Provocazione in forma d’apolog(o/ia) 174
Pubblicato da robertorossitesta su settembre 7, 2010
L’aperitivo rosso in bottiglietta troncoconica ed il liquore giallo che ha il nome di un premio letterario stanno lì da decenni uguali nel gusto e nella confezione, impavidi piloni contro cui le ondate dell’esistenza si abbattono invano. Non si può dire lo stesso di una certa birra rossa fino all’anno scorso più buona e calmante del latte di mamma: da quando la presentazione è cambiata di un niente è cambiato decisamente pure il gusto; anche se al numero verde, al quale si telefona dopo aver superato un comprensibile imbarazzo, il giovanotto di turno dice che no, che l’azienda, di fronte alle segnalazioni già pervenute in tal senso, ha fatto sapere che si tratta di mera suggestione. Ah, si ribatte, perché di segnalazioni in tal senso ne sono già pervenute, nevvero? Seguono un silenzio e un clic.
Capisco che può essere irritante sentir parlare di liquori e di birre in un mondo che lotta per l’acqua; di continuità nel tempo, di presenze che rimandano a un’idea di rassicurante armonia, in un mondo in cui il tempo continuamente si contrae, su uno scenario di cambiamenti angosciosi e drammatici.
Ma chi vuole ingannare prima di tutto tende a confondere, a far saltare i criteri ed i termini di paragone. Ed oggi questo è tanto più facile, in un contesto di generazioni che non si parlano e di stranieri che affluiscono in un mondo per loro tutto nuovo, e ai quali viene detto che se qualcosa non gli garba non devono far altro che andarsene.
Ci può essere in quanto precede, oltre a un’ovvia morale, una proposta?
Credo di sì: come un libro famoso, basandosi sul valore fondante della memoria, parlava di uomini-libro, credo che chi può e sa oggi debba davvero farsi non solo uomo-libro, uomo-idea, uomo-Costituzione, ma anche uomo-formaggio e uomo-vino, affinché non sia più possibile spacciare come PESTO ALLA GENOVESE un pesto fatto, come indicato a caratteri appena più piccoli, senza uso di aglio.
E già che ci siamo, dopo aver posto mano al cuore, si ponga mano al portafoglio, ma solo dopo aver posto mano al cervello: cosa che permetterà grandi risultati senza soverchi impegni materiali aggiuntivi e con un aumento del rischio non superiore al normale rischio di vivere.
È un vero spreco, ad esempio, sostenere le organizzazioni umanitarie che rattoppano le vittime delle mine anti-uomo e nel contempo affidare i propri risparmi a istituti di credito che con rigiri neppure troppo nascosti finanziano le aziende che quelle mine producono.
Come è una vera incongruenza, figlia della pigrizia intellettuale e morale, sovvenzionare attraverso fondi d’investimento non si sa chi non si sa come non si sa dove, quando, sotto i nostri occhi e quindi nella possibilità di un controllo costante, c’è un edificio storico che cade in rovina e si potrebbe far rivivere e fruttare con pochi milioni di euro; c’è la distilleria dello storico amaro “Alpestre” (qui sì che il nome è d’obbligo!) a rischio di chiusura e per la quale forse basterebbe anche meno; e soprattutto, anche perché non si dica che chi pensa a imprese del genere ha lo sguardo soltanto rivolto al passato, ci sono giovani brillanti i cui studi e le cui iniziative potrebbero essere supportate per il bene comune con una manciata di spiccioli.
Certo, ai fini di cui sopra non ci si potrebbe limitare alla mugugnante lettura di un estratto conto mensile; occorrerebbe un impegno collettivo ma al contempo personale, una serie coerente di gesti d’attenzione: in una parola un gesto d’amore, l’amore di chi crede di poter ancora dire e dare a sè e agli altri qualcosa – e se non altro una testimonianza.














Mario Bianco detto
Bello, e acuto, e preciso!
L’Alpestre!
Chi non ricorda l’Alpestre
sia gettato dalle finestre!
Ve n’erano di ottime bottigliette, acconce per gite o viaggetti, da conservarsi nello zaino onde sollevare lo stanco escursionista dopo la fatica….
lucypestifera detto
il vero pecorino romano lo fanno, lo dice il nome, in romania! notizia di ieri.
notizie di sempre: edifici di proprietà del comune fatiscenti, edifici presi in affitto a miliardate dal comune stesso, per i suoi uffici, presso privati. piccoli teatri chiusi, niente teatri disponibili per compagnie di giovani.
non solo manca l’amore in milioni di cose, ma manca la logica.
ovvero domina una logica perversa di distruzione, di immobilismo, una voglia di sperpero, di spreco, di umiliazione, senza le quali è evidente che non si possono concludere buoni affari.
carla detto
l’aglio è d’obbligo come è d’obbligo l’uso del basilico dell’orto!
:-)
Bravo Roberto, hai sottolineato l’importanza delle fondamenta e non solo della facciata…
la sicurezza prima di tutto!
(un suggerimento sul distillato: gocce imperiali:-).
Ciao Robertino
Anna Maria detto
Attenzione, amore, coerenza, impegno, testimonianza: il coraggioso accumulo di parole e gesti inattuali è un invito niente affatto velato (nevvero?) a darsi una mossa, osservando al contempo la quarta massima monferrina elencata da Enzo Bianchi ne Il pane di ieri: “Mes-ciùma nenta el robi!”. , «Non mescoliamo le cose!». Provocatorio discernimento dal gusto di amaro Alpestre. Te ne sono grata.
alfonso detto
“idea di rassicurante armonia, in un mondo in cui il tempo continuamente si contrae” è prendere una bella scorciatoia, mistificando tutto. allora sembra naturale fare il pecorino in Romania (anagramma di armonia)
:)
rrt detto
Caro Mario,
“l’Alpestre sia gettato dalle finestre!”: ovviamente la bottiglia, dopo essersi scolato il contenuto.
Cara Lucy,
devo ripetermi: posto sempre in anticipo questi pezzi, che quando escono puntualmente sono confermati o superati dalla cronaca. Speriamo che a nessuno venga in mente di far crepare l’astrologo.
Cara Carlina,
naturalmente all’occorrenza sarei pronto a correre in difesa pure delle Gocce Imperiali. Parafrasando Terenzio, alcolofilo sono e nulla di alcolico mi è estraneo.
Cara Anna Maria,
nevvero, nevvero.
Caro Alfonso,
non ti si può nasconder nulla,
nemmeno le manie anagrammatiche rispetto alle quali mi tranquillizzai dopo aver letto “Parole sotto le parole” di Jean Starobinski.
Grazie a tutti e un caro saluto,
Roberto
Giorgina Busca Gernetti detto
Caro Roberto,
odio l’aglio e non sopporto l’Alpestre perché non posso dimenticare quanto questo amaro mi fece star male l’unica volta in cui lo bevvi.
Ciononostante spendo qualche parola in difesa di entrambi.
Il pesto non può essere “alla genovese” se manca l’aglio, presente in moltissimi piatti genovesi. So per esperienza che anche in Liguria, nella Riviera di Levante da me frequentata fin dai più lontani ricordi, se con pronuncia lombarda in un negozio si chiede un vasetto di pesto fresco, ci si sente chiedere: “Con o senza aglio? Sa, lo facciamo anche senza per i Milanesi!”. No comment, soprattutto perché anche in molti piatti lombardi è presente l’aglio, con mio grande disappunto.
Quanto all’Alpestre, è un peccato che si lasci morire una tradizione, malvezzo che invece si ripete per molte altre cose, “in primis” per certi splendidi palazzi antichi ormai fatiscenti.
Un caro saluto
Giorgina
nadia agustoni detto
Adoro il pesto e l’aglio olio peperoncino sugli spaghetti…
Un saluto.
robertorossitesta detto
Cara Giorgina,
intendevo dire che ovviamente ognuno è libero di avere le proprie preferenze, ma non di inquinare la memoria collettiva, magari per lucrarci.
Un caro saluto,
Roberto
robertorossitesta detto
Cara Nadia,
siamo anche quello che mangiamo e beviamo, per questo alcuni di noi sono forti e piccanti.
Un caro saluto,
Roberto
Giorgina Busca Gernetti detto
Caro Roberto,
ho capito benissimo il senso del tuo apologo e rispetto i gusti alimentari di tutti.
Non vorrei, però, che la risposta data a Nadia, parafrasata a mia misura, significasse che io sono “sciapa” come il mio amatissimo pane toscano senza sale.
Un caro saluto
Giorgina
rrt detto
Cara Giorgina,
davvero no, a quel gusto “sciapo” (che amo tantissimo, non a caso ho parlato di forti e piccanti, non di salati) mi piace far corrispondere quella medietas e quella concinnitas classiche oggi così poco apprezzate perché, ritengo, pochissimo capite nel loro valore autentico.
Per rimanere in quest’ambito semantico, si tratta di proporre un proprio cocktail, una miscela, come dicono alcuni, “palatabile” e al contempo capace di dar leale conto di una storia senza tradire nessuno degli ingredienti impiegati.
Un caro saluto a te,
Roberto
Giorgina Busca Gernetti detto
Caro Roberto,
tralascio cibi e bevande per soffermarmi sulla scrittura, ma anche sui “mores”. La “medietas” e la “concinnitas” classiche sono il mio ideale. Chissà se c’è qualche nesso con il mio carattere e, di conseguenza, sul mio modo di comportarmi che non mi rende simpatica a molti (i quali, secondo me, non mi hanno mai capita).
Bella la tua metafora del cocktail!
Un caro saluto
Giorgina
Mario Bianco detto
Trenette alla mal da stomi.
Aglio, olio q.b.
far saltare in padella per pochi secondi.
a fuoco spento aggiungere assai di basilico triturato a mano
+ un cucchiaio o due, di Alpestre,(ad libitum)
versare ora sulle trenette bollenti.
:-))
robertorossitesta detto
Cara Giorgina,
noi siamo dentro il nostro cocktail per intero, comprese le simpatie e le antipatie che proviamo o suscitiamo.
Un caro saluto,
Roberto
robertorossitesta detto
Caro Mario,
è un piatto da gustare nella carrozza ristorante di un treno in ritardo, col sottofondo di una vecchia canzone di Charles Trenet, nevvero?
:-))
Ciao,
Roberto