La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.

Archivio per agosto 2010

Il primo desiderio

Pubblicato da lapoesiaelospirito su agosto 21, 2010

di Alfonso Nannariello

IIIIIIIVV- VI -

Non che le ragazze aspettassero paurose in casa la minaccia dell’invasore, di quello che sarebbe stato poi il marito.
Se s’erano forse fatte di lui l’idea di un nemico, erano pure cresciute col pensiero che sposarsi avrebbe significato per loro rimediare all’insicurezza di ogni giorno e del futuro. L’uomo che avrebbero sposato lo vedevano, perciò, come il loro personale salvatore. Leggi il seguito di questo post »

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Ubique maius gaudium

Pubblicato da Gualberto Alvino su agosto 20, 2010

[...] Com’è evidente, ho davanti a me infinite possibilità di scelta: dall’odio viscerale all’amor fraterno, e in quanto creatura umana sono perfettamente in grado di esercitare la mia libertà d’arbitrio. Non è forse scritto che Dio creò l’uomo fin da principio lasciandolo a discrezione del suo consiglio? Ma poiché quel che perfeziona è bene, e non può non esser male ciò che disumanizza, la libertà sta nella sottomissione alla legge, che non è l’opposto della libertà, come i leggeri insinuano, bensì la sua condizione necessaria. Dovrà dunque trionfare la prima opzione, benché contraria alle mie naturali inclinazioni, ovverosia: stringerti al petto. Ed eccomi al tutto insoddisfatto nelle mie istanze animali, epperò autenticamente libero. Leggi il seguito di questo post »

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Giovanni Stefano Savino. Da: Versi col vento

Pubblicato da nadiaagustoni su agosto 20, 2010


(radio-gavetta)

Giovanni Stefano Savino. Da: Versi col vento

CLXXXVII

Io accusare la vita, e di che?,
ho avuto tutto quello che può avere
un uomo, e per più vite da saldare
insieme con un nodo stretto stretto;
levare un brontolio?, ma se ho mangiato
in gavetta, nel piatto, della mano
nell’umile conchiglia, e se ho dormito
nel letto, in branda, nel duro per terra,
e ho dato senza mai chiedere niente
in cambio; ed accusare? e chi o che cosa?,
se mai me stesso, per essere vano,
a brandelli ed inutile. Alla fine
ho cominciato a scrivere e continuo,
ego miles al bordo della strada. Leggi il seguito di questo post »

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Sala parto

Pubblicato da fabrizio centofanti su agosto 20, 2010

da qui

Ora che osservo la vita da un valico incontaminato, inaccessibile agli interessi che spesso inficiano i comportamenti umani, posso affermare – con la certezza possibile all’universo della provvisorietà – che decisivo è il sentimento autentico, portato alla luce in mezzo a obiettivi contingenti e compromessi, riscattato dal carcere dorato di ambizioni e cupidigie, pretese e megalomanie. Solo da qui si rivela l’inganno sotteso a un personaggio alieno dalla nostra essenza, che adottiamo ritenendolo più adatto a razziare ciò che capita a tiro, incurante delle esigenze altrui. Non so se sarà sufficiente una visione a tempo ormai scaduto; non so se un Dio migliore di me potrà accordarmi un appuntamento fuori orario, un perdono che renderebbe il letto di morte una sala parto pregna di attesa trepidante. Io resto qui, per la prima volta vero, in vita mia.

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Parole

Pubblicato da fabrizio centofanti su agosto 19, 2010

da qui

Ogni tanto penso a Italo Calvino. Immagino che sensazione proverebbe nel mare di parole che rischia di sommergerci ogni giorno; parole grezze, buttate lì come viene per riempire un vuoto sempre più inquietante. Siamo inondati da messaggi omogenei, fabbricati con le stesse frasi, prodotti coi medesimi clichés. Come reagirebbe lui che lavorava su ogni singolo vocabolo, plasmando un concetto fino al punto da renderlo perfettamente levigato, depurato dai residui dei luoghi comuni e degli slogan? Ai funerali dico sempre che dovremmo, oltre a piangere il morto, raccogliere la traccia che ha lasciato, custodire l’eredità trasmessa. Ecco: freniamo la deriva, trattiamo ogni parola come una pietra preziosa da maneggiare con riguardo.

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Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani. #9 PASQUALE VITAGLIANO

Pubblicato da krauspenhaarf su agosto 19, 2010

a cura di Franz Krauspenhaar

Dieci domande secche (o delle 100 pistole) a scrittori e poeti italiani. Sempre le stesse domande per tutti, non si scappa. Scrittori e poeti giovani e meno giovani, famosi e poco conosciuti. Domande provocatorie (forse) sulla vocazione letteraria. Uno spaccato, un ritratto, un modo di vederci più chiaro, uno spunto per approfondire una conoscenza. Uomini e donne che fanno della loro vita un romanzo non solo da continuare a vivere ma anche da continuare a scrivere. O sotto altre forme della scrittura, come la poesia. Un modo per essere al mondo ed esprimere non solo se stessi ma proprio questo mondo che noi siamo e allo stesso tempo ci contiene.

Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?

Se ti riferisci alla professione, non sono  uno scrittore. Per vivere faccio altro. La scrittura non mi dà da vivere. La scrittura mi fa vivere. Senza civetteria, permettimi di citare La lettera ad un giovane poeta di Rilke. No, non posso vivere senza la scrittura, quella mia e quella degli altri. Principalmente quella degli altri. Solo chi legge può scrivere veramente. Ed io, come Borges, sono più orgoglioso delle cose che ho letto che di quelle che ho scritto.

Amori e odi letterari. Per favore alla voce odi non citare solo gente defunta.

Per gli amori è facile: Kafka e Stendhal; Conrad e Melville; Sciascia e Pasolini. Per la poesia: Giovanni Giudici e Bartolo Cattafi.

Per gli odi è più difficile. L’odio è un sentimento troppo impegnativo. Direi che non mi piacciono i grandi professionisti che si danno alla letteratura, i medici, i giudici, gli avvocati, gli artisti, gli sportivi. In genere, scrivono best-sellers, vincono premi importanti e qualcuno diventa pure deputato. Mi domando dove trovino il tempo per scrivere e soprattutto per leggere. Mi piace coltivare il mito comodo dell’artista che nella vita privata è un “ inetto”. Viceversa non vorrei affatto essere giudicato da Dostoevskij o curato da Edgar Allan Poe. Leggi il seguito di questo post »

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“Banda randagia”, di Vincenzo Pardini

Pubblicato da giovanniag su agosto 19, 2010

Recensione di Angelo Ricci (da qui)

Banda randagia, di Vincenzo Pardini (Fandango Libri).

Ci sono abissi nelle nostre anime, dai quali ci si può ritrarre solo con raccapriccio. Ci sono lati oscuri nelle nostre menti, che noi stessi rifiutiamo di vedere. E’ necessario che qualcuno ci prenda per mano e, con il potere della parola, ci ponga di fronte a tutto quel bagaglio di orrore che alberga nella pieghe della nostra vita quotidiana. Come Virgilio con Dante, così Vincenzo Pardini ci guida in un viaggio inquietante. Ed è un viaggio che, da inquietante, diviene lentamente metafora della nostra vita. C’è un messaggio chiaro in questi racconti, tra queste parole. Tutto si tiene, tutto ha una storia, tutto ci costruisce e ci identifica. Anche gli aspetti dell’orrore bestiale che si nasconde in ognuno di noi. Leggi il seguito di questo post »

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Hong Zicheng: Aforismi sulla radice degli ortaggi. 2

Pubblicato da nadiaagustoni su agosto 18, 2010


(Fiori)

L’uomo veramente integro non si cura della reputazione. Chi cerca di crearsela denuncia in tal modo la propria cupidigia.
L’uomo veramente abile disdegna la destrezza. Chi vi fa ricorso denuncia in tal modo la propria stoltezza. Leggi il seguito di questo post »

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Subbuteo

Pubblicato da fabrizio centofanti su agosto 18, 2010

da qui

I nonni si contendevano i nipoti a suon di regali. Quando venivano da Napoli, era una festa anche per questo: soldatini, marron glacés, giochi del calcio in tutti gli esemplari. Una volta ce ne portarono uno che funzionava a molle: i giocatori affondavano in buche disseminate per il campo, e da lì sparavano palline come i vecchi flipper. Ma il modello più gradito era il Subbuteo: saremmo stati ore a giocare nel campo curato nei minimi dettagli, dove provavi la sensazione della partita vera senza sudare e senza il rischio che il solito terzino ti spezzasse le gambe. La tentazione più insidiosa, riflettei più tardi, è ridurre l’esistenza a un rettangolo perfetto in cui ogni cosa accade con un colpo di dito, e vincere o perdere non mette a repentaglio neanche un’unghia. E’ la differenza tra il dare la vita e il ritenersi buoni degli ipocriti, che mettono sulle spalle degli altri pesi insopportabili senza toccarli con un dito. Gesù non giocava a Subbuteo, ma aveva capito tutto molto prima.

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Provocazione in forma d’apologo 171

Pubblicato da robertorossitesta su agosto 18, 2010

Erano tre mesi che piangeva inconsolabile e adesso, esattamente come nel mito mille volte letto e contemplato in mille versioni e raffigurazioni diverse, anche il consulente editoriale Orfeo era disceso nell’Ade a recuperare la sua compagna Euridice, già dirigente didattico, morta tre mesi addietro per la puntura di una zecca.
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Di cosa parliamo quando parliamo di libri (elettronici) (a milioni)

Pubblicato da guidoio su agosto 17, 2010

di: Guido Tedoldi

Nello scorso mese di maggio, in concomitanza con la Fiera del libro di Torino, sono stati annunciati i lanci di 3 piattaforme diverse per la distribuzione di libri elettronici, altrimenti detti e-book. I gruppi editoriali Gems, Rcs e Feltrinelli hanno annunciato Edigita, la Mondadori si è immediatamente accodata dicendo di star lavorando da tempo a una propria libreria in internet e Ibs, negozio che in internet già da anni vende libri di carta seguendo il modello dell’americana Amazon, si è detta pronta a far concorrenza ai primi 2 gruppi nello stesso mercato. Ognuna di queste aziende si è detta pronta a rendere disponibili migliaia di libri.
Poi ad agosto si è saputo che in tutto il mondo ci sono quasi 130 milioni di libri, per la precisione 129˙864˙880. Li ha contati Google, privilegiando il numero di titoli più che quello delle copie o delle versioni (i criteri con cui li ha contati sono spiegati in internet al seguente link: http://booksearch.blogspot.com/2010/08/books-of-world-stand-up-and-be-counted.html). Il conto lo ha fatto Google perché ha in progetto di digitalizzare tutti i libri del mondo, trasformando i tomi di carta custoditi in tutte le biblioteche (e magari anche nelle librerie e nelle edicole) in file digitali scaricabili da internet.
Cioè, 130 milioni era il numero di libri aggiornato allo scorso 1 agosto. Poi c’è stato un aumento, la cui misura hanno tentato di calcolare Francesco Cataluccio e Andrea Di Stefano sul Domenicale del Sole24ore (il loro articolo è anche leggibile nel web sul Fatto Quotidiano, al link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/30/ebook-la-sfida-della-qualita/45849/). Cataluccio e Di Stefano riportano una notizia diffusa dal Dipartimento di Fisica dell’università di Stanford, la cui direzione ha deliberato di costruire una nuova biblioteca. Nell’edificio però non ci sarà nemmeno un libro di carta – soltanto computer ed e-reader sui quali gli studenti potranno consultare tutti i libri in formato elettronico. Le edizioni cartacee verranno immagazzinate in un altro edificio, posto a 60 chilometri di distanza, il quale dovrà essere bello grosso, perché ogni anno vi entreranno circa 100˙000 nuovi libri e riviste… e stiamo parlando soltanto dei libri interessanti per un Dipartimento di Fisica!
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Tutto più facile

Pubblicato da fabrizio centofanti su agosto 17, 2010

da qui

Provo a ricordare. Indosso il grembiule bianco e il fiocco azzurro, come un regalo dimesso da portare a chissà chi. Mi aggiro in corridoi enormi, con porte che puntano alla volta di soffitti altissimi (è il mondo visto dall’altezza dei quattro anni). Cerco disperatamente l’aula, ma non posso chiedere a nessuno negli anditi deserti come canyons di un pianeta sconosciuto. Devo compiere un gesto, anche se l’idea, timido e introverso come sono, mi atterrisce: entrare in una stanza rischiando di sbagliare, per cui tutti mi guarderebbero sospesi, per un istante eterno, poi esploderebbero all’unisono in una risata interminabile. Non ho alternative: mi sollevo sulla punta dei piedi, raggiungo a stento la maniglia, mentre immagini orribili mi spingono a mollare la presa e fuggire via lontano, ma sono qui, devo avanzare, mentre la porta si apre lentamente e tra i banchi scorgo figure dai grembiuli neri e i fiocchi bianchi, che mi squadrano come fossi una bestiola miserabile e ridicola. Poi, in crescendo, cominciano a sorridere, ghignare, sghignazzare. La mia carriera esordisce in salita: dopo, tutto sembrerà più facile.

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SEZIONE AUREA di ORAZIO CARUSO

Pubblicato da massimomaugeri su agosto 17, 2010

Orazio Caruso è nato nel 1960 a Viagrande (Catania).
Laureato in Filosofia, insegna Lettere nel Liceo linguistico di Acireale e vive a San Giovanni La Punta. Si è occupato di radio, politica, teatro, poesia e ha fondato l’associazione culturale “Accademia delle Nuvole”.
Di seguito, la recensione del romanzo di Caruso “Sezione aurea” (Manni) firmata da Simona Lo Iacono e corredata da intervista all’autore.

Massimo Maugeri

* * *

SEZIONE AUREA di Orazio Caruso (Manni, 2006)

Recensione e intervista di Simona Lo Iacono

Gli incontri non sempre avvengono su quella scia immaginifica che chiamiamo tempo.
Non sempre aderiscono all’istante, alla ricerca di noi, alla conquista di noi.
Sembra anzi che un vento capriccioso e faunesco, quasi un’ibrida creatura metà di aria e metà di fuoco, li sfalsi e li scombini. Li accomuni e poi li disperda. O li rinvii… di anni, stagioni, secoli.
Ecco perché alcune storie hanno bisogno di altri destini per compiersi. Ecco perché hanno anche bisogno di quello che chiamiamo tempo o luoghi della memoria.
In “Sezione aurea” (Manni, € 20,00, pagg. 228) Orazio Caruso recupera ciò che il tempo disperde, allaccia le corde recise, i sogni dimenticati.
Assolve all’incanto della scrittura: insinuarsi nelle crepe di noi, nella sospensione di attimi che rubano una vita intera, nei libri scritti una volta sola, negli scaffali ormai vuoti di attese.
Racconta la nostra storia: noi quando il tempo degli altri era adulto, e poi noi già adulti a fare – ancora – i conti col tempo. Noi che guardiamo avanti. E, ancora, noi che – guardando indietro – non ci riconosciamo.
D’altra parte chi può dire quale sia la vita. Se questo percorrerla in progressione o in regressione. Se andare o tornare. Leggi il seguito di questo post »

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Come un’offerta viva

Pubblicato da lapoesiaelospirito su agosto 17, 2010

di Alfonso Nannariello

I - IIIIIIVV

«Solo la morte non torna sui suoi passi». So che non è così. So che non è mai stato vero.

In quel tempo anche chi sposava, senza il filo di Arianna del divorzio, non tornava più dal suo viaggio. A meno che il coniuge non tirasse il freno, a meno che, morendo, non lo permettesse.
Il matrimonio era unico e indissolubile, senza ripensamenti. Leggi il seguito di questo post »

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Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani. 8# DAVIDE NOTA

Pubblicato da krauspenhaarf su agosto 16, 2010

a cura di Franz Krauspenhaar

Dieci domande secche (o delle 100 pistole) a scrittori e poeti italiani. Sempre le stesse domande per tutti, non si scappa. Scrittori e poeti giovani e meno giovani, famosi e poco conosciuti. Domande provocatorie (forse) sulla vocazione letteraria. Uno spaccato, un ritratto, un modo di vederci più chiaro, uno spunto per approfondire una conoscenza. Uomini e donne che fanno della loro vita un romanzo non solo da continuare a vivere ma anche da continuare a scrivere. O sotto altre forme della scrittura, come la poesia. Un modo per essere al mondo ed esprimere non solo se stessi ma proprio questo mondo che noi siamo e allo stesso tempo ci contiene.

Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?

Mi piace. Come mi piace andare al fiume.

Amori e odi letterari. Per favore alla voce odi non citare solo gente defunta.

Non odio nessuno, non mi sono simpatici i fighetti, i somelier dell’arte e i moralisti che non sanno voler bene agli errori. Amo le persone in grado di sbagliare con generosità e che poi sono diventate mie amiche.

Quanto pensi di valere? Per favore rispondi non in scala da 1 a 10 ma con un discorso articolato.

Penso di poter valere molto in potenziale ma non mi sento di aver dato ancora nulla di importante e questo spesso è un dolore con cui sto lottando e che spero di uccidere prima di morire. Leggi il seguito di questo post »

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Perfettamente

Pubblicato da fabrizio centofanti su agosto 16, 2010

da qui

Eldo Scani nacque in provincia di Reggio Emilia diversi anni fa. Non sapeva rassegnarsi a quell’aria piatta che lo perseguitava: si chiedeva perché in tanti potessero spaziare con lo sguardo tra vette e abissi, colline amene e superfici marine, mentre lui, a perdita d’occhio, non vedeva che pianure e campi, campi e pianure, che alla fine gli uscivano dalle orbite per la disperazione. Diventò scrittore: nei suoi libri non contava la trama, quanto i riferimenti a scalate e immersioni; l’altezza e la profondità trasmettevano il piglio, l’accento, l’atmosfera. Perdette la vena la volta che fu costretto a descrivere particolareggiatamente una pianura. Cominciò a dipingere e, da tavolozze e pennelli, prendevano forma paesaggi dolomitici colmi di silenzi suggestivi o inebrianti orizzonti d’acque dolci e salate. Ma la pianura, prima o poi, si profilava inesorabilmente, e desistette. Un bel giorno si affacciò alla porta di casa, un punto invisibile e perduto in mezzo a  una distesa di terreni agricoli: il panorama gli sembrò incantevole, vivace, per l’accostamento di forme delicate, le macchie improvvise di colore. La mattina stessa si ammalò e si spense in men che non si dica. Fu cremato e collocato nel cimitero della cittadina, in un fornelletto al piano più alto con vista sul prato all’inglese, pareggiato così perfettamente come non s’era mai visto in tutta la provincia.

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Le Pagelle di Pizzuto

Pubblicato da Gualberto Alvino su agosto 16, 2010

XV. O dolce legno

in privilegiata esistenza indomito contro insidie a germoglio radica foglioline, assetando, ancora nel fracido, sotto rosura, e se oppresso, o guasto, distrattine coltelli titirei, capre, saette, albero senz’altra sorte, ceduo, ingenerativo, sol ricco di cicatrici. Discostivi uccelli, in scanso la lucertola: bosco retrorso all’inaridire da presso. Tribolati stuoli concorrenti ascoltando avidi mai sempre inopinabile verbo, appena inteso legge eterna; poi accolti in giro, non che accegge, pane azzimo cibo sospeso, interrogativi chi tu? Amare nemici. Pur meccanica una giustizia di qua. Lode al prevaricatore furbo. Nel pergere accalcati dattorno, limpida effondendosi l’aramaica favella oltre plaga, eminente spesso, più o meno lungi, come agile campanile esso fusto in crescita: l’òcchiola scure ben prossima a reciderlo.

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Alzarti

Pubblicato da fabrizio centofanti su agosto 15, 2010

da qui

Ci sono giorni in cui ti pare di perdere la fede: non sai perché, ma qualcosa inaridisce fino alla consumazione, non senti nulla e vorresti rassegnarti al peggio. Quando bruciarono don Mario, il mondo mi crollò addosso e mi chiesi dove fosse Dio. Ma i momenti insostenibili, forse, sono quelli in cui sembra che ognuno prenda parte per se stesso, che il mondo sia solo un formicaio d’insetti folli, l’un contro l’altro armati. Se esiste Dio, mi dico, da qualche parte deve esistere anche il bene, altrimenti è tutta un’illusione. Si parte, allora, alla ricerca di un ricordo, una sensazione, un frammento di bontà che ti ha riempito l’anima di vita. Poi ti accorgi che non basta, che manca qualcosa d’importante: devi alzarti tu, compiere un gesto, diventare ricordo, sensazione, frammento di sollecitudine da scolpire nella memoria del tuo prossimo, perché possa credere di nuovo.

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Amerò quelle gambe anche quando saranno vecchie e scarne e con tutti i peli bianchi

Pubblicato da eziotarantino su agosto 15, 2010

In ritardo di circa un anno rispetto alla piuttosto infuocata polemica che rese vivace l’estate del 2009, ho ripreso in mano Principianti, il volume che raccoglie la versione originale dei racconti di Raymond Carver che, mutilati di un buon 60% costituirono la prima e celebrata raccolta Di cosa parliamo quando parliamo d’amore (1981), che avevo iniziato a leggere proprio in concomitanza con la querelle accesa da Carla Benedetti e proseguita da altri.

Già un anno fa mi ero fatto un’idea piuttosto chiara della questione, tanto da averne scritto un appunto che rimase lì, fra le note del mio palmare, senza che lo riprendessi più in mano. Il fatto è che allora non avevo qui con me (in Sicilia, dove passo le mie vacanze) il libro “ufficiale” e dunque l’impossibilità di fare confronti mi aveva frenato. Poi l’inverno è trascorso senza che ritrovassi l’impulso di verificare la qualità e la quantità dei tagli subiti da Carver da parte del suo editor Gordon Lish, cosa che ho quasi casualmente potuto fare in questi giorni.

Mi ero fatta un’idea, dicevo, grazie alla lettura dell’epistolario Carver/Lish riportato in appendice nel volume dell’Einaudi. La lettura comparata delle due edizioni dei racconti di Carver me l’ha confermata. Il lavoro di Lish sui racconti di Carver lo si può serenamente definire un atto di violenza.

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Il Capitano Mario (XII)

Pubblicato da robertoplevano su agosto 15, 2010

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI)

L’estate con i cugini

Trascorrevamo la villeggiatura estiva in Val d’Intelvi con i cugini di Como, carissimi, con i quali andavamo d’accordo perfino sulle reciproche, inconsapevoli date delle gravidanze che iniziavano, tanto la prima quanto la seconda, singolare appuntamento, sempre a distanza di quindici giorni. Quando visitai la Carmen col suo piccolo (il primo figlio), nato nella notte, ricordo che mi disse, con le parole del cuore: “Maria, è una gran cosa!” e ci abbracciammo con lacrime di gioia. Italo, il cugino-fratello, condivideva con la stessa espressione sul viso, con lo stesso velo sugli occhi. Anticipo per me della stessa esperienza imminente.

Altrettanto doveva avvenire alla nostra seconda maternità.

È strano come fra Italo e Mario si fosse stabilito a prima vista un rapporto di reciproca simpatia, di comprensione, di fraternità, pur fra due uomini diversi per età, orientamento professionale e consuetudine di vita. Io ci pensavo con gioia, essendone il fulcro convergente e con gratitudine per questo ulteriore dono celeste.

Quando i due cuginetti, Carla e Giuliano, non camminavano ancora, stavano sempre insieme nello stesso box, oppure nelle reciproche carrozzine, affiancati, ed erano naturalmente al centro dei nostri affetti e dell’ammirazione dei villeggianti.

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