Arieti di mare
Pubblicato da sparzani su agosto 24, 2010
Ma che saranno mai gli arieti di mare? Eppure così dice, letteralmente, Gottfried Benn, Meerwidder, e non v’è dubbio che Widder indichi l’ariete, il maschio della pecora, simbolo tra l’altro di una prestigiosa costellazione (qui ad esempio), segno di fuoco, grande energia.
Mi è venuta incontro fin da adolescente questa parola, quando ancora liceale comperai (costava lire quattrocentocinquanta), e ancora l’ho qui tra le mani, un libro di Hugo Friedrich, La lirica moderna, (Garzanti 1958, copertina blu, scritte bianche e rosse, ricordate, serie “saper tutto”!). Mi attirò molto quel piccolo volume, lo lessi con adolescente avidità, saltando qua e là per la fretta di arrivare in fondo, a leggere la breve antologia di liriche che conteneva nell’ultima parte, Apollinaire, Valery, . . . , Garcia Lorca, Alberti, . . . , T. S. Eliot, Benn, ecc., léggere, sì, con un po’ dell’emozione di conoscere e forse imparare ad amare le prime poesie che provenivano d’oltre confine, Garcia Lorca di certo, c’erano i quarantacinque giri, in quegli anni, incisi da Arnoldo Foà, quella sua voce densa e sicura, col lamento per la morte di Ignacio, corpo presente, anima assente ( «… no te conoce el toro ni la higuera, / ni caballo, ni hormigas de tu casa, / no te conoce el niño ni la tarde / porque te has muerto para siempre …»), che strazio di viscere … insomma primi amori poetici, io poi già allora avrei voluto sapere tutte le lingue del mondo e invece, allora, masticavo quel po’ di francese imparato alle medie e due parole di tedesco imparate da certi cugini ferraresi. E Benn mi incuriosiva proprio, con quell’onda della notte, perché è bella l’immagine dell’onda della notte, la notte si gonfia e ha una pancia enorme nella quale fa rotolare tutto quel che contiene, compresi gli arieti di mare, ascoltate:
Welle der Nacht
Welle der Nacht ‒, Meerwidder und Delphine
mit Hyacinthos leichtbewegter Last,
die Lorbeerrosen und die Travertine
weh’n um den leeren istrischen Palast.
Welle der Nacht ‒, zwei Muscheln miterkoren,
die Fluten strömen sie, die Felsen her,
dann Diadem und Purpur mitverloren,
die weiße Perle rollt zurück ins Meer.
Il libro di Friedrich, uscito in Germania col titolo die Struktur der modernen Lyrik (Rowohlts Deutsche Enzyklopädie 1956) era tradotto in italiano da Pietro Bernardini Marzolla, che evidentemente tradusse anche i testi poetici. Ecco la sua traduzione:
Onda della notte
Onda della notte ‒, arieti di mare e delfini,
col peso volubile di Giacinto,
le rose di alloro e i travertini
alitano intorno al vuoto palazzo istriano.
Onda della notte ‒, due conchiglie elette assieme,
i flutti le sospingono, via dalle rocce,
poi perduti assieme diadema e porpora
la bianca perla rotola di nuovo in mare.
Ma ecco, e qui sta il motivo occasionale che mi spinge a scrivere queste righe, che scopro oggi (e di questa scoperta ringrazio assai Nadia Agustoni) che la stessa poesia fu tradotta anche da Cristina Campo, e non nel bellissimo volume La tigre assenza, nel quale sono contenute sia poesie sue che molte sue traduzioni di grandi poeti, anche di lingua tedesca, ma in un altro volume, di Vincenza Scuderi: La bellezza per soprammercato. Le traduzioni dal tedesco di Cristina Campo. E questa è una traduzione in un senso un po’ più alto e complessivo della parola. Eccola:
Onda di notte
Onda di notte – arieti di mare e delfini
con il carico appena sommosso di Zacinto,
i laurocèrasi e i travertini
spirano intorno al vuoto palazzo istriano.
Onda di notte – due conchiglie insieme isolate
accorrono sulle alte correnti dagli scogli,
e poi, corona e porpora insieme smarrite,
la bianca perla rotola nuovamente nel mare.
tutti comunque traducono i Meerwidder con arieti di mare (in tedesco la parola potrebbe indicare un certo tipo di balena). A me è venuta invece l’idea che si tratti di animali più strani e undivaghi: quei fiori di spuma che cominciano a correre la superficie quando il mare s’ingrossa, il mare a pecorelle, si diceva da me, sul Gardasee, come il cielo; che tanto, all’orizzonte, chi li distingue più?
[vi copio qui, che siano benedetti gli scanner, il paragrafo del testo di Friedrich (pp. 201‒202), dedicato alla funzione indeterminativa dei determinativi, prendendo come spunto la nostra lirica di Benn: un po’ di “teoria della scrittura” ogni tanto fa bene:
La funzione indeterminativa dei determinativi
Si dovrà qui accennare a un fenomeno stilistico molto frequente nella lirica moderna, che è in rapporto a questa caratteristica della estraneazione di ciò che è familiare. Noi lo chiamiamo funzione indeterminativa dei determinativi e intendiamo dire quanto segue. Una poesia di Benn, Welle der Nacht (Onda della notte), termina col verso:
«la bianca perla rotola di nuovo in mare». Una sensibilità linguistica normale chiederà: quale perla? Nei versi precedenti non si parlava di nessuna perla. Ciò che precedeva era un alitare, un «avvicinarsi», leggermente sorretto da esseri e cose, o più propriamente dai loro nomi magici. Anche la perla è uno di questi sostegni. In essa accade qualcosa che è più importante di essa stessa: una sonorità linguistica e il movimento assoluto del rotolare indietro: l’articolo determinato non esprime qui una reale determinatezza del sostantivo cui è collegato: semplicemente lo introduce, per farne il segno sonoro di un movimento assoluto, che a sua volta fa tornare indietro e conclude i movimenti di giro e avvicinamento dei versi precedenti. Ciò che è indicato dal sostantivo, la perla, non era preparato da niente, e proprio perché l’articolo determinato coincide con questa incognita, ha un effetto indeterminato e misterioso. «Una bianca perla... » avrebbe trasferito il verso in un altro clima.
Nell’uso linguistico normale l’articolo determinato ha la funzione di indicare una cosa che è generalmente nota o che già era stata presentata nel testo. È il mezzo linguistico per confermare ciò che è noto. Ma nella poesia moderna viene impiegato in modo che, in quanto mezzo determinativo, desta certamente l’attenzione, e tuttavia subito la disorienta nuovamente con l’assoluta novità della cosa che introduce. È un procedimento che già era comparso nei lirici del secolo XIX, soprattutto in Rimbaud, coinvolgendo anche altri determinativi, come pronomi personali, avverbi di luogo, ecc. Nel XX secolo esso assume proporzioni vastissime e diventa una delle caratteristiche stilistiche fondamentali della lirica attuale. Una poesia di J. Supervielle, , L’Appel, contiene un avvenimento quasi fiabesco: «Le signore in nero.., lo specchio... il violino marmoreo...» Tutti gli elementi dell’azione che si svolge sono espressi linguisticamente in maniera determinata, come se lì si conoscesse già da tempo. E invece non si riallacciano a nessuna cosa nota, come per lo più avviene nella vera fiaba. Le prove più numerose di questo procedimento si trovano in Eliot e Saint−John Perse. Si verifica sempre che l’uso dei determinativi con contemporanea indeterminatezza di ciò che è espresso, produce una tensione linguistica anormale, imprimendo così una nota inconsueta a ciò che suona consueto. La lirica moderna, che già di per sé ama contenuti incoerenti, introduce il nuovo d’improvviso a sorpresa. Dandogli un’apparenza di notorietà, il determinativo accresce il disorientamento e rende ancor più enigmatico il nuovo, isolato e senza origine.]
A chi è ancora interessato indico questa pagina, che contiene un non banale commento ‒ in inglese ‒ sulla nostra poesia.















nadia agustoni detto
Un bellissimo post Sparz.
Grazie.
rrt detto
A suo tempo ci fu utilissima la categoria di “trascendenza vuota”, chiave con cui Friedrich ci disserrava stupende poesie come questa.
Ora non so se non parlerei piuttosto di “trascendenza capovolta”; anche perché – come ci mostrano il fisico e il mistico, oltre che il poeta –
il vuoto non è vuoto affatto.
Grazie e un saluto,
Roberto
Anna Maria detto
“piccola poesia… di così ferale bellezza”, la definiva Cristina Campo nel capitolo 2 del saggio (“Gli imperdonabili” apparso ne “Il flauto e il tappeto”) che riportava originale e traduzione. Una traduzione che propone già all’inizio e proprio nella resa di un articolo determinativo un allontanamento dall’originale: Cristina Campo rende con “onda di notte” l’espressione “Welle der Nacht”, letteralmente “onda della notte”. Il particolare mi aveva colpito già mesi fa, quando, in rapida successione, avevo segnalato prima in un post, poi a una studentessa, la ‘nostra’ poesia nella traduzione di Cristina Campo,
Ora, il post bello e sostanzioso di Sparz schiude ulteriori motivi di riflessione sulle scelte di Benn, che affianca all’articolo determinativo in casi diversi (al genitivo in “Welle der Nacht”, all’accusativo retto dalla preposizione ‘um’ (um den istrischen Palast, “intorno al palazzo istriano” – un discorso a parte meriterebbe la preposizione articolata “ins” che introduce la parola finale “Meer”, e qui Cristina Campo traduce fedelmente “nel mare”) al nominativo in più di un’occasione, (“die Lorbeerosen”, “die Travertine”, “die Fluten”, “die Felsen”, per culminare in “die weiße Perle”) diversi sostantivi senza articolo. Come non essere grata a Sparz, anche e, ovviamente, non solo, per la segnalazione dell’articolo in inglese, che propone, fra l’altro, una propria lettura della creazione, operata da Benn, di “Meerwidder”?
sparz detto
grazie assai Anna Maria, non mi ero proprio accorto della presenza della poesia nello scritto così fondante per il pensiero di Cristina Campo Gli Imperdonabili. Approfitto per ricordare a tutti le parole che qui spende Cristina su Benn:
“Imperdonabile Benn, e non certo nel suo sacco cinerognolo di peccatore politico (neppure è dignitoso ricordare quanta cattiva politica sia sempre perdonata in nome della cattiva scrittura), bensì nella sua stola purpurea di confessore della forma: l’autore di alcune poesie solo possibili al magistero del più alto maestro in molti anni di lingua tedesca, poiché di questo si tratta, alla fine. Imperdonabile Benn, che afferma non dover essere il poeta lo storico del proprio tempo, anzi il precursore al punto da ritrovarsi di millenni alle spalle di quel tempo, l’antecessore al punto da poter profetare dei più lontani cicli avvenire. Testimone soltanto di ciò che immobilmente perdura: un guerriero, una stella, una morte, un cespuglio di sorbo.
Egli offre la prova di ciò quasi senza volerlo, in una poesia di due strofe, «ma tra le due strofe ci sono vent’anni di distanza». Così l’una come l’altra strofa cominciano con l’identico accordo, si aprono in progressioni diverse, rifluiscono in cerchi alla loro sorgente, ciò che è solo possibile alla totalità e permanenza di un identico spirito commosso. E la piccola poesia, di così ferale bellezza, che comincia con le parole: «Welle der Nacht» e si trova nella raccolta delle Statische Gedichte.”
Giorgina Busca Gernetti detto
Grazie ad Antonio Sparz di tutto ciò che ho letto in questo post, cui volutamente non aggiungo aggettivi qualificativi
Giorgina Busca Gernetti