciata dall’odio distillato in porzioni d’ipocrisia politically correct. No, unicamente nel miscuglio terribile di terra e cielo, tenebra e luce, dramma e riscatto, si può trovare, anzi toccare, o addirittura stringere in un abbraccio quasi carnale Dio.
Recentemente il Rev. Thomas Brundage, quello che aveva istruito il processo contro Padre Murphy, in un articolo pubblicato dal Catholic Anchor.org, organo della Arcidiocesi di Anchorage, Alaska, ha contestato il racconto del New York Times, specialmente per quanto riguarderebbe il suo ruolo nella decisione di sospendere il processo a carico di Padre Murphy.
Sostanzialmente Brundage sostiene di non aver saputo di questa decisione perché essa è contenuta nella lettera dell’Arcivescovo Weakland del 19 agosto. Poiché solo due giorni dopo Murphy morì è chiaro che non si poté darvi seguito.
In realtà è dimostrato come lui fosse al corrente della decisione, formalmente assunta nella riunione di Roma del 30 maggio, tanto che, pochi giorni dopo l’uscita di questo articolo, ha dovuto ammettere che: a) fu lui a tradurre il documento italiano (per quanto sommariamente, utilizzando un rudimentale traduttore automatico in internet – siamo nel 1998), e che quindi conosceva bene i contenuti della riunione del 30 maggio; ma che soprattutto, b) fu lui a redigere la bozza che servì come base per la lettera di Weakland del 19 agosto: “However, in the file e-mailed to me by reporter Johnson was a August 15, 1998 draft of a letter that I wrote and Archbishop Weakland slightly edited. This draft letter became the text of the August 19, 1998 letter from Archbishop Weakland to then-secretary of the Vatican’s Congregation for the Doctrine of the Faith Archbishop Tarcisio Bertone in which Archbishop Weakland declared that he had instructed me to formally abate the case“.
Del congiuntivo, avant tout chose: del congiuntivo, cioè del modo della possibilità e dell’eventualità, dell’incertezza e dell’esortazione, della concessione e del dubbio, dell’augurio e della speranza, del timore e dell’esclamazione. Bastano piccole, banali pratiche quotidiane per assegnare una nuova forma alle nostre relazioni interpersonali, per modificare, almeno in parte, il nostro rapporto con le cose e con gli altri: Leggi il seguito di questo post »