La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.

Archivio per agosto 2010

“L’Iddio ridente” di Luigi DI RUSCIO. Recensione di Antonio Fiori.

Pubblicato da Giovanni Nuscis su agosto 14, 2010

Irridente ma a suo modo teologica, parateologica, questa poesia squarta parole e simboli consolidati e si appella a una critica radicale dell’uomo – dunque, inevitabilmente, anche dell’uomo che crede. Il poeta dispiega tutte le armi possibili, tutte le varianti della provocazione: dall’ironia al sarcasmo, dalla parodia al neologismo; snocciola testi brevi segnati dalla sola numerazione progressiva, sferza i luoghi comuni della falsa religiosità, smonta la tradizione e la rimonta provocatoriamente in varianti ipotetiche e inaspettate. Siamo di fronte ad una massiccia attività di demistificazione, praticata quasi come un dovere, un “dover dire” etico, assertivo. Ecco, Luigi Di Ruscio è vero poeta del dissenso, capace di un’esposizione integrale, impermeabile al tempo e alle distanze, capace di coerenze ostinate ma anche di affermazioni sorprendenti e ossimoriche.
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Due calcoli

Pubblicato da fabrizio centofanti su agosto 14, 2010

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Sarebbe bello poter parlare a tutti senza difese né tabù, ignorando i risvolti ipotizzabili, gli effetti collaterali, gli strascichi indesiderati. Comunicare schiettamente, sfogandosi al bisogno, confidando gioie e preoccupazioni, affidando al cuore dell’altro la vita come è. Si eviterebbero nevrosi, risparmieremmo patrimoni dilapidati in medicine, apriremmo scenari di ritrovi fraterni, segnali profetici di una società più giusta. Dopodiché, ci facciamo i soliti due calcoli; ricordiamo che la Bibbia raccomanda di non fidarsi del primo che ti capita e soggiunge: Maledetto l’uomo che confida nell’uomo. Lanciamo un’occhiata nostalgica alla fila di case snocciolate come rosari fino all’orizzonte, alziamo il bavero scuro della giacca e ricominciamo a lavorare, come niente fosse.

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Un viaggio con Francis Bacon

Pubblicato da lapoesiaelospirito su agosto 14, 2010

Franz Krauspenhaar, Un viaggio con Francis Bacon, Zona 9Volt, 2010

di Pasquale Vitagliano

Dunque per filmare un pezzo di storia di Bacon era necessario andare oltre il racconto”. Franz Krauspenhaar sta raccontando un film sul grande pittore, e in realtà parla della sua stessa opera su Francis Bacon e la definisce. “Ieri rivedo attentamente Love is the devil, il film sul genio del cineasta inglese John Maybury, del 1998, con uno straordinario Derek Jacobi nei panni di Bacon. E’ un Portrait of Francis Bacon, come recita adeguatamente il sottotitolo. (…) Il regista tenta la strada della rappresentazione caotica”. Quello di Kraupenhaar non è ritratto, ma un viaggio, anche questo caotico e circolare: non una ricostruzione lineare dell’artista e della sua opera ma una immersione in apnea dentro l’anima liquefatta dell’autore-personaggio; un viaggio nel corpo umano della sua pittura. “Le figure attorno al suo sguardo impietoso si sfaldano, come si sfaldano le figure dei suoi quadri. I connotati dei visi, visti quasi tutti di profilo, si allungano e si perdono contro gli sfondi, producendo scie di luce e colore”. Il Francis Bacon di FK finisce per assomigliare all’essere umano che egli stesso ha dipinto. Leggi il seguito di questo post »

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Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani.# 7 FRANCESCA GENTI.

Pubblicato da krauspenhaarf su agosto 13, 2010

a cura di Franz Krauspenhaar

Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?

Non lo so. Quando durante l’infanzia ho scritto la mia prima poesia non mi sono chiesta perché lo facessi e neanche dopo.

Però sono contenta e fortunata perché la scrittura ha attratto verso la mia persona cose molto importanti e belle: amicizie, incontri, viaggi, scambi di ogni genere. Attraverso la pratica della scrittura ho esaudito molto desideri, capito alcune cose e fatto parecchie scoperte.

Amori e odi letterari. Per favore alla voce odi non citare solo gente defunta.

Da un libro esigo che mi insegni qualcosa, anche piccola, almeno una parola che non conoscevo, una situazione inesplorata, uno stupore, non amo il meccanismo dell’identificazione e quando leggo un libro voglio trovare altro da me, essere proiettata fuori e altrove.

Amori letterari: Bret Easton Ellis, Sandro Penna, Gertrude Stein, Clarice Lispector, Joseph Conrad…  Andando tra gli italiani viventi perché so che è qui che vuoi andare a parare J dico: Gemma Gaetani, poetessa spesso fraintesa, Tommaso Labranca, Piersandro Pallavicini.

Antipatie letterarie (odio è davvero troppo): tra i famosi Alessandro Baricco, tra gli sconosciuti Walter Binaghi, tutte le scrittrici italiane della corrente “pompino&mojito&movida”, scrittori noir ipersopravvalutati che  “fotografano con spietatezza questa Italia”.

Non amo molto l’eccessivo sperimentalismo in poesia anche perché spesso i suoi rappresentanti se la tirano senza averne davvero donde.

Mi è sempre stato antipatico Antonio Moresco, ma ho letto il suo ultimo libro “Gli incendiati” e mi è piaciuto molto, quindi mi sono ricreduta. Leggi il seguito di questo post »

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Fisime

Pubblicato da fabrizio centofanti su agosto 13, 2010

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Si potrebbe costruire una psicologia sulle inconsistenze che ci fanno sentire a nostro agio, a cominciare dagli oggetti che prediligiamo, per motivi spesso imperscrutabili. A colazione utilizzo, se possibile, il cucchiaio con il manico rosso, più ampio del normale, perché ritengo sia più maneggevole, probabilmente a torto. La tazza deve essere, tassativamente, quella larga e bianca e i bricchi per il latte sono distinti in ordine di gradimento, per cui, prima di rassegnarmi al più indesiderato, rovisto dappertutto, nelle credenze e gli angoli della lavastoviglie. Persino gli asciugamani e gli stracci da cucina sono soggetti a un esame rigoroso: se avesse un’anima, la materia subirebbe traumi ingovernabili e magari, chissà, siamo realmente circondati da utensili euforici o depressi, arroganti o desolati. Ma il mistero è sull’altro versante: di che significati carichiamo il cosmo che ci ospita, al punto da contare amici e nemici persino in un pigiama o un portaocchiali? Grazie a Dio, c’è l’amore universale, la fratellanza della materia cosmica, che rende uguali e liberi oltre ogni fisima o mania.

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Ricominciare

Pubblicato da fabrizio centofanti su agosto 12, 2010

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Ancora sul cominciare dalla fine. Un esercizio utile è quello di pensare all’epigrafe sulla propria tomba. Nei cimiteri si trovano le iscrizioni più svariate: dagli affetti agli hobbies, dalla squadra del cuore all’automobile o alla moto, soprattutto in caso di incidente. Questi ultimi, forse, sono i casi più inspiegabili; ci si aspetterebbe che, avendo perso un figlio sulla strada, ci fosse una specie di damnatio memoriae per la causa della perdita: la cancellazione dell’oggetto in saecula saeculorum dalla mente e dallo sguardo. Invece, eccola lì la motocicletta scintillante di luci e di colori, a dimostrare che tutto ciò che amiamo ce lo portiamo dietro, quand’anche fosse la ragione della nostra fine. Si comincia da lì; e da lì si ricomincia.

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Frammenti di un progetto

Pubblicato da fabrizio centofanti su agosto 12, 2010

Caro Morgan,
è un po’ che mi gira un pensiero per la testa e te lo comunico così com’è, senza troppi filtri.
Alcuni di noi sono sinceramente interessati alla scrittura e sbattono ogni giorno la testa contro il muro (si fa per dire) per raffinare gli strumenti relativi.
Ti va di lanciare insieme una grande operazione nel web per raccogliere coloro che navigano sulla nostra stessa linea?
Ovviamente bisognerebbe fare una selezione garbata, ma ne verrebbe fuori una grande scuola di scrittura aperta e democratica, senza gli snobismi insopportabili di certi “maestri” che si danno arie da iniziati.
E’ anche un modo per unire le forze e non lasciare tutto il campo ai Grillo, ai Di Pietro e ai
Blogo.it. Leggi il seguito di questo post »

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A fare tutto il giro della musica

Pubblicato da lapoesiaelospirito su agosto 12, 2010

di Alfonso Nannariello

I - IIIIIIV

Anche se non fu così per loro, anche al tempo del fidanzamento dei miei, ci si conosceva durante un qualche raro ballo familiare.
In città, per poter allargare le loro conoscenze, far scorgere qualche amore e trovare marito, ogni domenica pomeriggio, le ragazze delle migliori famiglie organizzavano in casa un ballo. Da noi, invece, si ballava da mia zia solo una volta all’anno. Alla fine del corso di taglio e cucito, con la radio o il giradischi. Durante quei balli, gli sguardi si fissavano, e poco a poco ci si scambiava le prime parole, cercando di non farsi notare. Ballando ballando nasceva indichiarato qualche amore. Leggi il seguito di questo post »

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Schola Panormi

Pubblicato da Gualberto Alvino su agosto 11, 2010

A Gaetano Testa

non più che un girello impazzito con lui su

sbatte or sì or no sugli scaffali rompe

il ginocchio della serva roberto ormai

funziona a caso impossibile fidarsi

additare prospettive franche

un’autobiografia? Leggi il seguito di questo post »

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Hong Zicheng. Da: Aforismi sulla radice degli ortaggi.

Pubblicato da nadiaagustoni su agosto 11, 2010


(La salita)

Hong Zicheng. Da: Aforismi sulla radice degli ortaggi.

Occorre riservarsi uno spazio tanto vasto da non creare ostacoli ad alcuno.
Occorre lasciare dietro di sé un mare di benefici tanto esteso da permettere a tutti di attingervi all’infinito.

Se la strada si fa stretta, bisogna cedere il passo. Se un cibo è saporito bisogna cederne una parte.
E’ questo il modo più sicuro di avere un rapporto felice col mondo. Leggi il seguito di questo post »

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Cominciare dalla fine

Pubblicato da fabrizio centofanti su agosto 11, 2010

da qui

E’ circa un mese che torna nei pensieri, nella predicazione, nei colloqui, un criterio che potrei sintetizzare in questo modo: cominciare dalla fine. Ne lessi la prima volta in un libro che studiava le dinamiche della realizzazione umana. Guardarsi dalla fine della vita, considerare tutto da questa prospettiva: cosa vorrei si dicesse di me, quale memoria lasciare del passaggio sulla terra? Su tali basi, le scelte del presente cambierebbero, apparirebbero i valori autentici, si relativizzerebbero le dipendenze e ogni genere di possessività; saremmo liberi, riscattati dalla morsa della contingenza, lucidi nelle scelte fondamentali della vita. Non so perché, mi viene in mente l’aneddoto riferito intorno a un santo; a chi gli chiedeva, mentre giocava con la palla, che cosa avrebbe fatto se di lì a poco fosse finito il mondo, rispose: continuerei a giocare. Una risposta saggia, l’unica possibile a chi crede in quello che fa, al punto da non essere in grado di pensare ad altro.

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Muli di montagna

Pubblicato da fabrizio centofanti su agosto 10, 2010

da qui

Se ci guardiamo allo specchio – quello dell’anima, naturalmente – di difetti ne troviamo tanti. E’ come quando osservi un’auto e poi la guidi: salta fuori la rigidità dei pedali, la legnosità dello sterzo – non vi dico quello della vecchia Micra -, l’angustia di certi abitacoli. Così, a stare dentro se stessi, ci si accorge di ciò che è impossibile notare dall’esterno, ma di cui ci si sobbarca come bestie da soma, muli di montagna. Il segreto lo conosciamo tutti: accettare le mancanze, accogliere le deficienze, amare l’imperfezione che è la pasta stessa della vita. Il male vero è il giudizio, sia nostro sia degli altri, l’occhio cattivo, impietoso, insofferente. Se il mondo precipita nel caos, invece di evolvere in fraternità, è a causa di uno sguardo di traverso, incapace di cogliere il bello della debolezza, la grazia struggente della fragilità.

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Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani. 6 # RICCARDO FERRAZZI

Pubblicato da krauspenhaarf su agosto 10, 2010

a cura di Franz Krauspenhaar

Dieci domande secche (o delle 100 pistole) a scrittori e poeti italiani. Sempre le stesse domande per tutti, non si scappa. Scrittori e poeti giovani e meno giovani, famosi e poco conosciuti. Domande provocatorie (forse) sulla vocazione letteraria. Uno spaccato, un ritratto, un modo di vederci più chiaro, uno spunto per approfondire una conoscenza. Uomini e donne che fanno della loro vita un romanzo non solo da continuare a vivere ma anche da continuare a scrivere. O sotto altre forme della scrittura, come la poesia. Un modo per essere al mondo ed esprimere non solo se stessi ma proprio questo mondo che noi siamo e allo stesso tempo ci contiene.

Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?

Omammamia! Mi tocca raccontarti la storia della mia vita! Fino a quarantacinque anni ho fatto il bravo ragazzo che lavorava e si ulcerava le pareti dello stomaco per la carriera; poi è successo qualcosa (tu sai che cosa) e, guardandomi allo specchio, mi sono detto: ma sai che della carriera non me ne frega un accidente? Ed è stato poco piacevole rendersi conto di aver passato la parte migliore della vita a rincorrere un falso scopo.

Beh, cosa puoi fare quando senti sotto i piedi la botola che si apre? Frughi nel passato per cercare di aggrapparti a una passione sincera colpevolmente messa da parte. E così ho fatto. Sono andato in cerca delle cose che avevo, un po’ troppo frettolosamente, mandato in soffitta. Appena ho aperto la porta del solaio mi è venuta incontro la scrittura.

Oggi per me non c’è niente di più gratificante che imbattermi in uno spunto, lasciare che mi intrida fino a cambiare la percezione della vita, e lavorarci sopra fino a sviluppare una storia. Mi piace, mi fa sentire vivo, mi dà (immagino) lo stesso piacere che provavano gli scultori di una volta (quelli che lavoravano il marmo con martello e scalpello), in tutte le fasi della lavorazione, dall’invenzione fino al limae labor et mora.

Produco relativamente poco proprio perché continuo a lavorare sui miei testi per anni, e probabilmente non lo faccio perché ne abbiano bisogno, ma perché mi piace, perché in quel momento non ho altri spunti, o perché mi sento in the mood per la revisione piuttosto che per la creazione. Leggi il seguito di questo post »

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Provocazione in forma d’apologo 170

Pubblicato da robertorossitesta su agosto 10, 2010

Il mio autore preferito, al quale mi legano non poche suggestive circostanze (ad esempio morì il giorno stesso in cui nacqui) e di cui cui ho tradotto diversi libri, era quello che si dice un tipo strano.
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Una bella domanda

Pubblicato da fabrizio centofanti su agosto 9, 2010

da qui

Chi sono? Una bella domanda. Ricordo la prima volta che mi toccò seriamente, da ragazzo, ma riguardava un altro: un giovane che intraprendeva un percorso di fede personale. Aveva, per lui, il senso di una sobrietà riconquistata, una motivazione più profonda per l’agire. Provai a rispondere, ma mi trovai in difficoltà: mi veniva in mente quello che facevo, i gruppi a cui partecipavo, il modo in cui impiegavo il tempo. Avrei potuto aggiungere qualcosa sul carattere e le inclinazioni, gli interessi potenziali o coltivati, gli ideali, i difetti, le contraddizioni. Oggi mi rendo conto che l’interrogativo ha un altro senso: la ragione per cui mi alzo la mattina, le radici in cui mi riconosco davanti allo specchio della storia, la memoria di essermi sentito, per una volta, veramente amato. So che non si tratta di un deposito di cui disporre, ma di un fuoco da ravvivare ogni momento, mentre infuria il temporale e la notte scioglie il suo mantello oscuro.

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Canzoni contro la guerra: Grandola vila morena

Pubblicato da sparzani su agosto 9, 2010

di Antonio Sparzani


da qui

Grândola, vila morena
Terra da fraternidade
O povo é quem mais ordena
Dentro de ti, ó cidade
Dentro de ti, ó cidade
O povo é quem mais ordena
Terra da fraternidade
Grândola, vila morena.

Em cada esquina um amigo
Em cada rosto igualdade
Grândola, vila morena
Terra da fraternidade
Terra da fraternidade
Grândola, vila morena
Em cada rosto igualdade
O povo é quem mais ordena.

À sombra duma azinheira
Que já não sabia a idade
Jurei ter por companheira
Grândola a tua vontade
Grândola a tua vontade
Jurei ter por companheira
À sombra duma azinheira
Que já não sabia a idade.

Fu la trasmissione di questa canzone di José Afonso (fino ad allora assolutamente proibita) dalle onde di “Limite”, il programma musicale quotidiano notturno di Rádio Renascença, un’emittente cattolica, che diede il segnale d’inizio, alla mezzanotte del 25 aprile 1974, alla Revolução dos cravos, la “Rivoluzione dei garofani” (così chiamata dai fiori che una venditrice ambulante si mise a offrire ai militari di sinistra la mattina del sollevamento, in Praça do Comércio) che mise fine alla dittatura fascista portoghese, che durava da cinquant’anni (António de Oliveira Salazar era morto nel 1970, ma già nel 1968 gli era succeduto, senza sostanziali modifiche del regime, Marcelo Caetano).

25 aprile 1974, cronologia di una rivoluzione: Leggi il seguito di questo post »

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Nessun problema.

Pubblicato da matteotelara su agosto 8, 2010

Devo acquistare una macchina usata.
“Non dovrebbe essere un problema” penso.
Negli ultimi otto anni mi sono servito di macchine usate senza alcun tipo d’ inconveniente. Ho fatto più di duecentoventimila chilometri, attraversato catene montuose, parcheggiato per ore di fronte all’oceano in burrasca, salito e ridisceso gli infiniti vulcani spenti della città in cui abitavo (Auckland ndr) e mai che un problema mi avesse fatto rimpiangere la scelta.
Macchina usata, in buone condizioni, affidabile, economica. Niente di meglio in questi tempi di crisi, per chi come me è disoccupato e ha bisogno di un’auto. Leggi il seguito di questo post »

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Venti

Pubblicato da fabrizio centofanti su agosto 8, 2010

da qui

Ci sono almeno due modi per vivere la vita: l’opportunità ignorata ti pedina, ti colpevolizza, ti rimbrotta. Il pensiero e l’azione, lo studio e la prassi si inseguono in equilibri difficili e a volte inconciliabili. Se t’immergi nello studio rischi di mummificarti, se ti smarrisci nell’azione non hai più sapore, pronto per essere gettato via senza tanti complimenti. L’altalena dura e ti logora, finché un bel giorno ti rendi conto della soluzione: scegliere rischiando, sordo alle sirene e alle critiche che soffiano come venti  rabbiosi contro la tua barca. Finalmente sei te stesso, ma non dirlo a nessuno: l’invidia è la corrente più terribile, attrezzata per sommergerti quando meno te lo aspetti.

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Il Capitano Mario (XI)

Pubblicato da robertoplevano su agosto 8, 2010

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X)

PAVIA

Io ero arrivata a Pavia – come dissi – il primo marzo di quell’anno. La città mi era sconosciuta, e poiché mi sentivo estranea ai colleghi e mi trovavo a disagio nei viavai dell’albergo, andai, memore del mio “Sacro Cuore” di Padova, a chiedere provvisoriamente asilo ad un pensionato universitario annesso ad un collegio.

Mi fecero attendere in un salotto, dove mi aspettavo di incontrarmi con un’arcigna, anziana direttrice. Arrivò una giovane, su per giù mia coetanea; “La direttrice?” chiesi. “Sono io” fu la risposta. Immediata simpatia reciproca. Le esposi il mio caso: la conversazione si protrasse per più di due ore, e alla fine eravamo (e restammo) amiche. Oltre a Giuliana – la direttrice – al pensionato incontrai un’altra, ancora più cara amica, una sarda: Carmina, allora assistente del Prof. Jucci di Zoologia, più tardi cattedrattica lei pure, a Sassari. Due amiche, subito: la vita mi sorrise, era come trovare il ramo dorato tra le fronde scure, nell’incerta luce dell’alba.

Intanto cercavo casa. Quante strade dovetti percorrere, in quel marzo piovoso, nella città sconosciuta! Trovai finalmente la dimora. Era una vecchia casa dall’aspetto civile, ma tanto vecchia e in tali condizioni d’abbandono, che dovetti lavorare molto per rendere accogliente quella che doveva divenire la nostra prima casa di sposi. Due anni dopo ci trasferimmo in un’altra migliore, con le finestre aperte sull’ampia Piazza Ghislieri e sul campanile della Chiesa di S. Francesco, inghirlandato ad ogni primavera dal garrulo stridio delle rondini. E fu questa che ho sempre nel cuore perché accolse per 12 anni le vicende centrali della nostra vita: le più intensamente vissute.
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Hotel ristorante Lo Scoiattolo

Pubblicato da fabrizio centofanti su agosto 7, 2010

da qui

Campo giovani

E’ un edificio vasto, al termine di una salita tutte curve. L’ingresso è invitante: una sala con mattoni in pietra grezza, un camino moderno, sempre acceso, un bar con i tipi di caffè alla moda in questi tempi di ginseng e stimolanti. L’architettura aiuta a predisporre il cuore, o l’anima, o la psiche: sei chiamato a essere accogliente, a riscaldare, a ridare energie a chi le ha perdute lungo l’arrampicata della vita. La sala da pranzo è ampia, attraversata da tavoli destinati a ospitare i novanta elementi della nostra comitiva, dai più anziani, e già segnati dall’alzheimer – ce n’è uno -, ai bambini che armeggiano col trapano giocattolo per penetrare il mondo di cui ogni giorno scoprono un dettaglio. Lo stanzone suggerisce di ascoltare sia chi non sa nulla della vita sia chi ne sa troppo, come se solo nelle testimonianze più diverse, nel collocarle con pazienza sullo sfondo giusto, si potesse trovare la vera identità, che non è il risultato di un’autoaffermazione, ma l’integrazione del lontano e dell’estraneo. In questo albergo c’è la mappa della vita: basta percorrere una sala dopo l’altra e sai qual è il cammino per ottenere la sapienza trafugata dalla follia del mondo.

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