Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Da ragazzo scrivevo canzoni col mio amico Amedeo. Qualcuna veniva bene: Via della felicità, per esempio, modellata su De André; lui e De Gregori erano i nostri idoli, cantavano parole che avremmo voluto immaginare noi, e quasi ci indispettiva il fatto che l’avessero trovate prima loro. Eravamo accovacciati nella mansarda bassa e piena di libri, le note scivolavano sulla nostra faccia di giovani eternamente innamorati, che dedicavano serenate a ragazze inverosimili per coltivare una qualunque nostalgia. Col tempo, le nostre strade si divisero: lui diventò direttore generale di non so quale ministero, io prete di periferia. Un giorno gli chiesi di cantare nel coro della messa vespertina. Arrivò puntuale, con la chitarra americana di cui menava vanto. Ora la serenata la facciamo a Dio, una delle nostre conquiste inverosimili, buona per consumarci in una nostalgia più struggente della mansarda di tanti anni fa.
G. Lucini, Sapienziali, Puntoacapo, Novi Ligure 2010
Nel saggio giovanile Tradizione e talento individuale del 1917 Eliot formula il problema con pragmatica chiarezza: «La tradizione non è un patrimonio che si possa tranquillamente ereditare; chi vuole impossessarsene deve conquistarla con grande fatica. Essa esige, anzitutto, che si abbia un buon senso storico». Nella sua opera successiva il poeta inglese annuncia l’esaurimento della modernità. Leggi il seguito di questo post »
(Parole. Viviamo risparmiando./ Dicono che le tartarughe/ campano molto perché non parlano./ Parole nuove, parole antiche/ che hanno fatto la ruggine/ alle grate dei confessionali.) Leggi il seguito di questo post »
One man show di Franz Krauspenhaar tra poesia, racconti, improvvisazioni, forse invettive, forse altro ancora.
Il 9 Luglio venerdì a Milano presso la Fondazione Durini, Sala delle danze, all’interno della mostra “Il Mito del vero/il ritratto/il volto” in via Santa Maria Valle 2 (vicino a via Torino, MM Duomo.)
Dalle ore 21 fino ad orario imprecisato.
FK sarà presente in sala anche fra le 18 e le 20 per due chiacchiere preventive.
Verrà il giorno: la Bibbia è attraversata dalla profezia, come la vita dall’abitudine e la rassegnazione. La differenza tra Dio e noi è che lui non cede alla corrente, non registra fiaccamente le sconfitte quotidiane, imprecando al destino. Il profeta parla a nome di un Dio carsico, invisibile, che si fa strada anche quando appare, allo sguardo, un deserto inospitale. Da che ne sono consapevole non temo più nulla, anche se tutto mi ferisce. E’ il paradosso inestricabile che si annuncia ogni mattina. Verrà il giorno: è sempre rovente, terribile, incendiario. Dio nessuno lo ha mai visto: abbaglia come il sole; attraverso il grigio delle nuvole ci si illude di coglierne la forma, di inquadrarlo in un sistema. Ma prima o poi si riaffaccia col volto sconvolgente, la presenza mozzafiato. Verrà il giorno in cui piangerò di gioia, perché le ali si scioglieranno finalmente a contatto col suo fuoco.
Piccolo omaggio a Cairano 7x – paesi/paesaggi/paesologia
Adelelmo Ruggieri
Mercoledì 23 giugno. Sono sulla corriera per Foggia da Lacedonia.
Sto tornando da Cairano 7x. La strada fila via tranquilla. Sto pensando a questa cosa: mettiamo che accada la stessa cosa nello stesso tempo in due posti diversi e qualcuno ti chiede, Dov’è accaduto? E allora tu prendi una cartina e rispondi, È accaduto qui e qui, oppure, È accaduto qui e qua. Che differenza c’è fra le due risposte? Leggi il seguito di questo post »
Se alzo gli occhi verso l’ultimo ripiano dell’armadio, vedo: un tom tom che devo decidermi ad adoperare, un leoncello di peluche ricevuto da una parrocchiana, una bomboletta di Raid automatic contro le zanzare, il Derma fresh dry per evitare gli effetti indesiderati del sudore, l’icona di una Madonna con garanzia di provenienza, la macchinetta del caffè – pronta a sostituire l’altra in caso di avaria -, una confezione di Bulgari, Aqua pour homme, appoggiata di traverso alla collana arancione dei Padri della chiesa. Sulla destra, una libreria nascosta dalla porta, con otto scaffali. Leggi il seguito di questo post »
Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fineStoria contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporaneaquesta mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)
Il cuore antico del presente, il potere e la gloria. Fabrizio Centofanti, Prêt(re) à porter. La vita in cinque righe, prefazione di Tiziano Scarpa, postfazione di Riccardo Ferrazzi, Cantalupa (Torino), Effatà Edizioni, 2010
Scrive Riccardo Ferrazzi in limine al libro di Fabrizio Centofanti:
«Che senso avrebbe incapsulare Fabrizio Centofanti e il suo ultimo libro negli schemi di una scuola critica? Che cosa ci rivelerebbero l’analisi della struttura o della forma? Probabilmente finirebbero per portarci fuori strada: le meditazioni contenute in questi versi sfuggono alle definizioni critiche, volano più alto» (p. 155).
«Recitare significa essere un altro: con questa raccomandazione di tecnica interpretativa e di sagacia professionale una ragazza a nome Cristiana si appresta ad entrare nell’esperienza drammaturgica, non senza aver prima vissuto e sofferto in proprio il gran te ma della realtà e della finzione. E’ infatti figlia di genitori separati ed ha assistito precocemente alla precarietà degli affetti che si sfaldano sotto la sferza delle ambizioni sbagliate e delle passioni egoisticamente incapaci di coordinarsi con i valori; per giunta è anoressica, lunatica, insoddisfatta sia degli studi sia delle varie «evasioni» giovanili e disposta se necessario a sottoporsi a trattamenti psicanalitici. Quando Simone, il giovaneregista che crede nelle sue qualità, le propone di visitare il monastero di Santo Spirito per osservare da vicino le monache di clausura in vista di un film su una misteriosa suorCrocifissa morta da poco in fama di santità, accetta di buon grado il programma ed entra per un paio di giorni in quel mondo così estraneo alla modernità, che per la suaanomalia l’at trae ed insieme respinge. Leggi il seguito di questo post »
«assistiamo al paradosso di una letteratura che si moltiplica e contemporaneamente arretra, assediata dall’impero dei media, dalla vacuità della comunicazione, dalla degradazione del linguaggio e della vita civile… Insieme ad una radicale ecologia dell’ambiente fisico abbiamo bisogno di un’ecologia della comunicazione, che agisca come ecologia della mente, che liberi le nostre menti dagli scarti che le tengono in ogni momento sotto assedio, con una catena di manipolazioni a cui ben pochi arrivano a resistere”.
di Michele Lupo
Cominciamo dalla fine. Ferroni invoca un principio di responsabilità dello scrittore rispetto al destino del mondo. Detta così sembra assai pomposa. E il rischio della retorica in effetti serpeggia un po’ per tutto Leggi il seguito di questo post »
Stamattina mi sono svegliato con disturbi al cuore e problemi di respirazione. Con la vita che faccio dovrebbe essere normale, così mi chiedo come mai sia capitato solo adesso. In realtà è accaduto anche altre volte ma, appena passa, il ricordo si dilegua. Don Mario mi ha insegnato a ignorare certe cose: o meglio, quando toccava a me si preoccupava; di lui, neanche lo diceva. Ce l’ho qui, davanti a me, con il dente superstite, il sorriso commosso, le mani rovinate dalle bruciature e la fisioterapia sbagliata (gli hanno troncato mezzo dito), l’orologio da sei euro che gli comprai all’edicola e portava al collo come una croce episcopale, l’onnipresente blocco per gli appunti e la borsetta verde con i soldi per i poveri. Soffriva di tutto, ma il male non riusciva mai a intaccarlo, tirava avanti sulla sedia a motore come niente fosse, in barba a medici e infermieri. Insomma, mi vergogno del mio mal di cuore, dei miei acciacchi da dilettante allo sbaraglio, da novellino incapace di sorridere quando il respiro gli si spezza in gola.
La parola «ipotesi», ύπό-ϑεσις, tesi sottomessa, in questo caso, al corpo, deve essere intesa come una sorta di ricettacolo che contiene in sé almeno altri tre termini: supposizione, sintesi e tesi. Tutte e tre le definizioni (che non definiscono nulla di categorico, ma che si sfiniscono nel reiterare un palinsesto di possibilità) sono sottese al e nel corpo.
Non andrà certo a mani vuote a quell’appuntamento, per il quale si è preparato con cura. Ha pensato proprio a tutto, specialmente ai tempi: non si muoverà troppo presto, per non arrivare in anticipo ed essere costretto a ciondolare qua e là; né troppo tardi, per non dover correre dando nell’occhio. Ha pensato a tutto, ma non a quello che per lui rappresentava l’impensabile. Leggi il seguito di questo post »
Mi ritrovo tra le mani un Venerdì di Repubblica del 19 marzo 2010. La copertina è verde, c’è l’immagine di un ragazzo con le mani in tasca, verde pure lui; dietro, una palizzata che gli giunge quasi all’altezza delle spalle, di colore giallo. Il titolo campeggia sulla parte superiore e per due lettere utilizza lo stesso disegno della staccionata: Come si scrive un libro. Più sotto, tra parentesi, si legge: E come si edita, pubblica e vende in libreria. Giro pagina, trovo Belen Rodriguez, in posa languida e succinta, che mi fissa con sguardo seduttivo; sulla destra, la scritta: Io sto con Tim. E tu con chi stai? Giro ancora: una pubblicità dell’Audi. Ancora: uno spot della Moorer. Finalmente m’imbatto nel sommario, che rimanda a pagina diciotto: un’intervista ad Abraham Yehoshua, il quale elargisce due o tre dritte sull’arte del romanzo: Intanto, cominciate a leggere. Questo lo sapevo. Giro pagina: quattro foto che ritraggono Gianrico Carofiglio, Massimo Carlotto, Nicola Lagioia e Simona Vinci. Seguo la scritta che corre sulla parte alta, come una pubblicità della metropolitana: Palline da giocoliere, ritagli di giornale, orari fissi o anarchici. E i CD che ispirano. Astuzie, tic e segreti di quattro autori italiani. Decido di fermarmi qui: torno a lavorare al mio romanzo, sudando e disperandomi. L’unica ricetta che mi ha convinto, fino ad ora.
Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e su la mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto seren brillare il mondo.Leggi il seguito di questo post »
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
“Temi la morte per acqua” (William Shakespeare, Enrico VI). Anna Vincitorio, Il richiamodell’acqua, con una prefazione di Sandro Gros-Pietro, Torino, Genesi, 2009
«AL LIMITARE DEL GIORNO. Al limitare del giorno / quando scende opaco il silenzio / restano schegge di parole / non dette, pensate, forse / Ricompattate creano calore / Nasce un piccolo sole, / quello del ricordo / Lontano le ombre / nei meandri dell’acqua / che fu madre all’inizio / Il sipario è calato / Sopra, un tetto di stelle» (p. 48).
Nella poesia finale della sua raccolta, Anna Vincitorio congela in frase semplici e naturali tutto l’impatto estetico riconducibile alla sua scrittura. La memoria poetica produce schegge di parole, ansiose, inquiete, mai rivelate all’esterno che si raggrumano e si rastremano in costellazioni di ricordi. La loro luminosità allontana le ombre del disappunto e del dolore presenti in quegli stessi momenti e ne fanno uno strazio dolente ma addolcito dalla pienezza della vita cui rimandano. Tutto si fa languida onda d’acqua e affonda lentamente nell’immenso alveo materno cui il tutto da sempre rimanda e ritorna e anela. Quel che resta del giorno qui diventa quel che resta del verso.
Franto il sonno
in rivoli si perde.
Si scioglie nel buio
o saltella in granelli di cristallo.
Piccole sfere magiche
giocherellano e rimbalzano.
Dimorano dove
moltitudini s’aggirano
che dal silenzio vengono.
In viaggio il sonno è inquieto
nella danza della notte.
Ci domina.
Da La notte accanto
di Mariolina De Angelis
Un tempo di piuma
tra le mani.
Ore d’attesa,
piccole speranze.
Una rosa abiterà quel vaso,
una voce accarezzerà un sogno. Leggi il seguito di questo post »
Den Kopf in den Hut, dann
im Park verschwinden. Ganz ruhig
den Augen die Gegend zeigen. Hier
eine einfache Wiese, dort
eine Wiese mit Raben.
Doch wenn das nicht hilft, von Benn
einen langsamen Walzer singen.
Dann zurueck in die Stadt, zu den Katzen,
nach Hause. Heilsame Buecher
und sehr alte Briefe lesen. Leggi il seguito di questo post »